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domenica 21 settembre 2014

Il miracolo di Leonard Cohen

Leonard Cohen (Montreal, 21 settembre 1934)
C’è tutto Leonard Cohen nel duplice proposito di festeggiare l’ottantesimo compleanno con l’uscita di un nuovo album e con la vagheggiata riscoperta, dopo molti anni, del vizio della sigaretta. Ci sono il suo innato senso della disciplina e un fondo di radicalismo mai tradito, la fremente esaltazione e l’autodenigrazione. Nei prossimi giorni forse sapremo se la promessa di riprendere a fumare sia stata onorata; il nuovo disco è invece realtà: Popular Problems, in uscita il 23 settembre, si annuncia come il più "politico" dei suoi tredici album – nel cupissimo scenario di un’umanità disorientata da tragedie come l’11 settembre o l’uragano Katrina – e sembra preannunciare un’altra attesissima tournée.
«Viviamo prigionieri di un senso di paura e di sconfitta, minacciati da forze oscure che modificano le nostre vite», ha detto anche di recente, ribadendo quello che è sempre stato un punto fermo della sua poetica. «Tutti soffriamo, tutti siamo impegnati in una lotta per il reciproco rispetto. Dobbiamo cominciare a riconoscere che il nostro dolore è uguale a quello degli altri, che la nostra battaglia è legittima quanto quella dei nostri nemici».
Leonard Cohen e il maestro Roshi,
scomparso il 27 luglio 2014 a 107 anni.
Elementari necessità economiche ne avevano costretto il ritorno sulle scene, nel 2008, a seguito di una frode commessa ai suoi danni dalla manager Kelley Lynch: dopo essersi ritirato per circa sei anni nel monastero zen di Mount Baldy, a Los Angeles, ospite dell’amico e maestro Kyozan Joshu Sasaki Roshi, Cohen aveva scoperto che il suo conto in banca era stato prosciugato e i diritti d’autore delle  canzoni venduti. Rimessosi in pista, sarebbe incredibilmente riuscito a sconfiggere il fantasma del massacrante tour dell’album The Future (1992), che lo aveva fatto risprofondare negli abissi della depressione, e a regalarsi una volta per tutte il piacere del confronto col pubblico.
Se si potesse ripercorrere con uno sguardo il romanzo della sua vita, lo si vedrebbe studiare il Talmud e l’arte dell’ipnosi nella Montreal degli anni ’40, e imbattersi con incontenibile meraviglia nelle poesie di Federico García Lorca. Lo si ritroverebbe nell’isola di Idra, in Grecia, insieme all’amata Marianne e all’amico poeta Irving Layton; oppure all’Avana, in attesa di poter difendere la Revolución da un eventuale attacco americano; o ancora nel deserto del Sinai, a cantare per le truppe israeliane schierate nella guerra del Kippur e a scrivere il testo di Lover, lover, lover, poi dedicata «agli eserciti di entrambe le parti».
È attraverso la sua opera, le sue poesie in musica, che ciascuna di queste pagine viene illuminata con rigore ed eleganza, in un miracoloso vortice di fede, amore, perdizione, misericordia. Vi si ritrovano, tutte insieme, le donne della sua vita: Suzanne Verdal, la ballerina «mezza matta» della casa «vicino al fiume», che gli offre «tè ed arance venute dalla Cina»; Marianne Ihlen, la musa di So Long, Marianne; ma anche Joni Mitchell, l’algida Nico – protagonista della disperata One Of Us Cannot Be Wrong – e Janis Joplin, ricordata nella struggente Chelsea Hotel; poi Suzanne Elrod, madre dei suoi due figli, Adam e Lorca, la fotografa Dominique Issermann, l’attrice Rebecca de Mornay, la pianista Anjani Thomas e altre ancora.
Leonard Cohen e il chitarrista Javier Mas
È un universo, quello di Cohen, dove l’amore carnale e la fede sembrano concorrere in egual misura ad alleviare le sofferenze umane e a riempirle di senso, come nel brano che lo ha reso immortale, quell’Hallelujah scritta in cinque lunghi anni, e nell'ancor più intensa If It Be Your Will: «Lascia che la tua misericordia si riversi / su tutti questi cuori che bruciano all'inferno / se è tua volontà / di farci stare bene». Quando, in un’intervista del 1994, gli fu chiesto quale canzone avrebbe voluto scrivere, la sua risposta fu: «If It Be Your Will. E l’ho scritta io».
«Se conoscessi il luogo in cui abitano le canzoni lo visiterei più spesso», è una delle sue battute più frequenti. E oggi che ha dichiarato di aver prodotto Popular Problems sotto l’influsso di un’ispirazione torrenziale, sembrano trovare conferma le parole della sua biografa Sylvie Simmons, secondo cui il tour del 2008 e l’album Old Ideas del 2012 gli avrebbero fatto raggiungere quella condizione di leggerezza e serenità che aveva sempre cercato. Sono stati invece smentiti coloro che avevano visto Old Ideas come un congedo, per quanto ancora incisivo e disinvolto: Leonard Norman Cohen, ebreo osservante «nato con l’abito» e monaco zen dal sorriso obliquo, non ha in programma alcun commiato.


Manuel Lambertini

venerdì 13 dicembre 2013

Sempre Compagno, Jack Hirschman

Jack Hirschman (New York, 13 dicembre 1933)





Io non faccio schiavi
e la mia schiavitù è un respiro

sono una cosa del nulla
sono meno che, e più

io con zero
dieci
E in tale felicità
resisto a ogni cosa tranne
che al tuo saccheggiarmi
il tuo arrivare e frugare
la mia risata di stracci
il mio caos d’immondizia
sono un bidone della spazzatura
sono spazzaturaincantesimo
che trema e si contorce
sono la colla di un dio morto
spalmata su tutto
il tuo corpo
dove i manifesti
per la manifestazione di domani
sono incollati
e i graffiti
sono scarabocchiati
con sangue e sperma.





Jack Hirschman è fatto così. Ogni sua poesia – come questa, Io non faccio schiavi (1997) – nasce da un irriducibile bisogno di cambiare il mondo. Ed oggi che compie ottant’anni, mi torna alla mente ciò che disse il suo amico Alberto Masala durante un incontro pubblico di alcuni anni fa: dopo i Cantos di Ezra Pound, se non ci fosse stato Jack Hirschman con i suoi Arcani il XX secolo si sarebbe chiuso con un pericoloso sbilanciamento a favore delle destre.
In Volevo che voi lo sapeste (Multimedia edizioni, 2004), una selezione di poesie scritte tra il 1952 e il 2004, l’universo di Hirschman si rivela attraverso un susseguirsi di immagini forti, a volte gioiose e a volte dolenti, come la vita. Dapprima un linguaggio sperimentale, tra Joyce e la Beat Generation. Poi gli omaggi a tanti amici, vicini e lontani. Quindi la passione per la cabala. E la Rivoluzione. L’indignazione che si fa poesia. La scrittura come affronto allo squallore della società dei consumi, come semplice e sfrontata ricerca dell’immateriale. I muri del Bronx, bucherellati dai proiettili dei gangster. Sigourney Weaver, uccisa e gettata in un fosso dai nazisti. Una madre che tiene per mano suo figlio, e che con lui attraversa la vita fino alla morte, sfidando lo scherno della folla con il suo amore. E il Washington Square Garden, dove un uomo sdraiato sull’erba piscia in aria «formando un cerchio dorato». Con lui, tantissimi altri uomini, intenti a rovistare nei bidoni dell’immondizia, senza casa e senza cibo, ma ancora ricchi di forza poetica.
Basta guardarlo, questo brigante in bretelle, con i capelli e i baffi grigi, per capire dove trovi gli ultimi residui di umanità. Nei sobborghi della Grande Mela e di San Francisco, Hirschman è un emarginato tra gli emarginati. Poeta in una società profittatrice. Comunista nella pancia del capitalismo. Ma sognatore incontrollabile. Nei suoi versi, il ladro continua a rapinare le banche gridando: «Buon compleanno, Stalin!». Tina Modotti rivive nella lotta. Fratelli sconosciuti ne approvano le idee rivoluzionarie, toccando la sensibilità del suo animo con imprevedibili gesti di solidarietà. E la sua palla nera continua a scagliarsi contro finestre e muri, mentre la calce sgretolata riesuma una vecchia scritta: SOLLEVATI, NUOVA CLASSE, SOLLEVATI!



Manuel Lambertini

mercoledì 11 dicembre 2013

Il maestro di Porto

Voci sempre più insistenti insinuano che abbia stretto un patto col Diavolo, per prolungare oltre i limiti dell’umano una vita incredibile e prodigiosa. Accade qualcosa di simile in uno dei suoi film più famosi, I misteri del convento (1995), dove l’equilibrio di una coppia di coniugi giunta nel monastero di Arrabida viene infranto dalla presenza di un mefistofelico custode (Luís Miguel Cintra), che seduce lei (Catherine Deneuve) e offre irresistibili tentazioni a lui (John Malkovich).
A Manoel de Oliveira, invece, la tentazione di riporre la macchina da presa non è mai venuta: «Mi chiedono perché faccio cinema. Non lo so: è come chiedermi perché respiro». Oggi compie 105 anni, ed è il regista più longevo e prolifico del mondo. «Questo de Oliveira, non vedo l’ora che muoia!», diceva scherzosamente Monicelli, lamentando l’oscuramento che il collega portoghese infliggeva a chiunque fosse un po’ meno vecchio di lui.
Manoel de Oliveira
(Porto, 11 dicembre 1908)
Nato nel 1908 in una famiglia agiata di Porto, studiò presso un collegio gesuita a La Guardia, in Galizia. Nella sua prima vita condivise con il fratello maggiore Casimiro una forte passione sportiva, distinguendosi nel salto con l’asta, nel ballo e soprattutto nelle corse automobilistiche. Accantonata l’idea di intraprendere la vita circense, approdò al cinema all'età di vent'anni, nel 1928, come interprete di un piccolo ruolo secondario in Fátima milagrosa, del regista italiano Rino Lupo. In seguito recitò anche in uno dei primissimi film sonori portoghesi, A Cancao de Lisboa (1933) di José Cottinelli Telmo. La visione di Berlino - Sinfonia di una grande città (1927) di Walter Ruttman ispirò il suo primo documentario da regista, Douro, Faina Fluvial (1933), accolto negativamente dal pubblico ma elogiato da una parte della critica e da Luigi Pirandello. Tra le sue influenze cinematografiche, Chaplin, Eric von Stroheim, Dreyer, Eisenstein. E il surrealista Luis Bunuel.
Manoel de Oliveira con la moglie Maria Isabel
Passarono quasi dieci anni prima che potesse realizzare il suo primo lungometraggio di finzione, Aniki-Bóbó (1942), un film dalle forti tinte neorealiste su due ragazzini di Porto che si contendono le attenzioni di una loro coetanea. Successivamente fu la sua avversione al regime fascista di Salazar ad allontanarlo dal cinema. Una dopo l’altra, tutte le sue sceneggiature vennero bocciate dal Segretariato Nazionale per l’Informazione, il ministero della propaganda dell'Estado Novo. In quegli anni di silenzio si occupò dell’azienda vinicola di famiglia. Nel 1940 aveva sposato Maria Isabel Brandão de Meneses de Almeida Carvalhais, classe 1918, madre dei suoi quattro figli.
Dopo essersi recato in Germania per studiare l’uso del colore nel cinema, nel 1956 realizzò il primo film a colori portoghese, Il pittore e la citta, un documentario ancora una volta ambientato a Porto. Ai cortometraggi Il pane (1959) e I quadri di mio fratello Julio (1959) seguì Atto della primavera (1963), che il critico Henrique Costa definì «il primo film politico del Portogallo»: è la rappresentazione della Passione di Cristo in un piccolo villaggio di contadini, un’opera nella quale la Resurrezione di Gesù arriva dopo un crudo alternarsi di immagini di guerra e di morte. Il cattolicesimo, ebbe a dire Oliveira, «è una religione che permette il peccato. Io non ho mai detto di essere cattolico, perché essere cattolici è molto difficile. Preferisco pensarmi come un grande peccatore».
Nell’ottobre 1963, mentre Atto della primavera veniva proiettato nelle sale di Parigi, il regista fu arrestato dalla PIDE, la polizia politica portoghese, e interrogato per dieci giorni: a liberarlo fu l’interessamento dell’amico Manuel Meneres, un influente sostenitore del regime.
La censura si abbatté anche sul cortometraggio La caccia (1964): l’ultima scena del film, un uomo che sprofonda nelle sabbie mobili mentre i presenti litigano tra loro, dimenticando di prestare soccorso, gli fu fatta sostituire con un finale edificante.
Con l’uscita di scena di Salazar, nel 1968, e soprattutto dopo la Rivoluzione dei Garofani, perse gran parte della propria ricchezza personale, ma acquisì una totale libertà artistica. «Ad un’età in cui molti uomini pensano alla pensione, Oliveira è emerso dall’oscurità come uno dei principali modernisti degli anni ’70, alla pari di Straub, Syberberg e Duras», scrisse il critico statunitense J. Hoberman.
La caccia (1964)
I quattro film realizzati nel decennio compreso tra il 1971 e il 1981 sono stati classificati dalla critica sotto la denominazione di «tetralogia degli amori frustrati». Il passato e il presente (1971), Benilde o la Vergine Madre (1975), Amore di perdizione (1978) e Francisca (1981): quattro storie accomunate dalla presenza di amanti che soffrono, e che sembrano votate a dimostrare l’impossibilità di raggiungere l’amore assoluto nella vita terrena; in ciascuno di questi film la vita di coppia viene turbata da un elemento esterno – sia esso un altro uomo, un’altra donna o un’entità soprannaturale – che partecipa al lento sprofondare degli amanti negli abissi della disperazione.
Dopo Francisca si dedicò nuovamente al documentario, per poi dare corpo al titanico progetto de La scarpina di raso (1985), un’opera della durata di sette ore tratta dall’omonimo testo teatrale di Paul Claudel, lo struggente racconto di un amore impossibile ai tempi del colonialismo. Nel ruolo del protagonista maschile, Luís Miguel Cintra. Il film non uscì nelle sale, ma fu proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia, dove Manoel de Oliviera ricevette un Leone d’oro speciale. Il premio aprì la strada ad una lunghissima sequela di riconoscimenti internazionali; una consacrazione a cui il maestro di Porto reagì intensificando i propri ritmi di lavoro.
Fu così la volta del film sperimentale Il mio caso (1986) e de I cannibali (1988) – tratto da un racconto di Álvaro de Carvalhal e in linea con la tradizione satirica di Bunuel – che segnò l’esordio di Leonor Silveira. Le tappe più significative della storia del Portogallo vennero ripercorse in No, o la folle gloria del comando (1990), in una riflessione di più ampio respiro sul tempo, la memoria, la morte. Le più grandi opere letterarie della storia umana – dalla Bibbia a Dostoevskij, a Nietzsche – trovarono un’originale rappresentazione ne La divina commedia (1991); e gli ultimi momenti della vita del grande scrittore romantico Camilo Castelo Branco, il «Balzac portoghese» morto suicida nel 1890, furono raccontati ne Il giorno della disperazione (1992).
Michel Piccoli in Ritorno a casa (2001) di Manoel de Oliveira
Dopo aver rinunciato a un’ambiziosa trasposizione di Madame Bovary, giudicata troppo costosa dal produttore Paulo Branco, si avventurò in una profonda esplorazione dell’animo femminile in La valle del peccato (1993), tratto da un testo ispirato a Flaubert della grande scrittrice Augustina Bessa-Luís. Con La cassetta (1994) offrì poi un esempio di «teatro vitale» in cui alcune maschere senza nome – un oste, una prostituta, un cieco che chiede l’elemosina, sua figlia, suo genero – mettono in scena la vita quotidiana di un quartiere povero di Lisbona, in un apologo universale sugli anacronismi e le differenze sociali.
Venne infine il tempo delle collaborazioni con i grandi nomi del cinema europeo e mondiale, per quelli che sarebbero diventati i suoi titoli più noti. Da I misteri del convento (1995) con Catherine Deneuve e John Malkovich, a Party (1996) con Michel Piccoli, da Viaggio all’inizio del mondo (1997), l’ultimo film con Marcello Mastroianni, a Ritorno a casa (2001), ancora con Malkovich, Deneuve e un acclamatissimo Piccoli nel ruolo del protagonista. Fino ai più recenti Un film parlato (2003), Specchio magico (2005), Bella sempre (2006), che rivisita Bella di giorno di Bunuel con Bulle Ogier al posto di Catherine Deneuve, O Estranho Caso de Angelica (2010), con protagonisti il nipote Ricardo Trêpa e Pilar López de Ayala, e Gebo e l’ombra (2012) con Michael Lonsdale, Claudia Cardinale e Jeanne Moreau, presentato alla 69esima Mostra di Venezia.
Manoel de Oliveira a Porto nel marzo 2013
Raccontare il cinema di Manoel de Oliveira è estremamente difficile. E non solo perché la sua filmografia, così ricca di riferimenti letterari e filosofici, si snoda in un arco di tempo lungo ottant’anni. Ma anche perché ogni sua storia trasforma la razionalità in mistero, operando un’inscindibile fusione di fantastico e reale: «Il fantastico ci accompagna, è accanto a noi, sempre. Il fantastico è a fianco della realtà. Come spiegarlo? Il fantastico, è l’ombra del reale». Restano dunque tante domande, e un’insaziabile voglia di raccontare storie. Fermare in un fotogramma la vita che sfugge, preservare memoria di ciò che è stato, immortalare esperienze, emozioni; questo il significato più profondo del cinema di Oliveira: «Un film non è la realtà. Che cos’è un film? Un film è un fantasma, non è la vita. D’altra parte, la vita non esiste, è anch’essa un fantasma. Senza i libri, senza gli storici, senza la memoria non resterebbe alcuna traccia. L’istante è fugace. Per lottare contro l’oblio, l’uomo ha una specie di bisogno di rifare ciò che lo ha colpito, la volontà di conservare ciò che è degno di nota. Si può rappresentare ciò che è successo: è il teatro; si può rappresentare ciò che si è visto per strada, in un qualsiasi dramma. Ma queste rappresentazioni teatrali sono altrettanto fugaci, come la vita stessa: il cinema apporta un elemento molto importante, la fissazione. Il cinema fissa le cose».

Manuel Lambertini

domenica 29 settembre 2013

«Come una lepre affamata». I settant’anni di Lech Wałęsa


Lech Walesa (Popowo, 29 settembre 1943)
«Sono soltanto un uomo, un uomo che vuole un po’ di giustizia, un tipo che vuole rendersi utile […] al di là delle frontiere, dei colori, delle ideologie. La lepre affamata non ha frontiere, non segue ideologie. Va dove trova il mangiare di cui ha bisogno e le altre lepri non le sbarrano il passo coi carri armati. Bisognerebbe imparare dalle lepri».
Era il 1981 quando Oriana Fallaci intervistava Lech Wałęsa. Al bavero della giacca teneva già appuntata la Madonna Nera di Częstochowa, che lo accompagna ancora oggi. Il sindacato cattolico Solidarność, fondato da Wałęsa e riconosciuto dal regime comunista polacco con gli Accordi di Danzica del settembre 1980, aveva organizzato una catena di scioperi che esponeva la Polonia al rischio di un intervento sovietico.
«Non le capita mai di essere spaventato, di sentirsi inadeguato?» gli chiese la Fallaci.
«Niè, niè, niè! Perché sono un uomo di fede e perché so che in questo momento c’è bisogno di me. Un tipo come me che sa prendere le decisioni con giudizio, risolvere i problemi in modo prudente. Non sono una testa calda, io» fu la risposta.
Ora quell’intervista è anche il filo conduttore di un film, Wałęsa. Man of Hope, del regista premio Oscar Andrzej Wajda, presentato alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia alla presenza dell’ex presidente polacco. «Oggi in Polonia le nuove generazioni non lo conoscono», ha detto Wajda ai giornalisti. «Il film è soprattutto per loro, perché capiscano il valore della partecipazione attiva alla vita politica. E vorrei che Lech fosse un esempio, e una speranza, per tutti i movimenti dei giovani che in questi anni lottano per la libertà nei loro paesi». 
Oriana Fallaci e Lech Walesa, Danzica, 1981
La pellicola sfoglia ad un ritmo incalzante tutte le pagine della prima vita di Lech Wałęsa, mentre immagini di repertorio scorrono sulla note di un emblematico ritornello: «la libertà la amo e la capisco / la libertà non la so lasciare andare»... Classe 1943, famiglia contadina – suo padre morì ad Auschwitz quando lui aveva solo pochi mesi – e incrollabile fede cattolica, Lech Wałęsa era un semplice elettricista del cantiere navale Lenin di Danzica. Sposato con Danuta Gołoś dal 1968, la sua partecipazione agli scioperi del 1970 gli procurò un arresto a pochi giorni dalla nascita del primo dei loro otto figli. Perse il lavoro nel ’76, ma continuò ad animare i Sindacati liberi di Pomerania, considerati illegali dalle autorità, e fu più volte arrestato. Nell’agosto 1980 si mise alla testa dell’occupazione dei cantieri navali di Danzica e dello sciopero generale che alla fine dell’estate paralizzò la Polonia. Una lunga trattativa col governo sancì il riconoscimento dei Comitati di sciopero interaziendale, che confluirono in un sindacato cattolico di massa: Solidarność. Nel dicembre 1981, per scongiurare un possibile intervento militare sovietico, il governo del generale Jaruzelski proclamò la legge marziale: Wałęsa venne tenuto prigioniero per quasi un anno nella Polonia sud-orientale, al confine con l’Urss. Rilasciato nel novembre 1982, grazie anche alle pressioni di Papa Giovanni Paolo II, tornò in Polonia come «lavoratore semplice». Nel 1983 fu insignito del Premio Nobel per la Pace.
«Perché tutti questi intellettuali come consiglieri?», fu un’altra domanda della Fallaci.
«Eh! Perché se li tenessi fuori si metterebbero a scavar sottoterra come le talpe, e arriverebbero qui lo stesso. E allora io li faccio entrare subito. L’importante è non averne soggezione. Ed io non ce l’ho. Perché gli intellettuali discutono cinque ore e arrivano alla stessa conclusione a cui io ero arrivato in cinque secondi».
Un risvolto, questo, al quale il regista del film è parso molto legato: «Lech è il primo operaio che nella storia del nostro Paese abbia svolto un ruolo fondamentale: normalmente a spingere verso la democrazia sono gli intellettuali e l’aristocrazia. Ma finché hanno agito loro, ogni tentativo di liberare la Polonia dal giogo della schiavitù è finito con un insuccesso. E invece Lech Wałęsa ci ha portati alla liberazione senza spargimenti di sangue». 
Lido di Venezia, 6 settembre 2013
Al grande film di Wajda, peraltro non imputabile di agiografia acritica, manca però l'ultimo Wałęsa. Il negoziatore degli Accordi della Tavola Rotonda (1989), che segnarono l'inizio della liberalizzazione del sistema politico polacco. Il presidente della Polonia postcomunista che, eletto nel 1990, tentò invano di riformare la Costituzione in senso semipresidenziale e che fu marginalizzato dalla vita politica dopo una guerra ai vertici dello stato consumatasi a colpi di dossier e di veleni. Ed infine l'uomo che negli ultimi anni si è perlopiù distinto per posizioni bizzarre e ultraconservatrici; che alle elezioni presidenziali americane del 2012 ha sostenuto il candidato repubblicano Mitt Romney; che ha esternato il desiderio di veder relegati i deputati omosessuali al Parlamento polacco nell'ultima fila di scranni, «vicino al muro, oppure dietro». È figlio di un'altra epoca il Lech Wałęsa che oggi compie settant'anni. E ricorda al mondo intero che non esiste essere umano a cui la Provvidenza lasci impresso il proprio sigillo per sempre.

Manuel Lambertini

domenica 18 agosto 2013

L'uomo nell'ombra





«Senza dubbio in Polanski si avverte un fascino per l’oscurità del mondo, si percepisce una ricerca in questo senso. Anche la sua vita testimonia questo fascino e questa ricerca».

Krzysztof Zanussi





«Ogni volta che sono felice ho un terribile presentimento». Ci sono tutti gli ottant'anni di Roman Polanski in questa battuta tagliente e amara, suggello solo apparente di una definitiva pacificazione interiore. Ottant'anni di trionfi e di miserie, di fughe e di ritorni. Una vita spesa a regalare film indimenticabili e a superare immense tragedie.
Al secolo Rajmund Roman Thierry Liebling, nacque a Parigi nel 1933 da una famiglia ebraica. Nel 1936 si trasferì in Polonia con i genitori, preoccupati per il crescente antisemitismo della Francia di quegli anni. Trascorse l’infanzia nel ghetto di Cracovia, e sfuggì ai rastrellamenti nazisti. Il padre sopravvisse al campo di concentramento di Mauthausen, la madre morì ad Auschwitz: ancora oggi Roman si commuove parlando di lei a Laurent Bouzerau, autore del documentario Roman Polanski: A Film Memoir.
Mosse i primi passi nel mondo del cinema grazie ad Andrzej Wajda, per il quale recitò in film come Generazione, Lotna, Ingenui perversi e Samson. Nel 1959 si diplomò alla Scuola Nazionale di Cinema di Lodz e convolò a nozze con l’attrice Barbara Lass: un «incosciente matrimonio giovanile» che finì nel 1962. Nello stesso anno, dopo alcuni apprezzati cortometraggi, realizzò Il coltello nell’acqua, un lungometraggio scritto a quattro mani con Jerzy Skolimowsky che gli valse un’immediata notorietà internazionale e la nomination all’Oscar per il miglior film straniero.
Lasciò la Polonia per la Francia, per trasferirsi poi in Ighilterra. Qui la sua carriera proseguì con Repulsion (1965), in cui diresse una giovanissima Catherine Deneuve, Cul-de-sac (1966) e Per favore non mordermi sul collo (1967): quest’ultimo ebbe come protagonista femminile la bellissima attrice americana Sharon Tate, che un anno dopo sarebbe diventata la sua seconda moglie.
Del 1968 è l’acclamatissimo Rosemary’s Baby, ancora oggi una pietra miliare dell’horror, che addensò su di sé una nube di inquietanti presagi: il Dakota, il condomio di Central Park dove fu ambientata la vicenda, è lo stesso al cui ingresso sarebbe stato ucciso John Lennon nel 1980; e alcuni spettatori giurarono di aver visto nella scena finale l’immagine del diavolo, benché il regista abbia sempre negato di averla girata.
Ma ogni leggenda metropolitana impallidisce se confrontata con ciò che avvenne l’anno successivo nella sua villa di Bel Air, e in sua assenza, quando la setta satanica di Charles Manson torturò e uccise la moglie Sharon Tate, all’ottavo mese di gravidanza, e gli amici che erano con lei. Una notte di crudeltà aveva posto fine al periodo più felice della sua vita. «Per la prima volta nella mia vita», aveva detto ad un giornalista poco tempo prima, «sento i giovani parlare d’amore e di pace e credo che siano realmente convinti di poter mettere in pratica le loro idee». E a Sharon, anche negli anni successivi, non smetterà mai di rivolgere parole d’amore: «Era la dolcezza in persona, con tutti e con tutto – persone, animali, ogni cosa. Non è facile descrivere il suo carattere. Era assolutamente buona, l’essere umano più dolce che abbia mai incontrato, con una pazienza estrema. Vivere con me era una prova della sua pazienza, perché starmi vicino deve essere un incubo».
Dopo mesi di solitudine poté risollevarsi dal trauma solo realizzando l’adattamento di una tragedia shakespeariana, il Macbeth (1971). Fu poi la volta di Che? (1972), girato nella villa di Carlo Ponti ad Amalfi, e del ben più celebre Chinatown (1974), che ebbe undici nomination agli Oscar. Con L’inquilino del terzo piano (1976), del quale è anche attore protagonista, terminò poi la “trilogia dell’appartamento” iniziata con Repulsion e Rosemary’s Baby.
Nel 1977, un altro drammatico evento, dagli strascichi più che trentennali. Un rapporto sessuale con una ragazzina di quasi quattordici anni, Samantha Geimer, con cui stava realizzando un servizio fotografico per Vogue, gli costò il carcere e un’accusa di violenza sessuale, poi ridotta a «relazione extraconiugale con persona minorenne». Scontò 42 giorni di detenzione nel carcere di massima sicurezza di Chino; ma quando il giudice Rittenband ritirò la sentenza con cui gli aveva concesso il pagamento di un’ammenda e gli arresti domiciliari, riparò a Londra, per poi stabilirsi a Parigi. Ma il fantasma di quella brutta storia sarebbe improvvisamente ricomparso nel settembre 2009, quando Polanski fu arrestato in Svizzera a seguito di una domanda di estradizione inoltrata dagli Stati Uniti: la richiesta venne respinta dalle autorità elvetiche nel luglio 2010, e lui fu definitivamente rilasciato dopo aver trascorso mesi agli arresti domiciliari nel suo chalet di Gstaad. In quel periodo la stessa Geimar ricordò di averlo perdonato: «Penso che sia dispiaciuto, penso che lui sappia che era sbagliato. Non credo che sia un pericolo per la società. Non credo ci sia il bisogno di rinchiuderlo per sempre».
Negli anni successivi a quell’episodio, tuttavia, riuscì ad innamorarsi di nuovo, stavolta della protagonista di Tess (1979) Natassja Kinski, e a girare il divertente Pirati (1986) con Walter Matthau. Ma l’incontro con la donna della sua vita sarebbe avvenuto due anni più tardi, sul set di Frantic (1988): la modella francese Emmanuelle Seigner, di trentatré anni più giovane, divenne la sua terza moglie, e gli fu musa ispiratrice per pellicole come il discusso Luna di fiele (1992) e La nona porta (1999), fino all’ultimo Venere in pelliccia (2013). Ancora oggi, a quarantasette anni, è tra le donne più belle del mondo, e ha trascorso al fianco di Polanski più di metà della propria vita.
«Ti sei dato una calmata o ti sei solo risposato?», gli chiese una volta Sydne Rome, l’attrice protagonista di Che?, nel ritrovarlo a molti anni di distanza dal loro ultimo incontro. Lui rispose con un sorriso. Ma una delle sue frasi più famose avrebbe potuto parlare al suo posto: «Ci sono due cose al mondo che mi piacciono veramente. La seconda è girare un film…».
Dalla Seigner ha avuto due figli, Morgane ed Elvis, ai quali dedicò Oliver Twist nel 2005. Chi invece si è spinto a chiedergli quale fosse il suo capolavoro ha ricevuto una risposta secca: Il pianista (2002), tratto dall’autobiografia di Wladyslaw Szpilman, perché «racconta la mia vita». Un’opera che è già parte della storia del cinema, grazie anche ad uno straordinario Adrien Brody, e per la quale attore e regista furono premiati con l’Oscar.
Non sono molti gli artisti che al pari di Polanski rendano così difficile l’identificazione di un tema ricorrente, di una magnifica ossessione, di una cifra minima che accomuni le diverse opere. E ammesso che vi sia, tale elemento è da ricercare in quel «fascino per l’oscurità del mondo» rilevato dal suo illustre connazionale Krzysztof Zanussi, in una visione dei rapporti umani crudamente realistica – ben esemplificata da Carnage (2011) – che tocca vette di particolare brutalità quando si imbatte in vicende dalle chiare implicazioni politiche – come in La morte e la fanciulla (1994) e L’uomo nell’ombra (2010).
Ma ora Roman Polanski può tagliare il traguardo degli ottant'anni in condizioni di relativa serenità. E con lo sguardo rivolto ad un nuovo progetto. D., un film sul caso Dreyfus, avrà tutti gli elementi della più sordida spy story: «Lo spettacolo della caccia alle streghe contro le minoranze, la paranoia per la sicurezza, i tribunali militari segreti, le agenzie d'intelligence al di là di ogni controllo, le operazioni governative di insabbiameno, la stampa avida di notizie». È insomma esplicito l’intento di «mostrare le evidenti connessioni con quello che accade nel mondo di oggi». Auguri...

Manuel Lambertini

lunedì 15 aprile 2013

La ragazza con la valigia

La ragazza con la valigia (1961)
È con affetto e gratitudine che la comunità del cinema, a partire da chi ebbe il privilegio di esserle maestro o compagno di viaggio fino all’ultimo degli spettatori, festeggia oggi il settantacinquesimo compleanno di Claudia Cardinale. A differenza della diretta interessata, che vive a Parigi da anni e che i compleanni preferisce non festeggiarli: «Sì, un passato glorioso a volte è pesante da portare. Ma io continuo, lo ripeto, ad amare il presente più di ogni altro tempo. I costumi sono meno belli, senza dubbio, le luci meno sublimi. Ma quando al mattino esco di casa, per andare a prendere i giornali, incontro ancora persone che hanno qualcosa da dirmi. Persone reali, non fantasmi». Stavolta però l’evento coincide con il cinquantesimo anniversario del Gattopardo, il film che la consegnò alla storia del cinema nelle sfarzose vesti dell’incantevole Angelica, eterna prigioniera di un fotogramma che la vede ballare il valzer insieme al Principe di Salina Burt Lancaster.
Nata a Tunisi nel 1938 da una famiglia di origini siciliane, cedette alla forza di attrazione del cinema dopo avervi opposto una strenua, selvaggia resistenza: incoronata «italiana più bella di Tunisia», concorso a cui non avrebbe voluto partecipare, vinse un soggiorno alla Mostra del Cinema di Venezia. Le venne poi offerto di frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ma abbandonò gli studi al primo trimestre, anche per la scarsa padronanza della lingua italiana; il noto cronista Domenico Meccoli la incontrò in aeroporto nel giorno del suo ritorno a Tunisi, e le dedicò l’articolo di copertina del settimanale Epoca.
Seguì il periodo più drammatico della sua vita, quello in cui scoprì di essere incinta di un uomo francese di dieci anni più grande che aveva abusato di lei quando era appena diciassettenne, e con cui non era riuscita a troncare la relazione... Decise di non abortire. Era precipitata in una grave depressione, con frequenti pensieri suicidi, quando la Vides di Franco Cristaldi le propose un contratto in esclusiva. Mario Monicelli la volle ne I soliti ignoti (1958) per il curioso ruolo di Carmela, che le valse il nomignolo di «fidanzata d’Italia». La nascita del figlio Patrick, per volere di Cristaldi (con cui avrebbe poi stretto una tormentata relazione), avvenne in gran segreto e fu tenuta nascosta per sette anni.
Con Werner Herzog e Klaus Kinski, Fitzcarraldo, 1982
Fu Pietro Germi a farle amare il cinema per la prima volta, con Un maledetto imbroglio (1959), mentre Il bell’Antonio (1960) di Bolognini inaugurò la stagione più prolifica e luminosa della sua carriera di attrice. Ai primi anni ’60 – quei «Sexy Sixty» che la vollero simbolo di bellezza mediterranea e antagonista ideale di Brigitte Bardot – risale l’inizio della sua collaborazione con Luchino Visconi, Federico Fellini, Valerio Zurlini, Citto Maselli e Luigi Comencini, i registi che meglio seppero valorizzarne il talento. Girò contemporaneamente Il Gattopardo e 8½, disorientata dall’abissale differenza tra il rigore del metodo di Visconti e il caos dei set di Fellini. Blake Edwards la scelse al fianco di Peter Sellers per La Pantera Rosa (1963), facendole inalare fumo di hashish a sua insaputa, perché potesse recitare al meglio la parte della principessa indiana... Ne La ragazza con la valigia (1961) di Zurlini interpretò il ruolo involontariamente autobiografico di Aida, una giovane donna sedotta e abbandonata; e grazie a Comencini, in La ragazza di Bube (1963) le venne finalmente concesso di dare la propria voce al personaggio di Mara, con cui vinse il suo primo Nastro d’Argento.
«Ha avuto pochi amori», la rimproverava amichevolmente Monicelli: «Poteva averne di più!». Ma gli anni ’70 furono segnati dall’incontro con il regista Pasquale Squitieri, conosciuto sul set de I guappi (1974), e dalla nascita della seconda figlia, Claudia. Per la regia di Squitieri interpretò poi Il prefetto di ferro (1977), Corleone (1978), L’arma (1978), Claretta (1984), Atto di dolore (1990), Stupor Mundi (1997), Li chiamarono… briganti! (1999) e Father (2011). Del 1982 è l’avventura di Fitzcarraldo, il capolavoro di Werner Herzog girato in Amazzonia al fianco del violentissimo Klaus Kinski: «più che un film [fu] una specie di lotta per sopravvivere, […] una lotta contro il caldo terrificante, contro le mille difficoltà per girare in un posto fuori dal mondo».
Rimini, 23 agosto 2012
Si trasferì a Parigi alla fine degli anni ’80, senza però mai ritirarsi dalle scene. Leone d’oro alla carriera nel ’93, Legion d’onore nel ’99, ambasciatrice Unesco nel 2000, Orso d’oro alla carriera nel 2002: una pioggia di riconoscimenti che pochi altri rappresentanti del cinema europeo possono vantare. Leggendo la sua filmografia degli ultimi vent’anni, poi, si nota qualcosa di molto simile ad una seconda nascita... Nel 2000, grazie alle insistenze di Squitieri e di Maurizio Scaparro, debuttò a teatro con La Venexiana, diretta da quest’ultimo. E da allora si è posta generosamente al servizio del cinema d’autore – con cineasti di grande popolarità quali Manoel De Oliveira o Fernando Trueba e con giovani registi esordienti, Ali Ilhan e Anna Scaglione tra gli altri –, intensificando anche il proprio impegno umanitario. Per la prossima stagione è prevista l’uscita di due nuovi film: Effie di Richard Laxton, in cui recita al fianco di Riccardo Scamarcio, e La montagna silenziosa di Ernst Gossner.
Così descriveva se stessa alcuni anni fa, nell’ultima pagina di un libro autobiografico dal titolo Le stelle della mia vita (Piemme, 2006): «Avrei un mucchio di ragioni per voltarmi indietro, il passato è stato glorioso. Ricevo ancora lettere di giovani, colpiti da un ruolo, un personaggio, e che mi domandano l’indirizzo, come se fossi la giovane attrice che li ha emozionati. Accetto il loro omaggio per ciò che rappresenta; l’espressione di ammirazione per un cinema ormai scomparso, che ha lasciato un vuoto incolmabile. […] Il cinema mi ha dato tutto, un paese, una lingua. La mia libertà, belle avventure, ma soprattutto amici. Eppure, io non sono cambiata. Non ho mai perso di vista quella che ero quando le macchine da presa si spegnevano. […] Accade anche che mi parlino di qualcuno che ho conosciuto bene: Claudia Cardinale, una ragazza che ballava il valzer come nessuno, che portava abiti incantevoli, e che volava sul trapezio. È formidabile quello che un’attrice può fare… al cinema. Io? Tutti i miei amici lo sanno. Anche solo sul balcone soffro di vertigini».

Manuel Lambertini

sabato 27 ottobre 2012

Tuttobenigni ‘60

«Il 27 di ottobre è il giorno in cui nascono i poeti»: così nel 2005 Adriano Celentano introduceva l’ospite di punta della sua trasmissione più riuscita, Rockpolitick. Difficile dire se sapesse che il 27 ottobre 1736 era venuto alla luce il grande poeta irlandese James Macpherson. O che il 27 ottobre 1901, a Palermo, nasceva Lucio Piccolo. Oppure che il 27 ottobre 1914 la città di Swansea, grande centro del Galles meridionale, dava i natali a Dylan Thomas. Ma poi a chi sarebbe importato? Celentano stava preparando il pubblico ad una nuova, straripante incursione televisiva di Roberto Benigni, che proprio in quei giorni tornava sul grande schermo con il più poetico dei suoi film, La tigre e la neve. Film che deluse, e che la stampa americana liquidò come uno dei peggiori dell’anno: «l’innocenza della sua persona, che una volta era attraente, con il tempo si è inacidita», scrisse ad esempio il Daily News, assai più benevolo delle altre testate… Da allora, il premio Oscar che già con Pinocchio (2002) aveva vinto il Razzie Award come peggior attore protagonista – a solo pochi anni di distanza dal trionfo de La vita è bella (1997) –, ha saputo porre la sua incrollabile popolarità al servizio della riscoperta di Dante e di encomiabili battaglie civili. Talvolta condannato a trasformarsi in opinion leader, ma ancora capace di resistere ad ogni tentazione autocelebrativa.
Roberto Benigni compie oggi sessant’anni, quaranta dei quali trascorsi a calcare il palcoscenico. Molte deliziose immagini tornano alla memoria, e altrettante il futuro ne riserverà. Con l'amara consapevolezza che alcuni dei suoi speciali compagni di viaggio non potranno assaporare questa gioia: Fellini, Troisi, ma anche il non abbastanza compianto Giuseppe Bertolucci.
Ed ora che questo eterno folletto si appresta a rendere omaggio alla Costituzione italiana, il 17 dicembre su Rai 1, come non ricordare le parole che Eugenio Scalfari scrisse dopo aver assisitito alla sua liberatoria apparizione a Sanremo 2011? «Non so come abbiano reagito e cosa abbiano sentito dentro di loro i tanti milioni di telespettatori. So che io me lo sarei abbracciato quel burattino ridente e sudato che è una grande ed amata persona».


Manuel Lambertini

mercoledì 3 ottobre 2012

Novant’anni con La Capria

Novant’anni e non sentirli. Tanti ne sono trascorsi da quel 3 ottobre 1922 in cui Napoli dette alla luce uno dei suoi figli più illustri, e dei più discreti. Il grande scrittore Raffaele La Capria può tagliare l’ambito traguardo in buona salute e perfetta lucidità: «Ho sempre pensato che si diventasse vecchi a 60 anni, e ancora adesso considero tali i sessantenni. Io mi sento più giovane di loro e anche più giovane di me stesso a 80 anni, quando pubblicai L’estro quotidiano». Sei anni fa, un lieve infarto e un intervento al cuore conclusosi con l’applicazione di tre by-pass hanno segnato per lui una rinascita anche letteraria, l’inizio del recupero di due decenni «perduti» tra distrazioni e «false partenze»… «Ho perso, non proprio nel senso di averli sprecati, dieci anni fra il primo e il secondo libro, e altrettanti tra il secondo e il terzo. [...] Nei vent’anni perduti ho scritto articoli per il “Corriere” e solo due libri; per uno che di mestiere fa lo scrittore non sono molti. [...] E così ancora oggi mi domando che scrittore sarei, che persona sarei, se avessi lavorato, se non mi fossi lasciato sfuggire quei vent’anni dalle mani, come fossero sabbia o acqua di mare: avrei scritto altri libri? O libri migliori? Poi penso che tutto quello che ci accade ci doveva accadere, e che in un certo qual modo anche quei vent’anni sprecati fanno parte della mia formazione».
Il suo primo libro, Un giorno d’impazienza, venne pubblicato nel 1952 da Bompiani, su intercessione di Alberto Moravia. Il secondo, Ferito a morte (1961), vinse il Premio Strega ed entrò a pieno diritto tra i capolavori della letteratura italiana del Novecento; anticipò le sperimentazioni stilistiche e strutturali della neoavanguardia e fu fonte di ispirazione per generazioni di scrittori. «Il suo libro mi ha incantato», scrisse in una lettera a La Capria l’editore Valentino Bompiani. Il romanzo, avrebbe poi annotato Claudio Magris, «fonde perfettamente natura e storia, coerenza strutturale della costruzione narrativa (esperta della più rigorosa e sperimentale tecnica romanzesca) e impalpabile poesia del fluire della vita,  percezione sensibile e critica politica, l’istante atemporale dell’epifania esistenziale e la storicità (entrambi incarnati in una Napoli mitica e reale, scevra di ogni oncia di grasso sentimentalpittoresco), pessimismo e felicità, compresenti nel cuore come nella seduzione del mare, fisicità immediata e riflessione». A Ferito a morte seguì, nel 1973, Amore e psiche, da cui egli stesso avrebbe poi preso le distanze, volgendo il proprio stile ad una semplicità dalle profonde implicazioni emotive ed esistenziali. Lo «stile dell’anatra», un approccio ampiamente sviluppato nei lavori successivi: l’anatra che fila leggera sulla superficie dell’acqua, e che nasconde la fatica delle sue zampette annaspanti…
Stabilitosi a Roma dopo aver soggiornato a Parigi e a Londra, La Capria era frattanto divenuto condirettore di «Nuovi Argomenti» e collaboratore del «Corriere della Sera», lavorando anche alla redazione di radiodrammi per la Rai. Numerose inoltre le sue traduzioni: da Sartre a Eliot, da Cocteau a Orwell… In coincidenza con la pubblicazione di Ferito a morte, aveva fatto la sua prima incursione nel mondo del cinema come co-sceneggiatore di Leoni al sole, esordio alla regia di Vittorio Caprioli. Si sarebbero poi avvalsi della sua collaborazione Luigi Comencini, Lina Wertmüller e Alberto Negrin, oltre agli amici di sempre Francesco Rosi (Le mani sulla città, Uomini contro, Cristo si è fermato a Eboli) e Giuseppe Patroni Griffi, come lui formatisi al liceo Umberto I di Napoli, insieme ad Antonio Ghirelli e a Giorgio Napolitano. Al 1966 risalgono invece le sue nozze con Ilaria Occhini: dalla loro unione sarebbe nata Alexandra, anch’ella attrice.
Raffaele La Capria, Francesco Rosi e Antonio Ghirelli
Nel 1974 venne dato alle stampe False partenze, che segnò l’inizio di una nuova e più prolifica stagione della sua carriera letteraria. Fu quindi la volta di titoli come Fiori giapponesi (1979), L’armonia perduta (1986) e La neve del Vesuvio (1988). Nel 1990 raccolse gran parte degli articoli pubblicati negli anni sul «Corriere» in Letteratura e salti mortali. La sua identità partenopea, tanto forte quanto aperta alle contaminazioni, permeò lavori come Capri e non è più Capri (1991),  L’occhio di Napoli (1994) e Napolitan Graffiti (1998), mentre il suo stile sempre più marcatamente colloquiale finì per trasformare i ricordi personali in oggetto privilegiato di narrazione, senza disdegnare la forma vera e propria dell’intervista-confessione: è il caso di Letteratura e liberta. Conversazioni con Emanuele Trevi (2002) e di Me visto da lui stesso. Interviste 1970-2001 sul mestiere di scrivere (2002), a cui può aggiungersi il documentario Chiara Gamberale intervista Raffaele la Capria (2011) di Pierluigi De Pasquale.
Nel 2003, in leggero ritardo sul suo ottantesimo compleanno, la Mondadori ne raccolse le opere in un Meridiano. Tra tutte, all’autore è rimasta nel cuore La mosca nella bottiglia. Elogio del senso comune (1996), una presa di posizione contro il «concettualismo degradante di massa», la dilagante tendenza ad astrarre concetti dalla realtà fino a nascondere la realtà stessa. Oggi, per celebrare i suoi novant’anni, Mondadori pubblica Doppio misto, che riunisce cinque racconti già editi ma qui legati da un fil rouge di perversioni, passioni, silenzi, dolore. Un La Capria ancora perplesso, ancora incantato dalla vita. E ancora capace di essere «profondamente superficiale».

Manuel Lambertini

venerdì 17 agosto 2012

Il viaggio di Sir Vidia

V.S.Naipaul (Chaguanas, 17 agosto 1932)
Ovunque vada, le leggende sul suo cattivo carattere lo precedono. Con lui, ogni incontro pubblico potrebbe saltare nel modo più inaspettato, ogni intervista potrebbe essere annullata di punto in bianco, alla prima «domanda stupida». Non si contano i grandi scrittori del passato e del presente che sono stati bersaglio dei suoi sferzanti attacchi, innocenti vittime di giudizi sommari o controparti attive in infuocate polemiche. E a lui non resta che compiacersi del docile, prudente ossequio che gli viene generalmente tributato, ora che è l’individuo più inoffensivo del mondo, costretto al supporto di una sedia a rotelle e amorevolmente assistito dalla moglie Nadira.
Lo scrittore premio Nobel che in tutti i paesi del Commonwealth è semplicemente noto come Sir Vidia, al secolo Vidiadhar Surajprasad Naipaul, ha finalmente tagliato il traguardo degli ottant’anni. Ne aveva ventidue quando, lasciata la natia Trinidad e laureatosi ad Oxford grazie a una borsa di studio, cominciò a lavorare come redattore per una trasmissione della BBC sulle Voci caraibiche. Era povero, e viveva in un basement della Londra popolare. Ma la chiamata della letteratura si faceva sentire già allora, nella volontà incrollabile di rendere giustizia a un genitore sfortunato. Suo padre, Seepersad Naipaul, era stato assunto come cronista al Trinidad Guardian, e aveva coltivato per tutta la vita il sogno di diventare scrittore. Indiano proveniente da una famiglia di braccianti trasferitasi nell’isola caraibica di Trinidad, e sposato a una donna di più nobile lignaggio, inseguiva un riscatto sociale che non arrivò mai. E che solo la consacrazione letteraria del più brillante dei suoi figli avrebbe idealmente realizzato.
Dopo l’esordio con Il massaggiatore mistico (1957) furono pubblicati Elezioni a Elvira (1958) e la raccolta di racconti Miguel Street (1959), fino al più famoso Una casa per Mr Biswas (1961), romanzo ambientato tra le capanne di fango di Trinidad e chiaramente ispirato alla storia del padre. Apprezzato, tra gli altri, da Elio Vittorini, fu il libro che dette un primo, importante impulso alla fortuna internazionale di Naipaul. Da un viaggio in India – la terra dei suoi progenitori, visitata per la prima volta all’età di trent’anni – nacque poi Un’area di tenebra (1964), mentre In uno Stato libero (1971) conquistò il prestigioso Booker Prize, che ne decretò la definitiva affermazione nel mondo delle lettere inglesi. Seguirono ancora opere celebri e discusse come Alla curva del fiume (1979), Tra i credenti (1981), I coccodrilli di Yamoussoukro (1984), L’enigma dell’arrivo (1987) e Una via nel mondo (1994),  nelle quali il tema caldo dell’identità razziale e culturale potè fondersi con una nuova visione della letteratura, capace di annullare ogni differenza tra narrativa, saggistica e travelougue. Il Nobel giunse nel 2001, per «avere unito narrazione percettiva e osservazione incorruttibile in opere che ci costringono a vedere la presenza di storie soppresse». Nella motivazione dell’Accademia di Svezia, Naipaul venne definito «un moderno philosophe», prosecutore di quella «tradizione che ebbe origine con  Lettere persiane e Candido»; e fu accostato ancora una volta a Jospeh Conrad, quale «analista del destino degli Imperi in senso morale: ciò che essi fanno agli esseri umani». «La sua autorità di narratore» aveva trovato il proprio fondamento, infine, «nella memoria di ciò che altri hanno dimenticato, la storia dei vinti».
Con Nadira, alla cerimonia di consegna del Nobel
Ma la stessa vita di V. S. Naipaul, raccontata con rara crudezza e senza censure nel libro The World Is What It Is (2008) di Patrick French, finisce con l’essere più coinvolgente di ogni suo romanzo, più illuminante di ogni suo saggio. È infatti con l’ambizione di presentare un’immagine obiettiva dello «scrittore» che Sir Vidia rivela al suo biografo sconcertanti episodi di vita coniugale, tutti ai danni della prima moglie, Patricia Hale. Pat, la donna che restò al suo fianco per più di quarant’anni e che gli fu anche preziosa collaboratrice letteraria, non dovette sopportare solo i furori di un uomo dal carattere notoriamente difficile. Era già malata di cancro quando, nel maggio 1994, si trovò a leggere un’intervista che il marito aveva appena rilasciato al New Yorker, e nella quale confessava la sua irresistibile attrazione per le prostitute. Raccontava anche di avere una perfetta intesa sessuale con un’amante argentina, Margaret Gooding: relazione assai diversa, disse, da quella che lo legava alla moglie, dei cui consigli sul piano lavorativo continuava però a fare tesoro… «Ne ha sofferto», avrebbe poi ammesso Naipaul. «Si potrebbe dire che l’ho uccisa. È un po’ così che ritengo siano andate le cose». La salute di Pat peggiorò, infatti. E l’insensibilità di Sir Vidia scomparve soltanto nelle ultime ore di vita della moglie, quando si fermò al suo capezzale per leggerle alcune toccanti pagine di Dickens. Lady Naipaul sprofondò nel coma e morì il mattino seguente. Ma già il giorno della sua cremazione, Sir Vidia si preparava ad accogliere a casa un’avvenente giornalista pakistana, conosciuta durante uno dei suoi ultimi viaggi, e chiedeva alla governante di comperare le olive a lei tanto gradite. Appena due mesi dopo, Nadira Alvi sarebbe diventata la sua seconda moglie.
«Si può certo leggere e amare un libro indipendentemente dalla storia dell’autore», ha scritto Bernardo Valli su Repubblica dopo la pubblicazione del libro di French. «Ma conoscere la sua intenzione poetica e le sue qualità personali aiuta anche il lettore semplice, senza l’ambizione di essere un critico, a entrare più in profondità in quel che legge. A sentire quel che c’è dietro. A stabilire un rapporto, quasi carnale, con il romanzo. Nei libri di V. S. Naipaul si avvertono le ferite inflittegli dalla vita. Le vedi sanguinare».
Milano, 6 luglio 2012 
Non stupiscono allora il crudo realismo dei suoi scritti, la sua prosa tagliente, asciutta, mai piacevole. E nemmeno lo scetticismo con cui ha sempre guardato alla sorte dei popoli del Terzo Mondo, incapaci di liberarsi dell’eredità coloniale e condannati ad imitare gli antichi padroni. Per snobismo, o per il gusto della provocazione, non ha neppure esitato a manifestare una certa insofferenza di fronte alle velleità intellettuali del genere femminile: lo scrivere delle donne sarebbe, a suo avviso, «molto diverso», e rifletterebbe il loro «sentimentalismo», la loro «visione ristretta del mondo». In Fedeli a oltranza (1998) aveva invece osservato gli effetti dell’«imperialismo islamico» sulle popolazioni convertite di Indonesia, Iran, Pakistan e Malesia, ravvisando nell’Islam il chiaro proposito, mai esistito in altri imperi, di cancellare dai popoli sottomessi ogni traccia delle tradizioni preesistenti. Edward Said, oltre a definire il libro una «catastrofe intellettuale», accusò Naipaul di avere offerto un consapevole sostegno alle «mitologie coloniali sui neri e sugli wogs» (i latini in senso spregiativo) in altre opere come The Middle Passage (1962) e Un’area di tenebra (1964). E Salman Rushdie, nel denunciare la sua vicinanza a formazioni nazionaliste indù quali RSS, WHP e BJP, lo definì «un compagno di viaggio del fascismo» che «disonora il premio Nobel».
Lui ha sempre cercato di «non essere allineato a nulla», di sfuggire ad ogni visione politico-ideologica per concentrarsi su un’osservazione il più possibile fedele alla realtà. I suoi scritti, lontani anni luce da qull’immagine caricaturale che le tante schermaglie giornalistiche hanno contribuito a diffondere, ci mostrano un civilissimo conservatore britannico, dalla braminica superbia. Uno scrittore che non ha mai smesso di inseguire l’idea di una letteratura distaccata e scevra di preconcetti, non meno illusoria delle illusioni che vorrebbe smascherare. Ma nell’infliggere questa pratica innanzitutto a se stesso, nel non lesinare nemmeno gli aspetti più scabrosi della propria esistenza, V. S. Naipaul riesce nell’impresa di riscattare la sua smodata ambizione, restituendo dignità ad un talento di irripetibile fulgore.

Manuel Lambertini

lunedì 4 aprile 2011

I sessant’anni del «Principe» De Gregori

Il sessantesimo compleanno, nella quarantennale carriera di Francesco De Gregori, coincide con un nuovo inizio. Trent’anni dopo il tour di Banana Republic, canta di nuovo insieme a Lucio Dalla in Work in Progress (2010), e torna ad infiammare i teatri di tutta Italia.
Tra indimenticabili successi e qualche momento di sconforto, il «Principe» dei cantautori italiani ha attraversato con ostinazione una straordinaria avventura artistica, oggi ripercorsa dal volume di Claudio Fabretti Francesco De Gregori. Fra le pagine chiare e le pagine scure (Arcana edizioni, 2011). Dagli esordi al Folkstudio di Roma nel 1970 al primo tour con Antonello Venditti, e all’album Theorius Campus (1972). Poi la visibilità come cantante solista grazie ad Alice, e il successo con Rimmel nel 1975. Di qui la collaborazione con Fabrizio De Andrè, che per lui sarebbe rimasto un insostituibile punto di riferimento, e il successivo album Bufalo Bill (1976), realizzato con la partecipazione di Lucio Dalla e Ivan Graziani. «Dylaniano fino al midollo», il 2 aprile 1976, durante un concerto al Palalido di Milano, De Gregori fu “processato” sul palco dai collettivi studenteschi con l’accusa di ricevere cachets troppo alti e di non destinarli alle lotte operaie. Dopo un ritiro di due anni, riapparve sulle scene accompagnato dalle note di Generale e di Ma come fanno i marinai (1978), preludio del lungo sodalizio con l’amico Dalla. Poi si susseguirono canzoni come Viva l’Italia (1979), Titanic (1982), La storia (1985), Il bandito e il campione (1993)… Fino alla più recente Vai in Africa, Celestino! (2005), che già suona come un classico.
A dispetto del pur autorevole filone narrativo-storico-politico, è nelle canzoni d’amore «virate a tinte fosche», scrive Fabretti, che si è consumata «la sua più importante rivoluzione semantica e concettuale». È sempre stato un artista libero, Francesco De Gregori. Sempre in equilibrio sul crinale delle emozioni. Sempre combattuto tra il rischio di una dolcezza forzata e i più coinvolgenti afflati narrativi. Ed è proprio per questo che al «Principe» De Gregori si deve perdonare tutto. Anche quel carattere impossibile che negli ultimi anni sembra essersi attenuato. E perfino il suo inossidabile legame con Marco Pannella!


Manuel Lambertini