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sabato 10 agosto 2013

L’anima nera di James Ellroy

Nel periodo estivo, si sa, i libri giallo-noir dilagano. E alcuni anni fa la Repubblica e l’Espresso inaugurarono la collana «Le strade del giallo» proprio con L. A. Confidential di James Ellroy. Oggi è invece la Einaudi a pubblicare un nuovo racconto del grande scrittore californiano, dal titolo Ricatto, con traduzione di Alfredo Colitto. Un’opera certamente minore e senza grandi ambizioni, ma che raggiunge irresistibili punte di divertimento e che si rivela un concentrato densissimo del più puro stile Ellroy.
Il romanzo, uscito negli Usa l’anno scorso in versione ebook, è la confessione di Freddy Otash, poliziotto corrotto, detective privato, gola profonda del tabloid scandalistico «Confidential». Il re dell’estorsione, nella Los Angeles dei ruggenti anni Cinquanta. Uno scellerato mercenario con una morale: «Lavoro per tutti tranne i comunisti. Faccio di tutto tranne un omicidio». Un personaggio realmente esistito, ed una vecchia conoscenza per i lettori di Ellroy: era già comparso nei romanzi della «trilogia americana», Sei pezzi da mille (Mondadori, 2001) e Il sangue è randagio (Mondadori, 2009), oltre ad aver ispirato lo stesso L. A. Confidential (Mondadori, 1991).
Questa volta Freddy si trova nel Purgatorio dei perversi, Cella 2607, Braccio degli sconsiderati scassafamiglie. Le anime delle star di Hollywood scendono dal Paradiso e fanno la fila per pungolarlo con il forcone. Da «quel segaiolo» di Johnnie Ray ad Ava Gardner, una «nefasta ninfomane, con una delirante devozione per il salame nero»; da «quel finocchio minidotato» di Montgomery Clift a John Fitzgerald Kennedy, seguito dalla moglie Jackie. «Una storia del 1953. Feci circolare un video di JFK che somministrava la salsiccia a Ingrid Bergman. Frank Sinatra mostrò il video a Jackie, creando una specie di tsunami». Non manca neanche Marilyn Monroe. «Tesoro, ma tu hai davvero spompinato quasi tutti i farmacisti di Beverly Hills in cambio di Nembutal e Dilaudid! Forse io non avrei dovuto sputtanarti così, ma è un diritto sancito dal Primo Emendamento».
James Ellroy (Los Angeles, 4 marzo 1948)
Ormai Freddy non può più aspettare: vuole arrivare al piano di sopra. E dai suoi guardiani arriva una speciale offerta di redenzione: nel restituirgli il corpo che aveva negli anni Cinquanta, gli permettono di entrare in contatto telepatico con uno svitato scrittore: James Ellroy. A lui dovrà confessare ogni peccato.
Ellroy e Otash si erano conosciuti durante gli ultimi mesi di vita di quest’ultimo. Ellroy avrebbe voluto trarre una serie tv dalla storia di Freddy, ma questi aveva tirato le cuoia prima del tempo. «È la mia storia, non la sua. Lui è qui solo per negare il mio nichilismo e nuotare nella mia narrazione», chiarisce Otash. «Freddy, io ti conoscevo appena», prosegue Ellory. «Mi piacevi, ma non ti rispettavo. C’è una differenza. Com’è l’aldilà, testa di cazzo? Redimiti, rettile. Sì, mi sono appropriato del tuo stile strambo. Ma non sono te, brutto oltraggiatore di omosessuali e raconteur razzista».
Eppure, pagina dopo pagina, le due personalità si confondono e si sovrappongono, in una simbiosi dannatamente perfetta. E lungo il viale della memoria fanno la loro comparsa tutti i protagonisti della Mecca del cinema, accompagnati da un corredo di inconfessabili perversioni. Ci sono, tra tutti, James Dean, intento a filmare gli incontri sessuali del superdotato Don Cavallo con la cantante June Christie, e Ronald Reagan, presente ad un’esclusiva proiezione del video. E soprattutto Elizabeth Taylor, con cui Otash ebbe una spensierata storia di sesso a tre, complice la sua fidanzata e socia in affari Joi… Ma la lista delle star coinvolte sarebbe assai più lunga, come quella dei peccati di Freddy. Al quale i diavoli del Purgatorio, invece dell’agognato perdono, riserveranno una spiacevole sorpresa.

Manuel Lambertini

domenica 5 agosto 2012

Cinquant'anni senza Marilyn

A Truman Capote aveva confidato la volontà di essere cremata, e il desiderio di vedere le proprie ceneri disperse nell’oceano. E proprio quel geniale, autodistruttivo Capote, in Musica per camaleonti, l’avrebbe poi descritta come «una bellissima bambina», lasciando inviolate tutte le emozioni con cui la diva più famosa del mondo aveva conquistato anche gli spettatori meno impressionabili.
Ma non sono le onde del mare a custodire i resti di Norma Jeane Baker, e a cullarli nel loro eterno infrangersi contro le scogliere della West Coast. Marilyn Monroe – questo il nome con cui si fece conoscere, a partire dalla metà degli anni ’40 – riposa al Westwood Village Memorial Park Cemetery, in quella Los Angeles che il 1° giugno 1926 le aveva dato i natali. La sua vita si spegneva la notte tra il 4 e il 5 agosto 1962, dopo un’overdose di barbiturici che fu subito liquidata come «probabile suicidio».
Con questa tragica uscita di scena, all’età di trentasei anni, il mito di Marilyn veniva consegnato ad un’immortalità che forse era già inscritta nel suo triste destino. Lei che fin da piccola, con occhi sognanti, osservava le impronte dei divi di Hollywood stampate sul cemento dinanzi al Chinese Theatre. Lei che, orfana di padre e mai amata dalla madre, raccontava agli amichetti di essere figlia di Clark Gable, senza sapere che col Rhett Butler di Via col vento avrebbe condiviso il set dell'ultimo film, Gli spostati (1961).
Nella sua folgorante carriera, tanti successi e tante sofferenze. Numerosi amanti, anche celebri, e tre matrimoni – con James Dougherty (1942-1946), Joe Di Maggio (1954), Arthur Miller (1956-1961) –, quattro se si conta anche quello celebrato quasi per gioco a Tijuana, nell’ottobre 1952, con l’amico Robert Slatzer. Una trentina le pellicole a cui prese parte, per la regia dei più importanti cineasti dell’epoca: da John Huston a Billy Wilder, da Howard Hawks a George Cukor, passando per Jean Negulesco, Henry Hathaway, Laurence Olivier. Il ruolo di «Zucchero» nel capolavoro di Wilder, A qualcuno piace caldo (1959), le valse un Golden Globe. E titoli come Niagara, Gli uomini preferiscono le bionde, Come sposare un milionario (1953), Quando la moglie è in vacanza (1955), Il principe e la ballerina (1957) segnarono la sua incontenibile, definitiva irruzione nel firmamento delle stelle di Hollywood.
Non fu infatti la prematura scomparsa a trasformarla in leggenda. Essa creò, semmai, una seconda leggenda, nella quale cominciarono ad aggirarsi – come comparse, ma niente di più – tutti i protagonisti dell’America di allora: John e Robert Kennedy, la mafia, la Cia, l’Fbi con il suo potente direttore J. Edgar Hoover, gli intellettuali di sinistra e dalle pericolose simpatie comuniste… Una leggenda dentro la leggenda, alimentata dai più inquietanti sospetti circa la fine di un’attrice instabile, che poteva essere entrata in possesso di informazioni imbarazzanti.
Marilyn ritratta da Bert Stern (1962)
Perchè Marilyn Monroe era molto più che un’attrice fra le tante, come ebbe a scrivere il grande Norman Mailer nella «biografia romanzata» che dedicò alla diva nel 1973: «Poteva anche avere la voce modesta e la carne morbida della ragazza della porta accanto, ma sullo schermo era più grande che nella vita. Già agli inizi degli anni Cinquanta, l’era di Eisenhower, Marilyn prometteva che sarebbe venuto un tempo in cui il sesso sarebbe stato facile, dolce e democratico per tutti. Il suo stomaco, libero da corpetti o guaine, sporgeva in un pieno ventre di donna, terribilmente inelegante, un’affermazione di un ventre frequentemente inumidito di seme – quel ventre che non avrebbe mai avuto un bambino – e i suoi seni puntavano boccioli e germogli di carne sulla faccia di molti sudati patiti del cinema. Era una cornucopia, dispensatrice di sogni mielati». Un abbagliante sogno erotico collettivo, dunque, inconsapevole anticipazione di una rivoluzione dei costumi che si sarebbe realizzata solo dopo la sua morte: «Al suo apogeo, l’eco della sua piccola e perfetta creazione raggiunse l’orizzonte della nostra mente. Noi la udimmo parlare con quella flebile voce tintinnante così simile a un campanellino, ed esso suonò dopo la sua morte per tutto quel decennio degli anni Sessanta che lei aveva contribuito a creare, attraverso le sue esaltazioni, i suoi spettri e il suo centro magico. [...] Nella sua ambizione, così faustiana, e nella sua ignoranza delle dimensioni della cultura, nella sua liberazione e nei suoi desideri tirannici, nelle sue nobili aspirazioni democratiche intimamente contraddette dal sempre più ampio stagno del suo narcisismo (dove ogni amico o schiavo doveva bagnarsi), possiamo vedere lo specchio ingrandito di noi stessi, la nostra generazione esagerata e ora decisamente sconfitta; sì, essa condusse una ricognizione attraverso gli anni Cinquanta, e alla sua morte ci lasciò un messaggio: “Dateci dentro, ragazzi!”. Ora è lo spettro degli anni Sessanta».
Ebbene, è trascorso mezzo secolo da quella notte d’agosto in cui Marilyn lasciò la vita. A salutare questo anniversario, insieme ad un film con un’acclamatissima Michelle Williams, si sono ammassate decine e decine di pubblicazioni – tra ristampe e opere inedite – su quella che è ancora celebrata come «la donna più bella del mondo». È stata finalmente tradotta in italiano l’opera di Mailer appena citata, Marilyn (Dalai). E oltre al libro da cui è stato tratto il recente film, La mia settimana con Marilyn (Mondadori) di Colin Clark, è d’obbligo segnalare il romanzo noir di J. I. Baker, Il diario segreto di Marilyn (Rizzoli), Gli ultimi giorni di Marilyn Monroe (Rizzoli) di Keith Badman e La donna più bella del mondo (Aliberti) di Andrea Carlo Cappi, nonché i memoir fotografici di Lawrence Schiller, Andrè De Dienes e Bert Stern. Quest’ultimo, in particolare, ebbe in sorte di immortalarla solo sei settimane prima della scomparsa, in un servizio fotografico entrato nella storia. Vi è ritratta una fragile e bellissima bambina, assopitasi cinquant’anni fa. Una stella che non si spegne.

Manuel Lambertini