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domenica 27 settembre 2015

Pietro Ingrao

Pietro Ingrao (Lenola, 30 marzo 1915 - Roma, 27 settembre 2015)
Non solo i pochi compagni rimasti, ma tutto il mondo politico e i più alti vertici delle istituzioni si attiveranno nelle prossime ore per rendere il giusto tributo alla vita straordinaria di Pietro Ingrao. «Eretico senza scisma», lo aveva puntualmente definito Fausto Bertinotti nel giorno dei suoi cento anni, in riferimento al rapporto conflittuale che sempre lo legò al Partito Comunista Italiano. Per l’amico Andrea Camilleri era invece un «eroe del dubbio», per altri ancora «messaggero di futuro», «acchiappanuvole», «perdente di successo», persino «coniglio mannaro». Ma prima che un amatissimo esponente politico, Ingrao è stato un uomo malato di libertà, un democratico animato dal sogno di dare concretezza a forme di vita nuove. Un poeta in lotta per un mondo diverso.


Eppure

Per gli incolori
che non hanno canto
neppure il grido,
per chi solo transita
senza nemmeno raccontare il suo respiro,
per i dispersi nelle tane, nei meandri
dove non c’è segno, né nido,
per gli oscurati dal sole altrui,
per la polvere
di cui non si può dire la storia,
per i non nati mai
perché non furono riconosciuti,
per le parole perdute nell’ansia
per gli inni che nessuno canta
essendo solo desiderio spento,
per le grandi solitudini che si affollano
i sentieri persi
gli occhi chiusi
i reclusi nelle carceri d’ombra
per gli innominati,
i semplici deserti:
fiume senza bandiere senza sponde
eppure eterno fiume dell’esistere.
                                             
                                                Pietro Ingrao, L'alta febbre del fare, Mondadori, Milano, 1994.

mercoledì 24 dicembre 2014

Giovanni Bersani

Per tutti restava «il senatore», anche se la sua quarantennale carriera politica non si era protratta oltre il 1989. Nel percorrere un cammino costellato di successi, Giovanni Bersani aveva stretto amicizia con tutti i più grandi costruttori di pace del pianeta, da Albert Schweitzer a Madre Teresa di Calcutta, da Dom Helder Camara a Nelson Mandela. Oscar Luigi Scalfaro, durante la sua ultima visita sotto le Due Torri, gli rivolse un saluto colmo di affetto. E Romano Prodi parlava di lui con una riconoscenza che sfiorava la devozione. Si è spento serenamente oggi, alla veneranda età di cento anni, illuminando per un momento una concezione della politica tanto alta da non potersi mai davvero scindere dall'etica della carità.
Deputato DC per sei legislature, dal 1948 al 1976, nel 1952 fu scelto da De Gasperi come sottosegretario al Lavoro e alla Previdenza Sociale. Trascorse la settima legislatura a Palazzo Madama, per poi candidarsi al Parlamento Europeo, del quale aveva già fatto parte in qualità di membro nominato dal governo. Eletto nel 1979, aderì al Partito Popolare Europeo e venne riconfermato nel 1984.
A distinguerlo, in quegli anni, fu soprattutto il contributo che seppe offrire all’associazionismo cattolico, superando brillantemente gli ostacoli che un terreno sfavorevole come quello emiliano deve avergli riservato... Militò nelle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani (ACLI), delle quali fu vice-presidente, e poi nel più conservatore Movimento Cristiano dei Lavoratori (MCL). Nel 1972 fondò il Comitato Europeo per la Formazione e l’Agricoltura (CEFA) e avviò importanti progetti di cooperazione con la Repubblica Democratica del Congo, la Tanzania, il Kenya, la Somalia, il Cile, l’Argentina, i Paesi della ex Jugoslavia, il Marocco e il Guatemala, coinvolgendo e responsabilizzando le comunità locali. Nel 1997, infine, diede vita alla Fondazione Nord-Sud per la solidarietà internazionale, una onlus che favorisce lo sviluppo agricolo, sanitario e infrastrutturale dei Paesi poveri, operando secondo le pratiche del microcredito e del commercio equo e solidale.
Giovanni Bersani era un centenario vitale e non domato, fedele a quel pensiero sociale cristiano di cui la sua carriera politica e il suo impegno umanitario sono stati esemplare testimonianza. Nell'ultimo decennio gli attestati di stima gli erano piovuti da ogni parte. Nel 2004 il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna ne aveva sollecitato la nomina a senatore a vita, attraverso una risoluzione accolta col plauso generale e sottoscritta da tutti i gruppi. Con un’adesione ancor più entusiastica e trasversale, nell'ottobre 2010, era stato accolto l’appello de Il Resto del Carlino di proporlo come candidato al Nobel per la Pace. Ma una volta di più il «senatore» Bersani si era schernito. Aveva chiesto di tagliare corto, di lasciar perdere, con l’operosità umile e schiva dell'uomo abituato a pensare al futuro. Senza concedersi autocelebrazioni di sorta.


Manuel Lambertini

lunedì 11 agosto 2014

Dio salvi i senatori a vita!

Da sinistra: Renzo Piano, Elena Cattaneo,
 il Presidente del Senato Pietro Grasso e Carlo Rubbia.
Palazzo Madama, Roma, 4 settembre 2013.
Della riforma costituzionale approvata in prima lettura al Senato – che al pari di tutti gli sgangherati pacchetti di riforme «istituzionali» o «strutturali» visti finora avrà come principale funzione quella di riempire le scalette dei talk show per i prossimi quindici anni – all’opinione pubblica italiana non potrebbe importare di meno. Lo ha scritto Scalfari su Repubblica, lo si sente dire in ogni bar di ogni provincia d’Italia. E riguardo allo stesso disegno di legge, non c’è stato quasi nessuno che abbia avuto lo slancio di criticare l’abolizione dell’istituto dei senatori a vita. Persino sul sito web del Fatto Quotidiano si poteva leggere lo stucchevole tweet: «Riforme, aboliti i senatori a vita. Finalmente una misura che allevia l’esistenza a milioni di disoccupati». Insomma: ci sono tutti gli elementi perché sia io a occuparmi dell’argomento.
Se la riforma del Senato dovesse uscire immutata dal lungo iter parlamentare che la attende, i cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica resterebbero in carica sette anni. Una scelta deliberata il 4 agosto, lo stesso giorno in cui si è votato il mantenimento dell’immunità parlamentare: «Per rispetto ai nostri padri costituenti non possiamo distruggere qualcosa che è stato immaginato come corollario della nostra Costituzione», ha detto il capogruppo del Pd Luigi Zanda… E con ragione! Benché i maligni possano covare il sospetto che la sua deferenza fosse rivolta più a Berlusconi che ai «padri costituenti», non è dato vedere alcun valido motivo per riservare ai 100 membri del futuro Senato un trattamento di sfavore rispetto ai ben 630 deputati che dell’immunità continuerebbero a beneficiare!
Ora, anche alla luce della spiccata sensibilità istituzionale del senatore Zanda, sarebbe forse scandaloso voler sapere come mai ai senatori a vita sia toccata una sorte diversa? Credo sia giusto chiederselo, anche rischiando di porsi al di fuori di un comune sentire che li irrideva ormai da anni. Stiamo parlando di figure a cui sono molto affezionato, lo ammetto. Addirittura resto fermamente convinto che nessun altro istituto dell’Italia repubblicana sia stato all’altezza delle proprie funzioni quanto quello dei senatori a vita, anche nei casi di persone nominate per chiare ragioni di opportunità politica.
Da sinistra: Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano,
Rita Levi-Montalcini, Carlo Azeglio Ciampi, Carlo Rubbia.
Palazzo del Quirinale, Roma, 20 aprile 2009.
La sola voce levatasi in loro difesa, per quanto ne so, è stata quella di Elena Cattaneo, che peraltro si è limitata a sottolineare come «una buona parte della politica voglia effettivamente fare a meno di molte competenze per decidere in autonomia». In autonomia dai «parrucconi», certo, ma anche dal resto della cittadinanza, e col beffardo pretesto di «tagliare le spese». Anzi, se c’è un elemento di coerenza nelle ultime riforme istituzionali è proprio la sistematica riduzione degli spazi della democrazia e della rappresentanza. Quali benefici potranno mai scaturire da un Senato non elettivo, composto di persone nominate dai sindaci e dai consiglieri regionali? Una situazione surreale, ridicola. Soprattutto alla luce del consenso di cui le stesse riforme sembrano godere in Parlamento e nel Paese, e dell’insofferenza con cui sono guardati i «dissidenti».
Ecco, l’abolizione dei senatori a vita non è che un piccolo segnale di questa deriva “barbarica”, nel senso neutro della parola: l’ostentata ignoranza del linguaggio della politica, il dilettantesco disprezzo per i suoi meccanismi, per le sue incastellature formali, per i suoi simboli. Davvero si può gioire di fronte all’abolizione di un istituto che dal 1948 ad oggi ha annoverato tra i propri dignitari personalità come don Luigi Sturzo, Ferruccio Parri, Eugenio Montale, Pietro Nenni, Eduardo De Filippo, Norberto Bobbio, Mario Luzi, Rita Levi-Montalcini, Giulio Andreotti, Claudio Abbado? Se non è barbarie questa… Eppure sarebbe ingiusto addebitare ogni responsabilità al governo Renzi: i Cinquestelle avevano perfino proposto l’abolizione totale del Senato, con l'ovvia conseguenza che anche le leggi di revisione costituzionale avrebbero dovuto essere approvate dalla sola Camera!
Non c’è dubbio: i protagonisti della nuova politica italiana, tutti imbevuti di un berlusconismo peggiore dell’originale, stanno liquidando una storia più grande di loro. Con quale criterio logico lo stiano facendo, poi, rimane un mistero. Perché assegnare al Capo dello Stato la prerogativa di nominare cinque senatori «per meriti illustri» precisando poi che gli effetti di tali meriti si estingueranno dopo sette anni, senza possibilità di un secondo mandato? La mia è un’obiezione più di forma che di merito, una riserva quasi estetica: che senso ha tutto questo?
Al di là dell’irrisoria riduzione dei costi prevista dall’operazione, l’unico valido motivo che potrebbe animarla sarebbe l’intima certezza che non esistano né esisteranno più eccellenze pari a quelle del passato, insieme a un’incrollabile convinzione nell’idea che non possano esservi meriti tanto alti da implicare l’assegnazione di una qualsiasi carica pubblica «a vita».
Ebbene, io intendo combattere l’una e l’altra idea: per tenere viva la gratitudine e il senso di meraviglia nei confronti di chi, nel presente, illustra «la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». Chi meglio potrebbe occupare gli scranni di Palazzo Madama tra Dario Fo, Umberto Eco, il già citato Eugenio Scalfari, Stefano Rodotà, Pietro Citati, Giorgio Albertazzi, Marco Pannella, Gino Strada, Francesco Guccini, Ennio Morricone, Carla Fracci, Renzo Arbore? Quanti nomi dovremmo ancora aggiungere!
Lo scranno di Giulio Andreotti
Alcuni di loro onorerebbero l’investitura regalandoci grandi interventi e indimenticabili furori, altri vi rinuncerebbero il giorno stesso della nomina, come già fecero Arturo Toscanini e Indro Montanelli. Quest’ultimo, in particolare, era convinto che il potere andasse tenuto «a debita distanza»: «In questo mondo in cui tutti si scannano per ficcarsi in, io sono nato out, e out devo restare», scrisse al presidente Cossiga. È il caso di dire che sbagliò, se si considera quello che avrebbe potuto dare. Ed era anche clamorosamente sbagliata la famosa battuta sul berlusconismo in cui affermava: «Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino». L’ultimo decennio gli ha dato torto, e oggi Berlusconi è più in che mai: detta l’agenda politica al governo e alle opposizioni, è entrato a far parte del loro stesso codice genetico. Solo il futuro dirà se Montanelli avesse invece ragione quando emetteva un altro lapidario verdetto, tremendamente rinunciatario ma mai smentito dai fatti: «In Italia si può cambiare soltanto la Costituzione. Il resto rimane com’è».

lunedì 6 maggio 2013

Giulio Andreotti

Giulio Andreotti
(Roma, 14 gennaio 1919 - Roma, 6 maggio 2013)
Correva l’anno 1966. Il presidente del Soviet Supremo Nikolaj Podgornyj, in visita ufficiale in Italia, si era recato negli stabilimenti Fiat di Torino, accolto da Gianni Agnelli e da una folta delegazione del Partito comunista italiano e delle organizzazioni sindacali. In rappresentanza del terzo governo Moro, lo accompagnò il neo-ministro dell’Industria, il quarantasettenne Giulio Andreotti.
Durante la colazione che seguì alla visita, questi sedette alla destra di Podgornyj, sotto lo sguardo incuriosito del comunista Giancarlo Pajetta. Riferendo l’episodio nel libro L’Urss vista da vicino (Rizzoli, 1988), Andreotti immaginò quest’ultimo intento a riflettere sulle «bizzarrie della storia»: «A ricevere per il governo italiano il numero uno dell’Urss non era lui, che in carcere aveva sacrificato la sua gioventù vedendo in Mosca il perno della riscossa contro il fascismo, ma un democristiano».
Lo stesso Pajetta, molti anni più tardi, avrebbe redarguito in pubblico un altro importante dirigente russo, il presidente del Soviet delle Nazionalità Vitalij Ruben: l'esponente del Pcus, nel tenere un discorso dinanzi alla commissione Esteri presieduta da Andreotti, usò due volte l’espressione: «Per grazia di Dio…». Pajetta gli gridò: «Dici “grazia di Dio” per far piacere ad Andreotti!»; ottenne in risposta: «Io non sono un senza Dio come te: sono luterano». E il segretario del Pci Alessandro Natta, nel novembre 1984, restò attonito di fronte a una domanda dell’ambasciatore sovietico Lunkov: «Perché il Pci attacca Andreotti anche a rischio di eliminare dalla scena uno dei pochi diplomatici occidentali che vuole e sa parlare con i sovietici?».
Romano Prodi, Sandro Pertini e Giulio Andreotti (1978)
Andreotti e Podgornyj, in quel lontano 1966, ebbero un lungo e proficuo scambio, nel quale il presidente del Soviet Supremo toccò gli argomenti più diversi: dall’andamento dell’annata agraria all’età di pensionamento degli operai, dal sistema universitario al campionato di calcio. Ma quando il dialogo sfiorò il tema dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, cominciarono ad affiorare i primi imbarazzi. Quindi Podgornyj pose quella che definì «una domanda molto confidenziale e riservata»: nei giorni successivi avrebbe dovuto recarsi in udienza dal Papa, e voleva sapere se all’ospite fosse concesso fumare. Senza una sigaretta tra le mani, confessò, nei colloqui importanti si sentiva confuso e gli sembrava di impazzire. Il suo ambasciatore a Roma lo aveva pregato di trattenersi, e Andreotti confermò che di norma il fumo era escluso durante le udienze. Ma per lui intravide buone possibilità di scavalcare il protocollo… «Quando Paolo VI era monsignor Montini, qualche sigaretta alla fine dei pasti l’accendeva», disse riferendosi ai tempi in cui il futuro Pontefice assisteva gli universitari cattolici. «Se sedendosi troverà un portacenere, vuol dire che il messaggio è stato raccolto».
Il giorno dell’udienza, Podgornyj trovò il portacenere sul tavolino.
Anche questo – soprattutto questo – era Giulio Andreotti.

P. S.
Per i cultori degli aneddoti e dei retroscena, il Divo Giulio non è stato un uomo politico come tanti. È stato un mito. E non per la logora vulgata che lo vuole più legato di chiunque altro ai mille misteri italiani, ma per essere stato il solo a rendere pubblica la parte più "innocua" e folcloristica della vita politica nazionale e internazionale, con una ventina di libri divenuti best seller e innumerevoli scritti, appunti d'archivio e interviste. Elegante, freddo, inafferrabile. Nulla della sua vicenda politica sarà mai comprensibile se non ci si chiederà quale sia stato, per l'Italia degli anni di piombo, il prezzo della democrazia. «Un grande statista? Sì, ma del Vaticano», chiosava un suo inguaribile estimatore, il presidente emerito Cossiga. «Sono nato sotto un Benedetto e morirò, spero non prestissimo, sotto un altro Benedetto», aveva dichiarato lui dopo l’elezione di Joseph Ratzinger al soglio di Pietro. Solo una eccezionale, imprevedibile «bizzarria della storia» ha impedito alla sua profezia di avverarsi.

Manuel Lambertini

lunedì 25 febbraio 2013

Berluscones

Ogni volta che si confrontano i sondaggi e gli exit poll con i risultati effettivi delle elezioni, si approda sempre alla stessa conclusione, quella a cui tutti noi, fino all’ultimo minuto, ci rifiutiamo di credere: il vero elettore berlusconiano si vergogna del proprio voto. Spesso è anche consapevole di vivere in uno stato di minorità culturale, morale, politica. E se ne vergogna. Ma niente, nel segreto dell’urna, può impedirgli di votare come ha sempre votato: contro le tasse e contro i comunisti («che vogliono far votare gli immigrati per vincere le elezioni»). Spesso non ha niente in comune con l’invasato che si strappa i capelli ai comizi del Pdl, o con lo sprovveduto che crede alle più improbabili promesse elettorali. Chiede solo di poter galleggiare spensierato ancora un po’, nella speranza che lo Stato lo lasci in pace e che il potere rimanga nelle mani di qualcuno che pensi anche per lui. Salvo poi tornare a mescolarsi tra la folla, nel momento giusto, e partecipare onorevolmente al linciaggio collettivo del padrone caduto in disgrazia. Berlusconi è il prodotto di questa mentalità tutta italiana, che precedeva la sua discesa in campo e che gli sopravviverà.

Manuel Lambertini