domenica 18 agosto 2013

L'uomo nell'ombra





«Senza dubbio in Polanski si avverte un fascino per l’oscurità del mondo, si percepisce una ricerca in questo senso. Anche la sua vita testimonia questo fascino e questa ricerca».

Krzysztof Zanussi





«Ogni volta che sono felice ho un terribile presentimento». Ci sono tutti gli ottant'anni di Roman Polanski in questa battuta tagliente e amara, suggello solo apparente di una definitiva pacificazione interiore. Ottant'anni di trionfi e di miserie, di fughe e di ritorni. Una vita spesa a regalare film indimenticabili e a superare immense tragedie.
Al secolo Rajmund Roman Thierry Liebling, nacque a Parigi nel 1933 da una famiglia ebraica. Nel 1936 si trasferì in Polonia con i genitori, preoccupati per il crescente antisemitismo della Francia di quegli anni. Trascorse l’infanzia nel ghetto di Cracovia, e sfuggì ai rastrellamenti nazisti. Il padre sopravvisse al campo di concentramento di Mauthausen, la madre morì ad Auschwitz: ancora oggi Roman si commuove parlando di lei a Laurent Bouzerau, autore del documentario Roman Polanski: A Film Memoir.
Mosse i primi passi nel mondo del cinema grazie ad Andrzej Wajda, per il quale recitò in film come Generazione, Lotna, Ingenui perversi e Samson. Nel 1959 si diplomò alla Scuola Nazionale di Cinema di Lodz e convolò a nozze con l’attrice Barbara Lass: un «incosciente matrimonio giovanile» che finì nel 1962. Nello stesso anno, dopo alcuni apprezzati cortometraggi, realizzò Il coltello nell’acqua, un lungometraggio scritto a quattro mani con Jerzy Skolimowsky che gli valse un’immediata notorietà internazionale e la nomination all’Oscar per il miglior film straniero.
Lasciò la Polonia per la Francia, per trasferirsi poi in Ighilterra. Qui la sua carriera proseguì con Repulsion (1965), in cui diresse una giovanissima Catherine Deneuve, Cul-de-sac (1966) e Per favore non mordermi sul collo (1967): quest’ultimo ebbe come protagonista femminile la bellissima attrice americana Sharon Tate, che un anno dopo sarebbe diventata la sua seconda moglie.
Del 1968 è l’acclamatissimo Rosemary’s Baby, ancora oggi una pietra miliare dell’horror, che addensò su di sé una nube di inquietanti presagi: il Dakota, il condomio di Central Park dove fu ambientata la vicenda, è lo stesso al cui ingresso sarebbe stato ucciso John Lennon nel 1980; e alcuni spettatori giurarono di aver visto nella scena finale l’immagine del diavolo, benché il regista abbia sempre negato di averla girata.
Ma ogni leggenda metropolitana impallidisce se confrontata con ciò che avvenne l’anno successivo nella sua villa di Bel Air, e in sua assenza, quando la setta satanica di Charles Manson torturò e uccise la moglie Sharon Tate, all’ottavo mese di gravidanza, e gli amici che erano con lei. Una notte di crudeltà aveva posto fine al periodo più felice della sua vita. «Per la prima volta nella mia vita», aveva detto ad un giornalista poco tempo prima, «sento i giovani parlare d’amore e di pace e credo che siano realmente convinti di poter mettere in pratica le loro idee». E a Sharon, anche negli anni successivi, non smetterà mai di rivolgere parole d’amore: «Era la dolcezza in persona, con tutti e con tutto – persone, animali, ogni cosa. Non è facile descrivere il suo carattere. Era assolutamente buona, l’essere umano più dolce che abbia mai incontrato, con una pazienza estrema. Vivere con me era una prova della sua pazienza, perché starmi vicino deve essere un incubo».
Dopo mesi di solitudine poté risollevarsi dal trauma solo realizzando l’adattamento di una tragedia shakespeariana, il Macbeth (1971). Fu poi la volta di Che? (1972), girato nella villa di Carlo Ponti ad Amalfi, e del ben più celebre Chinatown (1974), che ebbe undici nomination agli Oscar. Con L’inquilino del terzo piano (1976), del quale è anche attore protagonista, terminò poi la “trilogia dell’appartamento” iniziata con Repulsion e Rosemary’s Baby.
Nel 1977, un altro drammatico evento, dagli strascichi più che trentennali. Un rapporto sessuale con una ragazzina di quasi quattordici anni, Samantha Geimer, con cui stava realizzando un servizio fotografico per Vogue, gli costò il carcere e un’accusa di violenza sessuale, poi ridotta a «relazione extraconiugale con persona minorenne». Scontò 42 giorni di detenzione nel carcere di massima sicurezza di Chino; ma quando il giudice Rittenband ritirò la sentenza con cui gli aveva concesso il pagamento di un’ammenda e gli arresti domiciliari, riparò a Londra, per poi stabilirsi a Parigi. Ma il fantasma di quella brutta storia sarebbe improvvisamente ricomparso nel settembre 2009, quando Polanski fu arrestato in Svizzera a seguito di una domanda di estradizione inoltrata dagli Stati Uniti: la richiesta venne respinta dalle autorità elvetiche nel luglio 2010, e lui fu definitivamente rilasciato dopo aver trascorso mesi agli arresti domiciliari nel suo chalet di Gstaad. In quel periodo la stessa Geimar ricordò di averlo perdonato: «Penso che sia dispiaciuto, penso che lui sappia che era sbagliato. Non credo che sia un pericolo per la società. Non credo ci sia il bisogno di rinchiuderlo per sempre».
Negli anni successivi a quell’episodio, tuttavia, riuscì ad innamorarsi di nuovo, stavolta della protagonista di Tess (1979) Natassja Kinski, e a girare il divertente Pirati (1986) con Walter Matthau. Ma l’incontro con la donna della sua vita sarebbe avvenuto due anni più tardi, sul set di Frantic (1988): la modella francese Emmanuelle Seigner, di trentatré anni più giovane, divenne la sua terza moglie, e gli fu musa ispiratrice per pellicole come il discusso Luna di fiele (1992) e La nona porta (1999), fino all’ultimo Venere in pelliccia (2013). Ancora oggi, a quarantasette anni, è tra le donne più belle del mondo, e ha trascorso al fianco di Polanski più di metà della propria vita.
«Ti sei dato una calmata o ti sei solo risposato?», gli chiese una volta Sydne Rome, l’attrice protagonista di Che?, nel ritrovarlo a molti anni di distanza dal loro ultimo incontro. Lui rispose con un sorriso. Ma una delle sue frasi più famose avrebbe potuto parlare al suo posto: «Ci sono due cose al mondo che mi piacciono veramente. La seconda è girare un film…».
Dalla Seigner ha avuto due figli, Morgane ed Elvis, ai quali dedicò Oliver Twist nel 2005. Chi invece si è spinto a chiedergli quale fosse il suo capolavoro ha ricevuto una risposta secca: Il pianista (2002), tratto dall’autobiografia di Wladyslaw Szpilman, perché «racconta la mia vita». Un’opera che è già parte della storia del cinema, grazie anche ad uno straordinario Adrien Brody, e per la quale attore e regista furono premiati con l’Oscar.
Non sono molti gli artisti che al pari di Polanski rendano così difficile l’identificazione di un tema ricorrente, di una magnifica ossessione, di una cifra minima che accomuni le diverse opere. E ammesso che vi sia, tale elemento è da ricercare in quel «fascino per l’oscurità del mondo» rilevato dal suo illustre connazionale Krzysztof Zanussi, in una visione dei rapporti umani crudamente realistica – ben esemplificata da Carnage (2011) – che tocca vette di particolare brutalità quando si imbatte in vicende dalle chiare implicazioni politiche – come in La morte e la fanciulla (1994) e L’uomo nell’ombra (2010).
Ma ora Roman Polanski può tagliare il traguardo degli ottant'anni in condizioni di relativa serenità. E con lo sguardo rivolto ad un nuovo progetto. D., un film sul caso Dreyfus, avrà tutti gli elementi della più sordida spy story: «Lo spettacolo della caccia alle streghe contro le minoranze, la paranoia per la sicurezza, i tribunali militari segreti, le agenzie d'intelligence al di là di ogni controllo, le operazioni governative di insabbiameno, la stampa avida di notizie». È insomma esplicito l’intento di «mostrare le evidenti connessioni con quello che accade nel mondo di oggi». Auguri...

Manuel Lambertini

sabato 10 agosto 2013

L’anima nera di James Ellroy

Nel periodo estivo, si sa, i libri giallo-noir dilagano. E alcuni anni fa la Repubblica e l’Espresso inaugurarono la collana «Le strade del giallo» proprio con L. A. Confidential di James Ellroy. Oggi è invece la Einaudi a pubblicare un nuovo racconto del grande scrittore californiano, dal titolo Ricatto, con traduzione di Alfredo Colitto. Un’opera certamente minore e senza grandi ambizioni, ma che raggiunge irresistibili punte di divertimento e che si rivela un concentrato densissimo del più puro stile Ellroy.
Il romanzo, uscito negli Usa l’anno scorso in versione ebook, è la confessione di Freddy Otash, poliziotto corrotto, detective privato, gola profonda del tabloid scandalistico «Confidential». Il re dell’estorsione, nella Los Angeles dei ruggenti anni Cinquanta. Uno scellerato mercenario con una morale: «Lavoro per tutti tranne i comunisti. Faccio di tutto tranne un omicidio». Un personaggio realmente esistito, ed una vecchia conoscenza per i lettori di Ellroy: era già comparso nei romanzi della «trilogia americana», Sei pezzi da mille (Mondadori, 2001) e Il sangue è randagio (Mondadori, 2009), oltre ad aver ispirato lo stesso L. A. Confidential (Mondadori, 1991).
Questa volta Freddy si trova nel Purgatorio dei perversi, Cella 2607, Braccio degli sconsiderati scassafamiglie. Le anime delle star di Hollywood scendono dal Paradiso e fanno la fila per pungolarlo con il forcone. Da «quel segaiolo» di Johnnie Ray ad Ava Gardner, una «nefasta ninfomane, con una delirante devozione per il salame nero»; da «quel finocchio minidotato» di Montgomery Clift a John Fitzgerald Kennedy, seguito dalla moglie Jackie. «Una storia del 1953. Feci circolare un video di JFK che somministrava la salsiccia a Ingrid Bergman. Frank Sinatra mostrò il video a Jackie, creando una specie di tsunami». Non manca neanche Marilyn Monroe. «Tesoro, ma tu hai davvero spompinato quasi tutti i farmacisti di Beverly Hills in cambio di Nembutal e Dilaudid! Forse io non avrei dovuto sputtanarti così, ma è un diritto sancito dal Primo Emendamento».
James Ellroy (Los Angeles, 4 marzo 1948)
Ormai Freddy non può più aspettare: vuole arrivare al piano di sopra. E dai suoi guardiani arriva una speciale offerta di redenzione: nel restituirgli il corpo che aveva negli anni Cinquanta, gli permettono di entrare in contatto telepatico con uno svitato scrittore: James Ellroy. A lui dovrà confessare ogni peccato.
Ellroy e Otash si erano conosciuti durante gli ultimi mesi di vita di quest’ultimo. Ellroy avrebbe voluto trarre una serie tv dalla storia di Freddy, ma questi aveva tirato le cuoia prima del tempo. «È la mia storia, non la sua. Lui è qui solo per negare il mio nichilismo e nuotare nella mia narrazione», chiarisce Otash. «Freddy, io ti conoscevo appena», prosegue Ellory. «Mi piacevi, ma non ti rispettavo. C’è una differenza. Com’è l’aldilà, testa di cazzo? Redimiti, rettile. Sì, mi sono appropriato del tuo stile strambo. Ma non sono te, brutto oltraggiatore di omosessuali e raconteur razzista».
Eppure, pagina dopo pagina, le due personalità si confondono e si sovrappongono, in una simbiosi dannatamente perfetta. E lungo il viale della memoria fanno la loro comparsa tutti i protagonisti della Mecca del cinema, accompagnati da un corredo di inconfessabili perversioni. Ci sono, tra tutti, James Dean, intento a filmare gli incontri sessuali del superdotato Don Cavallo con la cantante June Christie, e Ronald Reagan, presente ad un’esclusiva proiezione del video. E soprattutto Elizabeth Taylor, con cui Otash ebbe una spensierata storia di sesso a tre, complice la sua fidanzata e socia in affari Joi… Ma la lista delle star coinvolte sarebbe assai più lunga, come quella dei peccati di Freddy. Al quale i diavoli del Purgatorio, invece dell’agognato perdono, riserveranno una spiacevole sorpresa.

Manuel Lambertini

sabato 20 luglio 2013

Giampiero Calderoni

Con Carolina Crescentini e Giampiero Calderoni
A volte ricordare una persona appena scomparsa è un dovere morale, un impegno da onorare ad ogni costo; ma che la scelta di mettere per iscritto i propri ricordi nasca da un'istintiva e irrefrenabile necessità è cosa assai rara. Come lo era, per l’appunto, la persona di Giampiero Calderoni.
Per presentarlo non bastano parole come «cacciatore di vip», «collezionista di autografi» o «presenzialista» (il termine tecnico sarebbe «angolista», una fortunata definizione che l'amico film-maker Walter Ciusa ha mutuato dal poker), che pure riassumono con una certa esattezza la sua principale occupazione. Giampiero aveva ormai acquisito lo status di “personaggio pubblico”, ed era conosciuto in ogni parte d’Italia, forse più di quanto lui stesso immaginasse. Lo conoscevano ovunque come “il Prof.”, per via di una laurea in Economia e Commercio e di un passato da insegnante negli istituti tecnico-commerciali. Per noi che facevamo parte della sua banda era “il Sommo”, “il Boss”. Avrebbe voluto essere ricordato come «un uomo vissuto per lo spettacolo».
Dopo averne reso pubblica la scomparsa, sulla pagina Facebook che il suo ammiratore Luca Coralli aveva creato per lui nel gennaio 2011, ho assistito in presa diretta ad un inarrestabile e stupefacente passaparola, con una valanga di messaggi di cordoglio. Gli apprezzamenti alla pagina sono triplicati, e la notizia è stata ripresa dai quotidiani e da diverse radio locali. I cacciatori d’autografi sanremesi, particolarmente addolorati, mi hanno tutti detto di non riuscire ad immaginare il Festival della Canzone senza di lui.
Giampiero Calderoni ed Emir Kusturica
Il mio annuncio del 16 luglio, che inizialmente voleva essere laconico e distaccato, cominciava così: «Il professor Giampiero Calderoni è stato trovato senza vita nella sua casa di Imola nel pomeriggio di ieri, 15 luglio 2013. Chi lo conosceva ricorderà il suo humour nero e le sue battute spinte, ma questo non è uno scherzo». Dal giovedì della settimana precedente, aggiungevo, si era reso irreperibile. La sua assenza ad eventi a cui non avrebbe potuto mancare per nulla al mondo aveva preoccupato le persone che gli erano più vicine: due di loro, la faentina Barbara e il forlivese Marco, erano andati a cercarlo a casa e si erano decisi a chiamare i vigili del fuoco, che sfondata la porta ne avevano constatato la morte.
Nei sei anni di scorribande passati insieme, scrivevo, ho visto Lucio Dalla e Gianni Morandi salutarlo sempre con affetto e invitarlo generosamente ai loro spettacoli. Ho visto Lola Ponce rientrare all’Hotel Baglioni all’1.30 della notte e convincere Giò Di Tonno a ritirare fuori la chitarra dal fodero, per cantare davanti a lui: «Dedichiamogli un bel concerto, al Principe!». E ho visto un altro “Principe”, Francesco De Gregori, sempre così schivo e accigliato, avvicinarglisi nel retro del palco di Piazza Maggiore prima di un concerto e dirgli, quasi con premura: «Non senti niente da qui, devi andare là davanti».
La notizia della sua morte era stata riportata con una certa rilevanza anche nella cronaca del Resto del Carlino di Imola. Ma non avrebbe avuto la stessa eco se un’amica degli «angolisti», la giornalista di Repubblica Giorgia Olivieri, non avesse pubblicato un lungo articolo nell’edizione on line del giornale. Articolo che è arrivato sotto gli occhi di molti degli artisti che conosceva e delle più importanti personalità bolognesi. Hanno poi fatto seguito il Corriere, con una lunga photogallery, e Il fatto quotidiano. Gianni Morandi in persona, citando l’articolo di Repubblica sul suo profilo Facebook, gli ha infine reso un omaggio che lo avrebbe emozionato: «Conoscevo bene Giampiero, mi seguiva nei concerti. C’era sempre, il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. E’ venuto per due anni a Sanremo, quando conducevo io ed eravamo diventati amici. L’avevo visto poco tempo fa a Bologna. Mi mancherà… Ciao prof».
Grazie sempre a Giorgia Olivieri, il nome del Prof. era già comparso sulla stampa locale nel luglio 2010 (in un articolo intitolato Cacciatori d’autografi: anche appostarsi è un’arte), accanto a quelli degli altri componenti della banda: “il Matto” (Marco, il suo braccio destro, noto anche come “Lametta”, “Schwarzenegger” e “Unabomber”), “il Matis”, “Cavallino”, “Little Tony”, Luigi Finetti e il sottoscritto (ancora orfano di nome de guerre!). Mancavano alla lista di allora alcuni battitori liberi come “Bagnacavallo”, “l’Uomo Nero”, “il Catanese”, la già citata “Faentina”, “la Madre e il Figlio” e "il Monaco", alcuni dei quali non avevano ancora ufficializzato la loro stabile appartenenza al gruppo.
Avevo conosciuto il Professore «on the road», nel maggio 2007, al termine di un incontro con Morgan alle Scuderie di piazza Verdi. Pioveva, ed io mi ero offerto di accompagnarlo con l’ombrello per le vie della zona universitaria, sulle tracce del trasgressivo cantautore. A diciassette anni, non immaginavo che quel giorno avrebbe segnato uno spartiacque, nella mia vita; e oggi mi rendo conto di non avere ancora acquisito piena coscienza di cosa significherà non vedere più profilarsi all’orizzonte la sua barcollante figura barbuta.
Era un uomo esplosivo, nella corporatura come nel carattere. Esplodeva in fragorose risate e in spettacolari attacchi di collera. Possedeva un’eccezionale capacità di osservazione, a cui univa una memoria dalla portata ciclopica. Forte di un’esperienza cinquantennale, pianificava ogni nuova imboscata come fosse la prima, senza dare nulla per scontato. Appena lo conobbi, divenni per lui una sorta di fotografo personale: avevo il compito di immortalarlo al fianco del personaggio di turno e di fargli avere le foto in tempi brevi. Guai a stamparle in un tipo di carta diverso da quello cui era abituato: se ne accorgeva, e le rifiutava! Luigi Finetti, investito del compito di accompagnarlo in auto nei luoghi che non poteva raggiungere in treno, mi diceva che «lo viziavo». Ed era vero.
Una volta, infatti, Luigi non poté portarlo ad uno dei tanti concerti che si tenevano al Futurshow Station di Casalecchio. Così lui si rivolse a me con fare imperioso. Mi spiegò che se fosse tornato in stazione in autobus non sarebbe riuscito a prendere il treno di mezzanotte e mezzo per Imola, e avrebbe dovuto passare la notte a Bologna. Quella sera, però, avevo già un impegno con altri due amici, e poi dovevo vedermi con lo stesso Marco. Pur con qualche malumore, sembrò capire la situazione e non insistette. Forse si illuse di riuscire a tornare ad Imola comunque, magari abbandonando il concerto prima della fine, o più probabilmente continuò a coltivare la speranza di vedermi comparire sul posto, come un tassista improvvisato... Inutile dire che nulla di ciò avvenne.
Ma un destino inclemente volle che proprio quella notte andassi con Marco alla stazione, e che incontrassi Giampiero davanti alle scale del primo binario. Non impiegai molto tempo a capire che aveva perso il treno.
«Non farti neanche vedere! Tu sei un pezzo di merda!» urlò puntandomi l’indice contro, e attirando l’attenzione della fauna umana più variegata che si potesse trovare. Infatti ci si avvicinò un magrebino mezzo ubriaco e dall’aria confusa:  «Io conoscere lui… Lui buono… Cosa avere fatto tu a lui?»
«Niente, niente, è tutto a posto…», balbettavo io per sdrammatizzare.
«C’è che è un coglione! Diglielo anche tu che è un coglione!» continuava il Prof., implacabile.
Per fortuna quelle imprecazioni non ebbero seguito, il magrebino rinunciò alla mediazione e nel giro di un quarto d’ora tutto tornò alla normalità.
Giampiero Calderoni sul set di Un matrimonio di Pupi Avati 
È sempre vissuto ai margini, Giampiero Calderoni. Agli «angoli», per l’esattezza. Da molti anni aveva lasciato l’insegnamento – perché si era semplicemente «rotto le palle» – e viveva con i risparmi ereditati dalla madre. A vederlo girare per strada, sembrava l’ultima delle persone a cui si sarebbe potuta attribuire una qualche importanza. E davvero non so cosa darei per fargli sapere di quanto affetto fosse riuscito a circondarsi; perché di quell’affetto, in vita, non ha mai avuto nemmeno un vago sentore. Nei nostri racconti abbiamo ammantato la sua vicenda umana di una grazia che in realtà si manifestava solo in fuggevoli, impercettibili bagliori. Scintille di tenerezza che lui stesso, per una strana forma di pudore, soffocava con battute scurrili e frasi sprezzanti. Con noi “colleghi” era a proprio agio, è vero, e dava libero sfogo ai lati più capricciosi e grotteschi del suo carattere; ma non aveva mai smesso di sentirsi addosso gli sguardi di riprovazione della “gente normale”, e sono certo che nell’intimo gli pesassero, anche se si divertiva a sbeffeggiarli.
Gli restavano però gli artisti. Loro non lo avrebbero mai deluso. Era convinto che in lui vedessero quello che loro stessi sarebbero potuti diventare se una strana combinazione di talento, impegno e fortuna non li avesse portati alla notorietà. Come ha scritto anche Giorgia Olivieri, «per uno strano ribaltamento di ruoli, era il vip che lo andava ad omaggiare». Proprio così. I vip rendevano omaggio al freak. E gli aneddoti da raccontare sarebbero centinaia. Da Pippo Baudo ad Al Bano, da Lucio Dalla a Ligabue, passando per Massimo Ranieri, Ron, Cesare Cremonini, Max Pezzali, Biagio Antonacci, Irene Grandi, Francesco Renga, i Subsonica, Elio e le Storie Tese, Giovanni Allevi, Simone Cristicchi, Enzo Iacchetti, Red Ronnie: per lui erano tutti «amici».
«E tu da dove arrivi, dalla steppa?» gli chiese una volta, divertita, Valeria Golino.
Luigi Finetti, Al Bano e Giampiero Calderoni
Non si contano poi gli artisti del passato che aveva conosciuto e di cui poteva tracciare originalissimi profili caratteriali. Diceva di aver letto un solo libro fino all’ultima pagina: l’autobiografia di Vittorio Gassman, Un grande avvenire dietro le spalle, di cui vantava una copia firmata. Spesso ricordava anche di aver visto Walter Chiari dormire in macchina fino a pochi minuti prima dello spettacolo. «Io e te dobbiamo vederci sempre» gli disse qualche anno fa Enzo Garinei, abbracciandolo. «Tu porti fortuna!».
Di alcuni cantanti si era infatuato negli ultimi anni: i Sonohra su tutti. Altri, come l’inossidabile Morandi, non lo stancavano mai. E il grande Dario Ballantini rafforzò inconsapevolmente il suo sodalizio ideale col cantante di Monghidoro… Durante una festa in un famoso showroom di Calderara di Reno, Ballantini si esibì in un’imitazione di Morandi nella quale cantava Banane e lampone; nel momento clou del brano, si inginocchiò platealmente davanti a Giampiero: «Per fortuna io ho te, amore!».
Per concludere, una precisazione che a chi mi conosce parrà superflua. Non c’è un solo minuto di quelli trascorsi col Professore che consideri tempo perso. Anzi, rimpiango di non essere mai andato con lui a Sanremo. E di non poter riavvolgere il nastro per rivivere tutto daccapo.

Manuel Lambertini 

domenica 30 giugno 2013

Margherita Hack

Margherita Hack
(Firenze, 12 giugno 1922 - Trieste, 29 luglio 2013)
«Stella rossa» titola oggi il manifesto, salutando Margherita Hack con un appellativo che di sicuro l’avrebbe fatta sorridere. Quasi a disperdere le vivaci polemiche che l’avevano vista protagonista in vita, il presidente Napolitano si è limitato a dire, molto semplicemente, che «ha onorato l’Italia»: già nel maggio 2012, in vista del suo novantesimo compleanno, l’aveva nominata Dama di gran croce «per il costante e instancabile impegno profuso nella ricerca scientifica e al servizio della società, che la rende esempio di straordinaria dedizione e coerenza per le giovani generazioni».
Era peraltro inevitabile che nel giorno della scomparsa il suo attivismo e il suo impegno civile fossero ricordati assai più dei pur altissimi meriti scientifici. Era un'astrofisica comunista, atea e vegetariana. Di una schiettezza indomabile, irriverente. Appassionata di gatti (ne aveva otto) e di bicicletta: «Si va abbastanza forte per assaporare l’ebbrezza della velocità e coprire distanze più lunghe di quelle che si fanno a piedi. E si va abbastanza piano per poter gustare il paesaggio e immergersi nella natura e nei suoi odori». Razionale fino allo scetticismo, ma mai superficiale: «Nella nostra galassia ci sono quattrocento miliardi di stelle, e nell’universo ci sono più di cento miliardi di galassie. Pensare di essere unici è molto improbabile». Mangiapreti irriducibile e impenitente. Emblematico lo scambio di battute che ebbe con il vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti; questi, al termine di un esuberante dibattito, cercò di concludere l’incontro nel segno di una curiale conciliazione: «Questa serata è veramente da annali per il modo con cui ci siamo trattati: con molto rispetto…». Ma la Hack non riuscì proprio a lasciargli l’ultima parola: «E che, ci si doveva prendere a pugni?!?».
La incontrai una prima volta al Biografilm Festival di Bologna, nel giugno 2008: in quei giorni partecipò alla presentazione del film di Marina Catucci e Roberto Salinas, Il secolo lungo, festeggiò con un certo distacco l’ottantaseiesimo compleanno e aderì convintamente al Gay Pride.
Margherita Hack a Marzabotto, 25 aprile 2011
Indimenticabile poi la testimonianza che lasciò a Monte Sole il 25 aprile 2011, quando commemorò l’eccidio nazista del ’44 e invocò tra gli applausi «una nuova resistenza, una resistenza che si può fare con la scheda elettorale», denunciando i tagli alla cultura e alla scuola pubblica, il razzismo verso i rom, gli immigrati e gli omosessuali, nonché il processo di smantellamento che il governo Berlusconi stava infliggendo alla Costituzione e alla laicità dello Stato: «C’è un’acquiescenza verso i dettami del Vaticano che non c’era nemmeno nella Democrazia Cristiana. La Democrazia Cristiana era molto più laica, anche se tra i democristiani c’erano molti veri cristiani. Questi qua, che sono tutto il contrario di quello che predica il cristianesimo, sono succubi, e non permettono che si faccia una legge sul testamento biologico, non permettono che io sia libera di disporre come voglio morire!». Il suo intervento fu il momento più toccante della cerimonia. Alla fine si trovò assediata dall’affetto della gente. Ragazzi giovani la abbracciavano, la baciavano. Mentre il marito Aldo De Rosa, al suo fianco da oltre 70 anni, agitava scherzosamente la stampella, fingendosi geloso: «E basta, via, basta!».
Ebbi la fortuna di rivederla solo qualche mese dopo, alla libreria Ambasciatori, per una delle tante presentazioni di libri che teneva in giro per l’Italia. Invece delle solite frasi di circostanza, preferii dirle che ero  anch'io a Marzabotto, quel giorno. E aggiunsi che era stato un momento bellissimo. «Se è stato così bello per lei, provi a immaginare quanto lo è stato per me!», si limitò a rispondere.

Manuel Lambertini

domenica 23 giugno 2013

L'albero di Pamuk

É una storia di quasi sessant'anni fa, che i drammatici avvenimenti della Turchia di oggi hanno fatto tornare attuale. É la piccola storia di un albero, ed ha come narratore un testimone d’eccezione: Orhan Pamuk, il più celebre scrittore turco vivente, premio Nobel per la letteratura nel 2006 e autore di opere come Il castello bianco (1985), Il mio nome è Rosso (1998) e Neve (2002).
Era il 1957. Orhan aveva appena cinque anni e viveva in quello che era già noto come Palazzo Pamuk, nel quartiere di Nişantaşi, distretto di Şişli, Istanbul. Un giorno il comune decise di tagliare il castagno che si trovava davanti all’abitazione della sua famiglia, per fare della via un moderno boulevard. Per mesi i genitori di Orhan tentarono di mediare con le autorità, senza ricevere il minimo ascolto. Perfino l’opposizione dell’intero quartiere sembrava non potere nulla contro la decisione di «burocrati presuntuosi» e «amministratori autoritari». Ma alla vigilia dell’abbattimento, suo padre Gündüz, suo zio Aydin, e tutti i membri della famiglia restarono in strada giorno e notte a vegliare sull’albero. I funzionari comunali finirono per desistere, e il castagno è ancora davanti a Palazzo Pamuk, a rappresentare qualcosa di più di una piccola storia famigliare.
Orhan Pamuk (Istanbul, 7 giugno 1952)
«Oggi, piazza Taksim è il castagno di Istanbul e deve continuare ad esserlo», ha scritto Pamuk in un breve articolo pubblicato il 6 giugno da Repubblica. Nell’esprimere il proprio sosegno ai ragazzi che dalla fine di maggio protestano contro la decisione di sradicare i seicento alberi del Gezi Park di piazza Taksim, che dovrebbero cedere il posto ad un faraonico centro commerciale, lo scrittore ha condannato la «crescente deriva del governo verso l’autoritarismo», dicendosi però certo che «la gente di Istanbul non rinuncerà né al suo diritto di tenere manifestazioni politiche in piazza Taksim, né ai suoi ricordi, senza combattere».
Nelle settimane seguenti alle dichiarazioni di Pamuk, i manifestanti di Occupy Taksim sono stati più volte dispersi e brutalmente picchiati dalla polizia. Le immagini della repressione hanno fatto il giro del mondo. Dopo aver dichiarato di non ricoscere la legittimità del Parlamento Europeo, che nei giorni scorsi ha approvato una risoluzione di condanna delle aggressioni, ora il premier Erdogan afferma che il Brasile della Confederation Cup è vittima dello stesso complotto ordito contro la Turchia: «Coloro che hanno fallito in Turchia stanno facendo del loro meglio in Brasile. I simboli sono gli stessi, i manifesti sono gli stessi, Twitter e Facebook sono gli stessi, i media internazionali sono gli stessi. Le proteste sono condotte dallo stesso centro».
Nel momento in cui la ormai decennale egemonia del partito islamico AKP di Erdogan assume tratti antidemocratici e grotteschi, tornano alla mente le parole che proprio Pamuk scrisse nel più famoso dei suoi romanzi, Il mio nome è Rosso (Einaudi, 2001). Nel passaggio che segue, la voce narrante è quella di un albero disegnato: «Un grande maestro miniaturista europeo e un altro grande miniaturista camminavano su un prato europeo e parlavano di maestria e arte. Di fronte a loro si parò una foresta. Quello più abile disse all’altro: “Disegnare con metodi nuovi significa avere una maestria tale che, una volta disegnato un albero di questa foresta, un appassionato che guardi il disegno venga qui e possa distinguere quell’slbero in mezzo agli altri”. Io, il povero disegno di albero che vedete, ringrazio di non essere stato disegnato con una simile mentalità. Non perché abbia paura che se fossi stato disegnato con i metodi europei tutti i cani di Istanbul, credendomi vero, mi avrebbero pisciato sopra. Ma perché io non voglio essere un vero albero ma il suo significato».

Manuel Lambertini

mercoledì 22 maggio 2013

Don Andrea Gallo

Bologna, 5 luglio 2007
Il fatto che si rivolgesse ai ragazzi della Comunità di San Benedetto al Porto chiamandoli «i miei drogati di merda» aveva colpito anche me. Ma mai avrei immaginato di leggere la stessa espressione nel libro di Loris Mazzetti, Sono venuto per servire (Aliberti, 2010). Don Andrea Gallo era ormai diventato un’icona movimentista: solo negli ultimi cinque anni erano stati pubblicati almeno dieci libri sulla sua figura; e a quasi ottantatre anni, con lo spettacolo Io non taccio, questo nuovo, infaticabile Savonarola aveva debuttato alla sua maniera in teatro, toccando tutte le più importanti “piazze” d’Italia.
L’amicizia con Fabrizio De André lo aveva segnato nel profondo: «Per me c’è un quinto Vangelo, il Vangelo secondo De André», disse una volta ad un cardinale. Perché «dai diamanti non nasce niente, / dal letame nascono i fiori». Oppure, per citare altri versi che gli erano cari: «Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane / ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame». «Belin, Don Gallo, lo sai perché ti sono amico?» gli chiedeva Faber. «Perché sei l’unico prete che non mi vuole mandare in Paradiso a tutti i costi». Molti gli artisti che era riuscito a conquistare: da Vasco Rossi a Manu Chao, da Celentano a Tonino Carotone. E alla fine anche la sua Genova era arrivata a ricambiarlo con inusitata generosità. Ma sono stati gli ultimi, i tanti Michè e le tante Marinella, ad accompagnarlo per tutta la vita, e a dargli conforto nelle difficili ore che ne hanno preceduto la morte.
Fu prima cappellano al carcere di Capraia, poi viceparroco alla parrocchia del Carmine. Giunto a San Benedetto al Porto, dette vita alla famosa comunità. Nell’arcidiocesi del cardinale Siri, durante l’estate del 1970, pronunciò un’omelia “scandalosa”: più dell’hashish, disse di temere le droghe del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può passare per «inadatto agli studi» se figlio di povera gente, e i cui effetti trasformano un bombardamento di civili in «azione a difesa della libertà». Da allora proseguì sul proprio cammino con la stessa radicale coerenza, in direzione ostinata e contraria: partigiano, educatore di strada, prete anarchico, antiproibizionista… «Comunista? Eh, la Madonna! Socialista? Ultimo dei no global? Mi sono state attribuite tante etichette, ma io non ho scelto un’ideologia, a vent’anni ho scelto Gesù: ci siamo scambiati i biglietti da visita e sul suo c’era scritto “sono venuto per servire e non per essere servito”».

Manuel Lambertini

lunedì 6 maggio 2013

Giulio Andreotti

Giulio Andreotti
(Roma, 14 gennaio 1919 - Roma, 6 maggio 2013)
Correva l’anno 1966. Il presidente del Soviet Supremo Nikolaj Podgornyj, in visita ufficiale in Italia, si era recato negli stabilimenti Fiat di Torino, accolto da Gianni Agnelli e da una folta delegazione del Partito comunista italiano e delle organizzazioni sindacali. In rappresentanza del terzo governo Moro, lo accompagnò il neo-ministro dell’Industria, il quarantasettenne Giulio Andreotti.
Durante la colazione che seguì alla visita, questi sedette alla destra di Podgornyj, sotto lo sguardo incuriosito del comunista Giancarlo Pajetta. Riferendo l’episodio nel libro L’Urss vista da vicino (Rizzoli, 1988), Andreotti immaginò quest’ultimo intento a riflettere sulle «bizzarrie della storia»: «A ricevere per il governo italiano il numero uno dell’Urss non era lui, che in carcere aveva sacrificato la sua gioventù vedendo in Mosca il perno della riscossa contro il fascismo, ma un democristiano».
Lo stesso Pajetta, molti anni più tardi, avrebbe redarguito in pubblico un altro importante dirigente russo, il presidente del Soviet delle Nazionalità Vitalij Ruben: l'esponente del Pcus, nel tenere un discorso dinanzi alla commissione Esteri presieduta da Andreotti, usò due volte l’espressione: «Per grazia di Dio…». Pajetta gli gridò: «Dici “grazia di Dio” per far piacere ad Andreotti!»; ottenne in risposta: «Io non sono un senza Dio come te: sono luterano». E il segretario del Pci Alessandro Natta, nel novembre 1984, restò attonito di fronte a una domanda dell’ambasciatore sovietico Lunkov: «Perché il Pci attacca Andreotti anche a rischio di eliminare dalla scena uno dei pochi diplomatici occidentali che vuole e sa parlare con i sovietici?».
Romano Prodi, Sandro Pertini e Giulio Andreotti (1978)
Andreotti e Podgornyj, in quel lontano 1966, ebbero un lungo e proficuo scambio, nel quale il presidente del Soviet Supremo toccò gli argomenti più diversi: dall’andamento dell’annata agraria all’età di pensionamento degli operai, dal sistema universitario al campionato di calcio. Ma quando il dialogo sfiorò il tema dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, cominciarono ad affiorare i primi imbarazzi. Quindi Podgornyj pose quella che definì «una domanda molto confidenziale e riservata»: nei giorni successivi avrebbe dovuto recarsi in udienza dal Papa, e voleva sapere se all’ospite fosse concesso fumare. Senza una sigaretta tra le mani, confessò, nei colloqui importanti si sentiva confuso e gli sembrava di impazzire. Il suo ambasciatore a Roma lo aveva pregato di trattenersi, e Andreotti confermò che di norma il fumo era escluso durante le udienze. Ma per lui intravide buone possibilità di scavalcare il protocollo… «Quando Paolo VI era monsignor Montini, qualche sigaretta alla fine dei pasti l’accendeva», disse riferendosi ai tempi in cui il futuro Pontefice assisteva gli universitari cattolici. «Se sedendosi troverà un portacenere, vuol dire che il messaggio è stato raccolto».
Il giorno dell’udienza, Podgornyj trovò il portacenere sul tavolino.
Anche questo – soprattutto questo – era Giulio Andreotti.

P. S.
Per i cultori degli aneddoti e dei retroscena, il Divo Giulio non è stato un uomo politico come tanti. È stato un mito. E non per la logora vulgata che lo vuole più legato di chiunque altro ai mille misteri italiani, ma per essere stato il solo a rendere pubblica la parte più "innocua" e folcloristica della vita politica nazionale e internazionale, con una ventina di libri divenuti best seller e innumerevoli scritti, appunti d'archivio e interviste. Elegante, freddo, inafferrabile. Nulla della sua vicenda politica sarà mai comprensibile se non ci si chiederà quale sia stato, per l'Italia degli anni di piombo, il prezzo della democrazia. «Un grande statista? Sì, ma del Vaticano», chiosava un suo inguaribile estimatore, il presidente emerito Cossiga. «Sono nato sotto un Benedetto e morirò, spero non prestissimo, sotto un altro Benedetto», aveva dichiarato lui dopo l’elezione di Joseph Ratzinger al soglio di Pietro. Solo una eccezionale, imprevedibile «bizzarria della storia» ha impedito alla sua profezia di avverarsi.

Manuel Lambertini