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domenica 27 settembre 2015

Pietro Ingrao

Pietro Ingrao (Lenola, 30 marzo 1915 - Roma, 27 settembre 2015)
Non solo i pochi compagni rimasti, ma tutto il mondo politico e i più alti vertici delle istituzioni si attiveranno nelle prossime ore per rendere il giusto tributo alla vita straordinaria di Pietro Ingrao. «Eretico senza scisma», lo aveva puntualmente definito Fausto Bertinotti nel giorno dei suoi cento anni, in riferimento al rapporto conflittuale che sempre lo legò al Partito Comunista Italiano. Per l’amico Andrea Camilleri era invece un «eroe del dubbio», per altri ancora «messaggero di futuro», «acchiappanuvole», «perdente di successo», persino «coniglio mannaro». Ma prima che un amatissimo esponente politico, Ingrao è stato un uomo malato di libertà, un democratico animato dal sogno di dare concretezza a forme di vita nuove. Un poeta in lotta per un mondo diverso.


Eppure

Per gli incolori
che non hanno canto
neppure il grido,
per chi solo transita
senza nemmeno raccontare il suo respiro,
per i dispersi nelle tane, nei meandri
dove non c’è segno, né nido,
per gli oscurati dal sole altrui,
per la polvere
di cui non si può dire la storia,
per i non nati mai
perché non furono riconosciuti,
per le parole perdute nell’ansia
per gli inni che nessuno canta
essendo solo desiderio spento,
per le grandi solitudini che si affollano
i sentieri persi
gli occhi chiusi
i reclusi nelle carceri d’ombra
per gli innominati,
i semplici deserti:
fiume senza bandiere senza sponde
eppure eterno fiume dell’esistere.
                                             
                                                Pietro Ingrao, L'alta febbre del fare, Mondadori, Milano, 1994.

sabato 11 luglio 2015

Giacomo Biffi

Giacomo Biffi
(Milano, 13 giugno 1928 - Bologna, 11 luglio 2015)
Da arcivescovo di una città come Bologna, dove ogni frizione finisce sempre per smorzarsi in una bonarietà avvelenata di rancore, dove tutte le fratture si ricompongono all'insegna di un politicamente corretto venato di ipocrisia, il cardinale Giacomo Biffi interpretò il proprio ruolo di pastore con una franchezza strepitosa. Pungolava senza tregua la cittadinanza bolognese, randellava senza grazia le amministrazioni locali e i governi nazionali. Ravvivava l'ortodossia cattolica con un gusto per la provocazione che, insieme al suo profilo da irriducibile, doveva aver mutuato dalle umili origini familiari.
Ero molto piccolo, ma ricordo benissimo gli ultimi anni del suo mandato. Avevo meno di dieci anni quando, durante un raduno di Estate Ragazzi ai Giardini Margherita, ricevetti l’Eucarestia dalle sue mani. 
Una volta, alle scuole elementari, scrissi un tema di cui la maestra Rosanna disse: “Questo piacerebbe molto al cardinale Biffi!”. Ne fui fierissimo. Di quel tema ricordo solo che mi era stato chiesto dove avrei voluto far nascere Gesù in epoca contemporanea, ed io avevo scelto il Vietnam.
Un’altra volta lo vidi in una strada di montagna a Lizzano in Belvedere, mentre ero impegnato in una faticosissima passeggiata con mio nonno Gerardo: la sua auto blu ci sfilò lentamente accanto, e i commenti del nonno mi aiutarono a capire che alcuni hanno Dio dalla loro parte, altri no.
Con Biffi penso di aver condiviso solo il segno zodiacale, perché compivamo gli anni lo stesso giorno: il 13 giugno 2008 io raggiunsi la maggiore età, lui festeggiò gli 80 anni con una celebrazione solenne al Santuario della Madonna di San Luca. Mi sarei precipitato lì, se avessi saputo la notizia in tempo.
Insomma, è molto quello che resta del cardinale Biffi. Perché era un pastore che non aveva dimenticato la funzione primaria del bastone. Dio solo sapeva quanta fatica gli costasse lasciare l’ultima parola al perdono. Eppure ci è sempre riuscito. Di questo, davvero, sono sicuro.

lunedì 13 aprile 2015

Eduardo Galeano


Celebrazione del nascere incessante

Eduardo Galeano
 (Montevideo, 3 settembre 1940 - Montevideo, 13 aprile 2015)
Ritratto di Erin Currier.
Miguel Mármol servì un altro giro di rum Matusalemme e mi disse che era una commemorazione: la memoria brindava ai cinquantacinque anni della sua fucilazione. Nel 1932, un plotone di esecuzione l’aveva annientato per ordine del dittatore Martínez.
«Ho già sulle spalle ottantadue anni», disse Miguelito, «ma non me accorgo nemmeno. Ho molte fidanzate. Me le ha ordinate il dottore.»
Mi raccontò che aveva l’abitudine di destarsi prima dell’alba, e che non appena apriva gli occhi si metteva a cantare, a ballare e a ciabattare, e la cosa non piaceva punto ai vicini del piano di sotto.
Ero andato da lui per portargli l’ultimo volume di Memoria del fuoco. La storia di Miguelito è il cardine sul quale ruota il libro: la storia delle sue undici morti e delle sue undici resurrezioni, lungo tutta la sua vita recidiva. Fin dalla sua nascita a Ilopango, in Salvador, Miguelito è la più calzante metafora dell’America Latina. Come lui, l’America Latina è morta e rinata tante volte. Come lui, continua a nascere.
«Ma di questo», mi disse, «non è il caso di parlare. I cattolici mi dicono che è tutto merito della Provvidenza. E i comunisti, i miei compagni, mi dicono che è tutto merito della coincidenza.»
Gli proposi di fondare insieme a me il marxismo magico: metà ragione, metà passione. E la terza metà, mistero.
«L’idea non sarebbe malvagia», mi disse.

Eduardo Galeano, Il libro degli abbracci,  2005.



Oggi ci hanno lasciato Gunter Grass e Eduardo Galeano, due autori il cui passaggio influenzò profondamente la visione che intere collettività - la Germania del dopoguerra per il primo, l'America Latina per il secondo - avevano di se stesse.
La vita e l’opera di  Galeano sono un canto di lotta, liberazione, fratellanza, amicizia, speranza. In una parola, un canto di felicità. Perché felicità è lottare.
Ciao Eduardo.
Grazie.

sabato 11 aprile 2015

Judith Malina

Judith Malina (Kiel, 4 giugno 1926 - Englewood, New Jersey, 10 aprile 2015)
Con la scomparsa di Judith Malina la controcultura americana del ‘900 ha perso una delle sue icone più tenaci e appassionate. Impossibile renderle un giusto tributo senza rievocare l’intensa stagione in cui, con il marito Julian Beck, animò il rivoluzionario progetto del Living Theatre: più che una compagnia teatrale, una comune di attori e artisti, insediatasi nella New York del secondo dopoguerra e decisa ad estendere gli orizzonti dell’avanguardia espressionista al mondo della vita quotidiana.
Nata a Kiel nel 1926, in una famiglia ebraico-tedesca, Judith Malina era emigrata negli Stati Uniti con i genitori; aveva poi frequentato la scuola del grande drammaturgo Erwin Piscator: di qui l’incontro con Beck e la nascita, nel 1947, del nucleo storico del Living Theatre. 
Poco più che ventenni, Julian e Judith dettero vita ad un teatro lontanissimo dai lustrini di Broadway. Il teatro di poesia dei primi anni ’50 cedette presto il passo ad una forma di metateatro che – anche con la rivisitazione dell’opera di Pirandello – puntava al diretto coinvolgimento del pubblico. Riscoprirono poi l’eredità di Antonin Artaud e il teatro della crudeltà, in cui la violenza del mondo reale veniva esorcizzata e condannata attraverso la sua rappresentazione. Se The Connection (1959) raccontava la giornata di un eroinomane, in The Brig (1963) i membri della compagnia accettarono di sottoporsi ad autentiche vessazioni, frustati e umiliati dalla stessa Malina, per lo sconcerto e la pietà degli spettatori.
Dopo un processo politico e alcune settimane di detenzione, nel 1964 i fondatori del Living Theatre intrapresero un viaggio in Europa che si sarebbe protratto fino al 1970: gli spettacoli realizzati in quel periodo – Mysteries and Smaller Pieces (1964), Frankenstein (1965), Antigone (1967) e Paradise Now (1967) – furono un’imprescindibile fonte di ispirazione per le contestazioni giovanili del Sessantotto. Nel 1969 Beck e Malina presero anche parte al film collettivo Amore e rabbia, nell’episodio Agonia, diretto da Bernardo Bertolucci. Tra le pellicole a cui Judith Malina avrebbe partecipato nel corso degli anni, da ricordare Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) di Sidney Lumet – al fianco dell’adorante amico Al Pacino –, China Girl (1987) di Abel Ferrara, Radio Days (1987) di Woody Allen, Risvegli (1990) di Penny Marshall e soprattutto La famiglia Addams (1991) di Barry Sonnenfeld.
Judith Malina e Julian Beck in carcere in Brasile (1971)
Rimandato il ritorno negli Usa, e dopo numerose defezioni in seno alla compagnia, i coniugi Beck si trasferirono nel Brasile oppresso dalla dittatura militare. Con l’intento di realizzare un «teatro da guerriglia» rivolto al sottoproletariato delle periferie, cominciarono la lavorazione dell’ambizioso ciclo L’eredità di Caino, che sarebbe proseguita per tutto il decennio successivo senza essere mai portata a compimento. Arrestati nel ‘71 con l’accusa di possesso di droga, furono espulsi dal Paese dopo due mesi di carcere.
Ma per Judith Malina la prova più difficile si presentò all'inizio degli anni ’80, quando al marito fu diagnosticato un cancro allo stomaco: Julian Beck morì il 14 settembre 1985, all'età di sessant'anni, lasciando a Judith la pesante responsabilità di portare avanti il grande progetto del Living. Le si affiancò Hanon Reznikov, che nel 1988 divenne il suo secondo marito. Anche a lui si dovette l’ancor più febbrile attività degli anni successivi: stabilitosi sulla Terza Strada di Manhattan, il Living realizzò nuovi spettacoli di denuncia sociale come Humanity, Rules of Civilty, Echoes of Justice e The Zero Method.
Dopo un altro periodo itinerante, tra il 1999 e il 2003 la compagnia si stabilì in Italia, nella provincia di Alessandria, dove videro la luce Anarchia, Utopia, Capital Changes e Not in my name, feroci atti d’accusa contro la guerra, lo sfruttamento del sistema capitalistico e la pena di morte. Durante i giorni del G8 di Genova andò poi in scena Resist Now!, a sostegno della protesta no global. Neanche l’improvvisa morte di Reznikov, nel maggio 2008, abbatté l’impegno dell’infaticabile Judith: da sola terminò la realizzazione di Eureka! e nel 2010 scrisse Red Noir, coltivando ancora nuovi piani di lavoro.
Bologna, 8 luglio 2013
Prima che le condizioni di salute e l’indigenza la costringessero a ritirarsi presso la Lillian Booth Home, una casa di riposo per artisti del New Jersey, era tornata in Italia un’ultima volta nel 2013. A Bologna, dove aveva assistito a una proiezione dell’Edipo re di Pasolini – con l’amato Julian Beck nei panni dell’indovino cieco Tiresia – e ricordato le vittime della strage di Ustica con uno spettacolo recitato insieme a Silvia Calderoni della compagnia riminese Motus, The plot is the revolution. Dalla sua piccola sedia a rotelle, anche in quell’occasione, dette prova di uno spirito sempre battagliero, mai piegato dagli anni e dagli eventi. A chi le chiese di definire il Living Theatre rispose che era sempre stato una «lotta per l’azione, per dare potere agli spettatori»: «Ora li chiamiamo partecipanti, sempre di più il nostro teatro diventa esperienza in cui i partecipanti possono far sentire il loro potere di cambiare, con la speranza che quando finisce lo spettacolo portino fuori il bisogno di opporsi a ciò che è contro il loro sentimento e il loro desiderio».

lunedì 5 gennaio 2015

Pino Daniele


A chi gli chiedeva se avesse paura della morte, a fronte di condizioni di salute già precarie, Pino Daniele opponeva un nettissimo diniego: «La morte? È la più grande bugia della vita».
La sua voce limpida e il suo cuore schietto, da artista allergico ai bluff dei professionisti dello spettacolo, erano entrati da decenni nel linguaggio quotidiano del popolo partenopeo, e le sue canzoni risuoneranno ora più forti che mai nei vicoli di una Napoli dalla bellezza sempre amara e struggente.
Terra mia, scritta oltre trent'anni fa, più di ogni altra potrebbe accogliere tutti i Sud del mondo in un abbraccio fraterno: dal Mediterraneo arabo all’Africa nera, alle impietose periferie delle metropoli latinoamericane. Una perla di poesia e sofferenza, un grido di dolore e di speranza in cui la «vita che se ne va» e la nera mestizia delle preghiere sembrano ricongiungere mare e cielo fino a sciogliersi in un eterno profumo di libertà.

mercoledì 24 dicembre 2014

Giovanni Bersani

Per tutti restava «il senatore», anche se la sua quarantennale carriera politica non si era protratta oltre il 1989. Nel percorrere un cammino costellato di successi, Giovanni Bersani aveva stretto amicizia con tutti i più grandi costruttori di pace del pianeta, da Albert Schweitzer a Madre Teresa di Calcutta, da Dom Helder Camara a Nelson Mandela. Oscar Luigi Scalfaro, durante la sua ultima visita sotto le Due Torri, gli rivolse un saluto colmo di affetto. E Romano Prodi parlava di lui con una riconoscenza che sfiorava la devozione. Si è spento serenamente oggi, alla veneranda età di cento anni, illuminando per un momento una concezione della politica tanto alta da non potersi mai davvero scindere dall'etica della carità.
Deputato DC per sei legislature, dal 1948 al 1976, nel 1952 fu scelto da De Gasperi come sottosegretario al Lavoro e alla Previdenza Sociale. Trascorse la settima legislatura a Palazzo Madama, per poi candidarsi al Parlamento Europeo, del quale aveva già fatto parte in qualità di membro nominato dal governo. Eletto nel 1979, aderì al Partito Popolare Europeo e venne riconfermato nel 1984.
A distinguerlo, in quegli anni, fu soprattutto il contributo che seppe offrire all’associazionismo cattolico, superando brillantemente gli ostacoli che un terreno sfavorevole come quello emiliano deve avergli riservato... Militò nelle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani (ACLI), delle quali fu vice-presidente, e poi nel più conservatore Movimento Cristiano dei Lavoratori (MCL). Nel 1972 fondò il Comitato Europeo per la Formazione e l’Agricoltura (CEFA) e avviò importanti progetti di cooperazione con la Repubblica Democratica del Congo, la Tanzania, il Kenya, la Somalia, il Cile, l’Argentina, i Paesi della ex Jugoslavia, il Marocco e il Guatemala, coinvolgendo e responsabilizzando le comunità locali. Nel 1997, infine, diede vita alla Fondazione Nord-Sud per la solidarietà internazionale, una onlus che favorisce lo sviluppo agricolo, sanitario e infrastrutturale dei Paesi poveri, operando secondo le pratiche del microcredito e del commercio equo e solidale.
Giovanni Bersani era un centenario vitale e non domato, fedele a quel pensiero sociale cristiano di cui la sua carriera politica e il suo impegno umanitario sono stati esemplare testimonianza. Nell'ultimo decennio gli attestati di stima gli erano piovuti da ogni parte. Nel 2004 il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna ne aveva sollecitato la nomina a senatore a vita, attraverso una risoluzione accolta col plauso generale e sottoscritta da tutti i gruppi. Con un’adesione ancor più entusiastica e trasversale, nell'ottobre 2010, era stato accolto l’appello de Il Resto del Carlino di proporlo come candidato al Nobel per la Pace. Ma una volta di più il «senatore» Bersani si era schernito. Aveva chiesto di tagliare corto, di lasciar perdere, con l’operosità umile e schiva dell'uomo abituato a pensare al futuro. Senza concedersi autocelebrazioni di sorta.


Manuel Lambertini

giovedì 17 luglio 2014

Johnny Winter

John Dawson Winter III
(Beaumont, Texas, 23 febbraio 1944 - Zurigo, 16 luglio 2014)
Un cappellaccio da texano da cui spiovevano lunghi capelli bianchi, che sotto le luci dei riflettori diventavano fosforescenti; braccia magrissime ma vigorose, disseminate di tatuaggi. Johnny Winter, settant'anni compiuti a febbraio, si è spento improvvisamente in un hotel di Zurigo, a pochi giorni dal suo ultimo concerto in Austria.
Albino come il fratello Edgar, che per tutta la vita lo ha accompagnato in giro per il mondo, era considerato uno dei più grandi chitarristi blues in attività; talento e carisma gli avevano però fatto oltrepassare i confini del genere, e il suo virtuosismo con la chitarra slide poté arricchire di interpretazioni memorabili alcuni tra i più grandi classici rock, da Johnny B. Goode di Chuck Berry a Highway 61 Revisited di Dylan.
Calcava le scene dall’età di quindici anni, con dedizione e disciplina, tra abusi di alcol e droghe e collaborazioni straordinarie. Appena diciassettenne, si dice avesse convinto il già celebre B.B. King a cedergli palco e chitarra, entusiasmando un pubblico di soli neri. Al suo primo album, The Progressive Blues Experiment (1968), avevano partecipato musicisti del calibro di Willie Dixon e Little Walter. Nel 1969 si era esibito all’ultima giornata del Festival di Woodstock, un’esperienza che fin da allora parve segnare in modo indelebile tutta la sua carriera. Aveva poi condiviso il palcoscenico con Jimi Hendrix e gli era stata attribuita una breve relazione con Janis Joplin. Il suo nome, non solo tra i cultori dell’electric blues, sarebbe entrato nello stesso Pantheon di John Lee Hooker, Jimmy Page, Eric Clapton, Allman Brothers e Lynyrd Skynyrd.
Johnny Winter al Festival di Woodstock nel 1979
Nelle vesti di produttore gli si deve la rinascita musicale del suo mito di gioventù, Muddy Waters, di cui ha prodotto dischi come Hard Again (1977), I’m Ready (1978) e King Bee (1981): Waters lo avrebbe definito «il mio figlio adottivo».
Tra gli album di maggior successo, Saints & Sinners (1974), Nothin’ But The Blues (1977), l'amatissimo Guitar Slinger (1984) e Let Me In (1991), oltre a un numero sterminato di registrazioni live. Premiato con il Grammy Award nel 2004 per I’m a Bluesman, la rivista «Rolling Stone» lo ha collocato al 63esimo posto tra i 100 migliori chitarristi di tutti i tempi. Sono infine freschi di realizzazione il documentario Johnny Winter: Down and Dirty (2014), presentato in occasione del suo settantesimo compleanno, e l'album Step Back, che sarà pubblicato postumo.
Reduce di un’esistenza vissuta sulla strada, Winter era stato in Italia solo poche settimane fa, alla fine di maggio, per esibirsi in un mini tour di tre date a Roma, Udine e Mezzago. Nel febbraio 2012 aveva invece fatto tappa al Teatro Novelli di Rimini, con la tournée dell’album Roots. Ebbi il privilegio di incontrarlo lì. Insieme alle poche persone che si erano radunate davanti al teatro qualche ora prima del concerto, vidi parcheggiare il camper sul quale riposava. Erano appena arrivati dall'Est Europa, ci disse una sua giovane assistente, ma se avessimo aspettato qualche minuto saremmo stati ricevuti uno alla volta. Quando arrivò il mio turno, fui accompagnato al suo tavolo. Mi trovai davanti una creatura nobile, esile, fragilissima; i capelli mi sembrarono più radi, forse perché raccolti dietro a un grande cappello da cowboy. Capii subito che era diventato quasi cieco; ricordo l’impegno e la fatica con cui autografò la piccola fotografia che gli avevo portato, chinando il capo quasi fino a sfiorarla col viso.
Rimini, 25 febbraio 2012
Forse per una suggestione legata al luogo dell’incontro, mi venne in mente l’oracolo ermafrodita di Fellini Satyricon, gallina dalle uova d’oro di una corte dei miracoli decisa a sfruttarne fino in fondo le doti e la fama. Prima di andare via volli stringergli la mano, e per attirarne l’attenzione dovetti toccargli le dite: restai stupito dalla risolutezza della sua presa, da quanta forza avesse conservato; e scacciai ogni pensiero cinico. Johnny Winter sapeva che ad affollare i suoi concerti erano persone legate a una leggenda del passato, già appagate e spesso incapaci di pretendere alcunché dalle nuove performance di un così grande sopravvissuto. Ma non poteva vivere in modo diverso. Era scritto che il suo cammino dovesse interrompersi senza attese, nella frugalità di un luogo senza importanza, come in una sublime e dolente improvvisazione blues.
Sempre su un palco, sempre sulla strada. Gli sia lieto il prossimo viaggio.

Manuel Lambertini

giovedì 17 aprile 2014

Gabo

Gabriel Garcìa Márquez (Aracataca, 6 marzo 1927 - Città del Messico, 17 aprile 2014)
Nei maggiori siti web di informazione la notizia della scomparsa di Gabriel Garcìa Márquez ha surclassato un’altra notizia, di tutt’altro tenore: la scoperta, a 500 anni luce dalla nostra galassia, di un pianeta molto simile alla Terra, che presenterebbe tutte le condizioni necessarie alla presenza di acqua allo stato liquido.
La morte di Gabo ha interrotto queste fantasticherie. È stato come se la dipartita del più grande scrittore contemporaneo, il padre del realismo magico, ci avesse riportato coi piedi per terra, ricordandoci di quante meraviglie sia ancora capace questo mondo, e di quanta generosa nobiltà possano brillare le sue anime migliori. La sua ossessione, diceva, era la solitudine dell'uomo; ha dato il meglio del proprio genio nel raccontare la solitudine del potere, quell'ebbrezza destinata a «decomporsi in raffiche di disagio» che nelle sue narrazioni viene sempre ricondotta ad una dimensione eminentemente umana.

Da Cent’anni di solitudine (1967): «Allora entrarono nella stanza di José Arcadio Buendía, lo scossero con tutte le loro forze, gli gridarono nell’orecchio, gli misero uno specchio davanti alle narici, ma non riuscirono a svegliarlo. Poco dopo, quando il falegname gli prendeva le misure per la bara, videro attraverso la finestra che stava cadendo una pioggerella di minuscoli fiori gialli. Caddero per tutta la notte sul villaggio in una tormenta silenziosa, e coprirono i tetti e ostruirono le porte, e soffocarono gli animali che dormivano all’aperto. Tanti fiori caddero dal cielo, che al mattino le strade erano tappezzate di una coltre compatta, e dovettero sgombrarle con pale e rastrelli perché potesse passare il funerale».

La pioggia di fiori gialli, da questa parte dell'oceano, non è ancora arrivata. Ma per non smettere di guardare il cielo, continueremo ad aspettarla.

Manuel Lambertini

mercoledì 12 febbraio 2014

Freak

Diverso con orgoglio
di Andrea "Bellafronte" Setti & Roberto "Freak" Antoni

Non posso, davvero non posso
considerarmi omologato
accettare il compromesso
le chiare regole del mercato     

Non riesco a vendermi
c’è qualcosa che mi impedisce
forse è coscienza, forse è demenza
ma è forte, non si zittisce

Perché non partecipo al successo
e al suo contorno d’esaltazione??
non vado mai a nessun congresso
mi difetta la partecipazione
Lontano dai giochi del Potere
dalle comode poltrone per il sedere
Via dai manager rampanti
dalle loro mogli imbarazzanti

Sono diverso, da poco l’ho scoperto
solo adesso mi rendo conto
di appartenere a un altro mondo
(Sono consapevole: odio l’intrallazzo
e il convenevole!!!)
Sono diverso e con orgoglio
perché è diverso quello che voglio
(Sono anormale, se sbadiglio al concetto di
“Villaggio Globale”???)

È inutile che io tenti di fare il furbo
non sono scaltro, non sono accorto
forse sembrerò anche patetico
se anche il fisico è poco atletico

C’è chi mi ritiene inadeguato
e, in aggiunta: sprovveduto
per questo oggi e nel passato
mi hanno già del tutto escluso

Perché mi sento così maldestro
perché mi considero incapace (?)
non ce la faccio a vedermi corrotto
non voglio trasformarmi in un rapace
né accettare tanti compromessi
piuttosto rimango tra i cosiddetti “fessi”
mi riconosco nel modello alternativo
anche senza la posa del trasgressivo.

Roberto "Freak" Antoni, Non c’è gusto in Italia ad essere dementi, Bologna, Pendragon, 2005.


L’ultima volta che ho visto Roberto "Freak" Antoni è stato al Biografilm Festival di Bologna, nel giugno dell’anno scorso. Ero con il signor Luigi Finetti, suo ammiratore di lunghissima data. "Freak" ci passò accanto con un vaso di fiori in mano e disse: «Toh, mi hanno regalato una piantina!».
«Diventerà grande come te!» gli urlò Finetti.
«Crescerà proprio tanto, allora…» replicò lui tra lo scettico e il divertito. Poi se ne andò via di buon passo. "Freak" Antoni non era solo il genio di cui tutti ora parlano. Era anche un maestro del politicamente scorretto. Un tipo così anticonformista da provare ostilità per l’anticonformismo. «Le sue poesie riflettono, mi sembra, soprattutto la sua lontananza dal mostruoso sussiego del modo di vivere contemporaneo: che è, a ben vedere, il vero "demenziale"», ha detto di lui Michele Serra.
Perciò ricordarlo con sussiego nel giorno della morte sarebbe quanto di più oltraggioso. Rimane però il fatto che, per avercelo dato e per avercelo tolto così presto, «Dio ci deve delle spiegazioni».

sabato 11 gennaio 2014

Il mistero del falco

Ariel Sharon
(Kfar Malal, 26 febbraio 1928 - Ramat Gan, 11 gennaio 2014)
L’ex primo ministro israeliano Ariel Sharon è morto dopo aver trascorso gli ultimi otto anni in uno stato vegetativo. La cessazione delle sue funzioni vitali, in fondo, ha solo fatto da suggello finale ad un’epoca che sembrava già lontanissima.
Nel momento dell’estremo saluto, l’immagine che ne hanno trasmesso i media internazionali e le dichiarazioni dei grandi della Terra è stata quella di «un patriota al servizio del suo Paese» (Angela Merkel) che «ha avuto il coraggio di dialogare con i palestinesi» (François Hollande), di prendere «decisioni coraggiose per il perseguimento della pace» (David Cameron). Tutti lo hanno ricordato, in definitiva, come «un falco sulla via della pace».
Ma la sua lunga parabola politica, che getta la propria ombra sull’intera storia dello Stato di Israele, è quasi uno sberleffo a tutti gli steorotipi più ricorrenti sul Medio Oriente, e alla retorica dei “falchi” e delle “colombe” in particolare. Pare che lo smantellamento degli insediamenti israeliani della Striscia di Gaza, ordinato dal suo governo nel 2005, abbia cancellato in un sol colpo ogni traccia di una vita che fino ad allora aveva avuto come stella polare il più sistematico e indiscriminato uso della forza.
Dalla strage di Sabra e Chatila del 1982 – perpetrata dai cristiano-maroniti libanesi di Elie Hobeika con la connivenza dell’esercito israeliano – alla provocatoria visita sulla Spianata delle Moschee del 2000 – che scatenò la Seconda Intifada palestinese, consegnandogli però una netta vittoria elettorale – fino all'invasione della Cisgiordania con l’«Operazione Scudo difensivo» del 2002 e alle innumerevoli esecuzioni extragiudiziarie dei leader della rivolta palestinese: si faceva vanto di essere un «guerriero» sempre con le armi in pugno, un «bulldozer» insofferente ai codici militari e alle lungaggini della politica. Persino il ritiro dalla Striscia di Gaza, alla luce della sua vicenda umana, richiede una rilettura assai diversa da quella corrente.
Ariel Sharon durante l'invasione israeliana del Libano (1982)
Comunque la si pensi sul suo conto, infatti, significherebbe disonorarne la memoria non ricordare che per Sharon il piano di disimpegno unilaterale da Gaza non era mai stato concepito come il primo passo di un processo negoziale con i palestinesi, ma come l’unica rilevante cessione territoriale che potesse essere concessa ad una autonomia palestinese completamente assoggettata alle esigenze di sicurezza dello Stato ebraico.
Fu lui stesso a dichiararlo, in un’intervista rilasciata nell'agosto 2005 a Nahum Barnea e Shimon Shiffer per il quotidiano Yedioth Ahronot: «Già nel 1988, in una riunione dei ministri del Likud, dissi che avremmo dovuto decidere a cosa rinunciare, altrimenti saremmo stati costretti a tornare ai confini del ’67». E aggiunse: «I coloni hanno fatto molto. Se non fosse stato per loro oggi non saremmo a Hebron, Gush Etzion, Ma’aleh Adumim, Ariel, Eli, Shilo e Beith El». «E la valle del Giordano?» chiesero Barnea e Shiffer, riferendosi alla fascia di insediamenti formatasi nella zona orientale della Cisgiordania che impedisce ai palestinesi l’accesso alle acque del fiume Giordano. «La aggiunga pure alla lista», rispose il premier. «Insieme alle alture che dominano la pianura costiera e l’aeroporto».
Lo smantellamento forzato degli insediamenti ebraici costruiti illegalmente sulla Striscia di Gaza, inutile dirlo, fu un duro colpo per l’opinione pubblica israeliana e per l’elettorato del Likud in particolare, ma eliminò gli ingenti costi legati alla protezione dei coloni, oscurò la parallela, inarrestabile colonizzazione della Cisgiordania e rafforzò Israele sul piano diplomatico. Viste in quest’ottica, le reazioni della comunità internazionale, che allora celebrò Ariel Sharon e che oggi lo piange, altro non sono che la consacrazione di un indubbio successo.

Manuel Lambertini

giovedì 5 dicembre 2013

Nelson Mandela

La meditazione

Nelson Mandela (Mvezo, 18 luglio 1918 - Johannesburg, 5 dicembre 2013)

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.

La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.

È la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.

Ci domandiamo: “Chi sono io per essere brillante,
pieno di talento, favoloso?”

In realtà chi sei tu per NON esserlo?

Siamo figli di Dio.

Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.

Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicché gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.

Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.

Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.

Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.

E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

                                                                               Nelson Mandela

sabato 20 luglio 2013

Giampiero Calderoni

Con Carolina Crescentini e Giampiero Calderoni
A volte ricordare una persona appena scomparsa è un dovere morale, un impegno da onorare ad ogni costo; ma che la scelta di mettere per iscritto i propri ricordi nasca da un'istintiva e irrefrenabile necessità è cosa assai rara. Come lo era, per l’appunto, la persona di Giampiero Calderoni.
Per presentarlo non bastano parole come «cacciatore di vip», «collezionista di autografi» o «presenzialista» (il termine tecnico sarebbe «angolista», una fortunata definizione che l'amico film-maker Walter Ciusa ha mutuato dal poker), che pure riassumono con una certa esattezza la sua principale occupazione. Giampiero aveva ormai acquisito lo status di “personaggio pubblico”, ed era conosciuto in ogni parte d’Italia, forse più di quanto lui stesso immaginasse. Lo conoscevano ovunque come “il Prof.”, per via di una laurea in Economia e Commercio e di un passato da insegnante negli istituti tecnico-commerciali. Per noi che facevamo parte della sua banda era “il Sommo”, “il Boss”. Avrebbe voluto essere ricordato come «un uomo vissuto per lo spettacolo».
Dopo averne reso pubblica la scomparsa, sulla pagina Facebook che il suo ammiratore Luca Coralli aveva creato per lui nel gennaio 2011, ho assistito in presa diretta ad un inarrestabile e stupefacente passaparola, con una valanga di messaggi di cordoglio. Gli apprezzamenti alla pagina sono triplicati, e la notizia è stata ripresa dai quotidiani e da diverse radio locali. I cacciatori d’autografi sanremesi, particolarmente addolorati, mi hanno tutti detto di non riuscire ad immaginare il Festival della Canzone senza di lui.
Giampiero Calderoni ed Emir Kusturica
Il mio annuncio del 16 luglio, che inizialmente voleva essere laconico e distaccato, cominciava così: «Il professor Giampiero Calderoni è stato trovato senza vita nella sua casa di Imola nel pomeriggio di ieri, 15 luglio 2013. Chi lo conosceva ricorderà il suo humour nero e le sue battute spinte, ma questo non è uno scherzo». Dal giovedì della settimana precedente, aggiungevo, si era reso irreperibile. La sua assenza ad eventi a cui non avrebbe potuto mancare per nulla al mondo aveva preoccupato le persone che gli erano più vicine: due di loro, la faentina Barbara e il forlivese Marco, erano andati a cercarlo a casa e si erano decisi a chiamare i vigili del fuoco, che sfondata la porta ne avevano constatato la morte.
Nei sei anni di scorribande passati insieme, scrivevo, ho visto Lucio Dalla e Gianni Morandi salutarlo sempre con affetto e invitarlo generosamente ai loro spettacoli. Ho visto Lola Ponce rientrare all’Hotel Baglioni all’1.30 della notte e convincere Giò Di Tonno a ritirare fuori la chitarra dal fodero, per cantare davanti a lui: «Dedichiamogli un bel concerto, al Principe!». E ho visto un altro “Principe”, Francesco De Gregori, sempre così schivo e accigliato, avvicinarglisi nel retro del palco di Piazza Maggiore prima di un concerto e dirgli, quasi con premura: «Non senti niente da qui, devi andare là davanti».
La notizia della sua morte era stata riportata con una certa rilevanza anche nella cronaca del Resto del Carlino di Imola. Ma non avrebbe avuto la stessa eco se un’amica degli «angolisti», la giornalista di Repubblica Giorgia Olivieri, non avesse pubblicato un lungo articolo nell’edizione on line del giornale. Articolo che è arrivato sotto gli occhi di molti degli artisti che conosceva e delle più importanti personalità bolognesi. Hanno poi fatto seguito il Corriere, con una lunga photogallery, e Il fatto quotidiano. Gianni Morandi in persona, citando l’articolo di Repubblica sul suo profilo Facebook, gli ha infine reso un omaggio che lo avrebbe emozionato: «Conoscevo bene Giampiero, mi seguiva nei concerti. C’era sempre, il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. E’ venuto per due anni a Sanremo, quando conducevo io ed eravamo diventati amici. L’avevo visto poco tempo fa a Bologna. Mi mancherà… Ciao prof».
Grazie sempre a Giorgia Olivieri, il nome del Prof. era già comparso sulla stampa locale nel luglio 2010 (in un articolo intitolato Cacciatori d’autografi: anche appostarsi è un’arte), accanto a quelli degli altri componenti della banda: “il Matto” (Marco, il suo braccio destro, noto anche come “Lametta”, “Schwarzenegger” e “Unabomber”), “il Matis”, “Cavallino”, “Little Tony”, Luigi Finetti e il sottoscritto (ancora orfano di nome de guerre!). Mancavano alla lista di allora alcuni battitori liberi come “Bagnacavallo”, “l’Uomo Nero”, “il Catanese”, la già citata “Faentina”, “la Madre e il Figlio” e "il Monaco", alcuni dei quali non avevano ancora ufficializzato la loro stabile appartenenza al gruppo.
Avevo conosciuto il Professore «on the road», nel maggio 2007, al termine di un incontro con Morgan alle Scuderie di piazza Verdi. Pioveva, ed io mi ero offerto di accompagnarlo con l’ombrello per le vie della zona universitaria, sulle tracce del trasgressivo cantautore. A diciassette anni, non immaginavo che quel giorno avrebbe segnato uno spartiacque, nella mia vita; e oggi mi rendo conto di non avere ancora acquisito piena coscienza di cosa significherà non vedere più profilarsi all’orizzonte la sua barcollante figura barbuta.
Era un uomo esplosivo, nella corporatura come nel carattere. Esplodeva in fragorose risate e in spettacolari attacchi di collera. Possedeva un’eccezionale capacità di osservazione, a cui univa una memoria dalla portata ciclopica. Forte di un’esperienza cinquantennale, pianificava ogni nuova imboscata come fosse la prima, senza dare nulla per scontato. Appena lo conobbi, divenni per lui una sorta di fotografo personale: avevo il compito di immortalarlo al fianco del personaggio di turno e di fargli avere le foto in tempi brevi. Guai a stamparle in un tipo di carta diverso da quello cui era abituato: se ne accorgeva, e le rifiutava! Luigi Finetti, investito del compito di accompagnarlo in auto nei luoghi che non poteva raggiungere in treno, mi diceva che «lo viziavo». Ed era vero.
Una volta, infatti, Luigi non poté portarlo ad uno dei tanti concerti che si tenevano al Futurshow Station di Casalecchio. Così lui si rivolse a me con fare imperioso. Mi spiegò che se fosse tornato in stazione in autobus non sarebbe riuscito a prendere il treno di mezzanotte e mezzo per Imola, e avrebbe dovuto passare la notte a Bologna. Quella sera, però, avevo già un impegno con altri due amici, e poi dovevo vedermi con lo stesso Marco. Pur con qualche malumore, sembrò capire la situazione e non insistette. Forse si illuse di riuscire a tornare ad Imola comunque, magari abbandonando il concerto prima della fine, o più probabilmente continuò a coltivare la speranza di vedermi comparire sul posto, come un tassista improvvisato... Inutile dire che nulla di ciò avvenne.
Ma un destino inclemente volle che proprio quella notte andassi con Marco alla stazione, e che incontrassi Giampiero davanti alle scale del primo binario. Non impiegai molto tempo a capire che aveva perso il treno.
«Non farti neanche vedere! Tu sei un pezzo di merda!» urlò puntandomi l’indice contro, e attirando l’attenzione della fauna umana più variegata che si potesse trovare. Infatti ci si avvicinò un magrebino mezzo ubriaco e dall’aria confusa:  «Io conoscere lui… Lui buono… Cosa avere fatto tu a lui?»
«Niente, niente, è tutto a posto…», balbettavo io per sdrammatizzare.
«C’è che è un coglione! Diglielo anche tu che è un coglione!» continuava il Prof., implacabile.
Per fortuna quelle imprecazioni non ebbero seguito, il magrebino rinunciò alla mediazione e nel giro di un quarto d’ora tutto tornò alla normalità.
Giampiero Calderoni sul set di Un matrimonio di Pupi Avati 
È sempre vissuto ai margini, Giampiero Calderoni. Agli «angoli», per l’esattezza. Da molti anni aveva lasciato l’insegnamento – perché si era semplicemente «rotto le palle» – e viveva con i risparmi ereditati dalla madre. A vederlo girare per strada, sembrava l’ultima delle persone a cui si sarebbe potuta attribuire una qualche importanza. E davvero non so cosa darei per fargli sapere di quanto affetto fosse riuscito a circondarsi; perché di quell’affetto, in vita, non ha mai avuto nemmeno un vago sentore. Nei nostri racconti abbiamo ammantato la sua vicenda umana di una grazia che in realtà si manifestava solo in fuggevoli, impercettibili bagliori. Scintille di tenerezza che lui stesso, per una strana forma di pudore, soffocava con battute scurrili e frasi sprezzanti. Con noi “colleghi” era a proprio agio, è vero, e dava libero sfogo ai lati più capricciosi e grotteschi del suo carattere; ma non aveva mai smesso di sentirsi addosso gli sguardi di riprovazione della “gente normale”, e sono certo che nell’intimo gli pesassero, anche se si divertiva a sbeffeggiarli.
Gli restavano però gli artisti. Loro non lo avrebbero mai deluso. Era convinto che in lui vedessero quello che loro stessi sarebbero potuti diventare se una strana combinazione di talento, impegno e fortuna non li avesse portati alla notorietà. Come ha scritto anche Giorgia Olivieri, «per uno strano ribaltamento di ruoli, era il vip che lo andava ad omaggiare». Proprio così. I vip rendevano omaggio al freak. E gli aneddoti da raccontare sarebbero centinaia. Da Pippo Baudo ad Al Bano, da Lucio Dalla a Ligabue, passando per Massimo Ranieri, Ron, Cesare Cremonini, Max Pezzali, Biagio Antonacci, Irene Grandi, Francesco Renga, i Subsonica, Elio e le Storie Tese, Giovanni Allevi, Simone Cristicchi, Enzo Iacchetti, Red Ronnie: per lui erano tutti «amici».
«E tu da dove arrivi, dalla steppa?» gli chiese una volta, divertita, Valeria Golino.
Luigi Finetti, Al Bano e Giampiero Calderoni
Non si contano poi gli artisti del passato che aveva conosciuto e di cui poteva tracciare originalissimi profili caratteriali. Diceva di aver letto un solo libro fino all’ultima pagina: l’autobiografia di Vittorio Gassman, Un grande avvenire dietro le spalle, di cui vantava una copia firmata. Spesso ricordava anche di aver visto Walter Chiari dormire in macchina fino a pochi minuti prima dello spettacolo. «Io e te dobbiamo vederci sempre» gli disse qualche anno fa Enzo Garinei, abbracciandolo. «Tu porti fortuna!».
Di alcuni cantanti si era infatuato negli ultimi anni: i Sonohra su tutti. Altri, come l’inossidabile Morandi, non lo stancavano mai. E il grande Dario Ballantini rafforzò inconsapevolmente il suo sodalizio ideale col cantante di Monghidoro… Durante una festa in un famoso showroom di Calderara di Reno, Ballantini si esibì in un’imitazione di Morandi nella quale cantava Banane e lampone; nel momento clou del brano, si inginocchiò platealmente davanti a Giampiero: «Per fortuna io ho te, amore!».
Per concludere, una precisazione che a chi mi conosce parrà superflua. Non c’è un solo minuto di quelli trascorsi col Professore che consideri tempo perso. Anzi, rimpiango di non essere mai andato con lui a Sanremo. E di non poter riavvolgere il nastro per rivivere tutto daccapo.

Manuel Lambertini 

domenica 30 giugno 2013

Margherita Hack

Margherita Hack
(Firenze, 12 giugno 1922 - Trieste, 29 luglio 2013)
«Stella rossa» titola oggi il manifesto, salutando Margherita Hack con un appellativo che di sicuro l’avrebbe fatta sorridere. Quasi a disperdere le vivaci polemiche che l’avevano vista protagonista in vita, il presidente Napolitano si è limitato a dire, molto semplicemente, che «ha onorato l’Italia»: già nel maggio 2012, in vista del suo novantesimo compleanno, l’aveva nominata Dama di gran croce «per il costante e instancabile impegno profuso nella ricerca scientifica e al servizio della società, che la rende esempio di straordinaria dedizione e coerenza per le giovani generazioni».
Era peraltro inevitabile che nel giorno della scomparsa il suo attivismo e il suo impegno civile fossero ricordati assai più dei pur altissimi meriti scientifici. Era un'astrofisica comunista, atea e vegetariana. Di una schiettezza indomabile, irriverente. Appassionata di gatti (ne aveva otto) e di bicicletta: «Si va abbastanza forte per assaporare l’ebbrezza della velocità e coprire distanze più lunghe di quelle che si fanno a piedi. E si va abbastanza piano per poter gustare il paesaggio e immergersi nella natura e nei suoi odori». Razionale fino allo scetticismo, ma mai superficiale: «Nella nostra galassia ci sono quattrocento miliardi di stelle, e nell’universo ci sono più di cento miliardi di galassie. Pensare di essere unici è molto improbabile». Mangiapreti irriducibile e impenitente. Emblematico lo scambio di battute che ebbe con il vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti; questi, al termine di un esuberante dibattito, cercò di concludere l’incontro nel segno di una curiale conciliazione: «Questa serata è veramente da annali per il modo con cui ci siamo trattati: con molto rispetto…». Ma la Hack non riuscì proprio a lasciargli l’ultima parola: «E che, ci si doveva prendere a pugni?!?».
La incontrai una prima volta al Biografilm Festival di Bologna, nel giugno 2008: in quei giorni partecipò alla presentazione del film di Marina Catucci e Roberto Salinas, Il secolo lungo, festeggiò con un certo distacco l’ottantaseiesimo compleanno e aderì convintamente al Gay Pride.
Margherita Hack a Marzabotto, 25 aprile 2011
Indimenticabile poi la testimonianza che lasciò a Monte Sole il 25 aprile 2011, quando commemorò l’eccidio nazista del ’44 e invocò tra gli applausi «una nuova resistenza, una resistenza che si può fare con la scheda elettorale», denunciando i tagli alla cultura e alla scuola pubblica, il razzismo verso i rom, gli immigrati e gli omosessuali, nonché il processo di smantellamento che il governo Berlusconi stava infliggendo alla Costituzione e alla laicità dello Stato: «C’è un’acquiescenza verso i dettami del Vaticano che non c’era nemmeno nella Democrazia Cristiana. La Democrazia Cristiana era molto più laica, anche se tra i democristiani c’erano molti veri cristiani. Questi qua, che sono tutto il contrario di quello che predica il cristianesimo, sono succubi, e non permettono che si faccia una legge sul testamento biologico, non permettono che io sia libera di disporre come voglio morire!». Il suo intervento fu il momento più toccante della cerimonia. Alla fine si trovò assediata dall’affetto della gente. Ragazzi giovani la abbracciavano, la baciavano. Mentre il marito Aldo De Rosa, al suo fianco da oltre 70 anni, agitava scherzosamente la stampella, fingendosi geloso: «E basta, via, basta!».
Ebbi la fortuna di rivederla solo qualche mese dopo, alla libreria Ambasciatori, per una delle tante presentazioni di libri che teneva in giro per l’Italia. Invece delle solite frasi di circostanza, preferii dirle che ero  anch'io a Marzabotto, quel giorno. E aggiunsi che era stato un momento bellissimo. «Se è stato così bello per lei, provi a immaginare quanto lo è stato per me!», si limitò a rispondere.

Manuel Lambertini

mercoledì 22 maggio 2013

Don Andrea Gallo

Bologna, 5 luglio 2007
Il fatto che si rivolgesse ai ragazzi della Comunità di San Benedetto al Porto chiamandoli «i miei drogati di merda» aveva colpito anche me. Ma mai avrei immaginato di leggere la stessa espressione nel libro di Loris Mazzetti, Sono venuto per servire (Aliberti, 2010). Don Andrea Gallo era ormai diventato un’icona movimentista: solo negli ultimi cinque anni erano stati pubblicati almeno dieci libri sulla sua figura; e a quasi ottantatre anni, con lo spettacolo Io non taccio, questo nuovo, infaticabile Savonarola aveva debuttato alla sua maniera in teatro, toccando tutte le più importanti “piazze” d’Italia.
L’amicizia con Fabrizio De André lo aveva segnato nel profondo: «Per me c’è un quinto Vangelo, il Vangelo secondo De André», disse una volta ad un cardinale. Perché «dai diamanti non nasce niente, / dal letame nascono i fiori». Oppure, per citare altri versi che gli erano cari: «Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane / ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame». «Belin, Don Gallo, lo sai perché ti sono amico?» gli chiedeva Faber. «Perché sei l’unico prete che non mi vuole mandare in Paradiso a tutti i costi». Molti gli artisti che era riuscito a conquistare: da Vasco Rossi a Manu Chao, da Celentano a Tonino Carotone. E alla fine anche la sua Genova era arrivata a ricambiarlo con inusitata generosità. Ma sono stati gli ultimi, i tanti Michè e le tante Marinella, ad accompagnarlo per tutta la vita, e a dargli conforto nelle difficili ore che ne hanno preceduto la morte.
Fu prima cappellano al carcere di Capraia, poi viceparroco alla parrocchia del Carmine. Giunto a San Benedetto al Porto, dette vita alla famosa comunità. Nell’arcidiocesi del cardinale Siri, durante l’estate del 1970, pronunciò un’omelia “scandalosa”: più dell’hashish, disse di temere le droghe del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può passare per «inadatto agli studi» se figlio di povera gente, e i cui effetti trasformano un bombardamento di civili in «azione a difesa della libertà». Da allora proseguì sul proprio cammino con la stessa radicale coerenza, in direzione ostinata e contraria: partigiano, educatore di strada, prete anarchico, antiproibizionista… «Comunista? Eh, la Madonna! Socialista? Ultimo dei no global? Mi sono state attribuite tante etichette, ma io non ho scelto un’ideologia, a vent’anni ho scelto Gesù: ci siamo scambiati i biglietti da visita e sul suo c’era scritto “sono venuto per servire e non per essere servito”».

Manuel Lambertini

lunedì 6 maggio 2013

Giulio Andreotti

Giulio Andreotti
(Roma, 14 gennaio 1919 - Roma, 6 maggio 2013)
Correva l’anno 1966. Il presidente del Soviet Supremo Nikolaj Podgornyj, in visita ufficiale in Italia, si era recato negli stabilimenti Fiat di Torino, accolto da Gianni Agnelli e da una folta delegazione del Partito comunista italiano e delle organizzazioni sindacali. In rappresentanza del terzo governo Moro, lo accompagnò il neo-ministro dell’Industria, il quarantasettenne Giulio Andreotti.
Durante la colazione che seguì alla visita, questi sedette alla destra di Podgornyj, sotto lo sguardo incuriosito del comunista Giancarlo Pajetta. Riferendo l’episodio nel libro L’Urss vista da vicino (Rizzoli, 1988), Andreotti immaginò quest’ultimo intento a riflettere sulle «bizzarrie della storia»: «A ricevere per il governo italiano il numero uno dell’Urss non era lui, che in carcere aveva sacrificato la sua gioventù vedendo in Mosca il perno della riscossa contro il fascismo, ma un democristiano».
Lo stesso Pajetta, molti anni più tardi, avrebbe redarguito in pubblico un altro importante dirigente russo, il presidente del Soviet delle Nazionalità Vitalij Ruben: l'esponente del Pcus, nel tenere un discorso dinanzi alla commissione Esteri presieduta da Andreotti, usò due volte l’espressione: «Per grazia di Dio…». Pajetta gli gridò: «Dici “grazia di Dio” per far piacere ad Andreotti!»; ottenne in risposta: «Io non sono un senza Dio come te: sono luterano». E il segretario del Pci Alessandro Natta, nel novembre 1984, restò attonito di fronte a una domanda dell’ambasciatore sovietico Lunkov: «Perché il Pci attacca Andreotti anche a rischio di eliminare dalla scena uno dei pochi diplomatici occidentali che vuole e sa parlare con i sovietici?».
Romano Prodi, Sandro Pertini e Giulio Andreotti (1978)
Andreotti e Podgornyj, in quel lontano 1966, ebbero un lungo e proficuo scambio, nel quale il presidente del Soviet Supremo toccò gli argomenti più diversi: dall’andamento dell’annata agraria all’età di pensionamento degli operai, dal sistema universitario al campionato di calcio. Ma quando il dialogo sfiorò il tema dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, cominciarono ad affiorare i primi imbarazzi. Quindi Podgornyj pose quella che definì «una domanda molto confidenziale e riservata»: nei giorni successivi avrebbe dovuto recarsi in udienza dal Papa, e voleva sapere se all’ospite fosse concesso fumare. Senza una sigaretta tra le mani, confessò, nei colloqui importanti si sentiva confuso e gli sembrava di impazzire. Il suo ambasciatore a Roma lo aveva pregato di trattenersi, e Andreotti confermò che di norma il fumo era escluso durante le udienze. Ma per lui intravide buone possibilità di scavalcare il protocollo… «Quando Paolo VI era monsignor Montini, qualche sigaretta alla fine dei pasti l’accendeva», disse riferendosi ai tempi in cui il futuro Pontefice assisteva gli universitari cattolici. «Se sedendosi troverà un portacenere, vuol dire che il messaggio è stato raccolto».
Il giorno dell’udienza, Podgornyj trovò il portacenere sul tavolino.
Anche questo – soprattutto questo – era Giulio Andreotti.

P. S.
Per i cultori degli aneddoti e dei retroscena, il Divo Giulio non è stato un uomo politico come tanti. È stato un mito. E non per la logora vulgata che lo vuole più legato di chiunque altro ai mille misteri italiani, ma per essere stato il solo a rendere pubblica la parte più "innocua" e folcloristica della vita politica nazionale e internazionale, con una ventina di libri divenuti best seller e innumerevoli scritti, appunti d'archivio e interviste. Elegante, freddo, inafferrabile. Nulla della sua vicenda politica sarà mai comprensibile se non ci si chiederà quale sia stato, per l'Italia degli anni di piombo, il prezzo della democrazia. «Un grande statista? Sì, ma del Vaticano», chiosava un suo inguaribile estimatore, il presidente emerito Cossiga. «Sono nato sotto un Benedetto e morirò, spero non prestissimo, sotto un altro Benedetto», aveva dichiarato lui dopo l’elezione di Joseph Ratzinger al soglio di Pietro. Solo una eccezionale, imprevedibile «bizzarria della storia» ha impedito alla sua profezia di avverarsi.

Manuel Lambertini

sabato 30 marzo 2013

Enzo Jannacci

Era di quelli che… Gli aggettivi si sprecano. Geniale, stralunato, surreale. Cabarettista e attore di raffinata intelligenza. Innovatore della canzone e apprezzato jazzista. Era anche molto altro, Enzo Jannacci, cardiologo di professione e artista per natura: l’anima della Milano più umile e più vera, l’autore di tormentoni come Vengo anch’io. No, tu no (1968) o E la vita, la vita (1974), l’amico fraterno di Giorgio Gaber, di Dario Fo, di Cochi e Renato, di Celentano... Esemplari la libertà di coscienza e l’anticonformismo con cui si accostava alla vita civile, indimenticabili il suo estro e la sua umanità.
Nel settembre 2009, ben prima che la malattia lo costringesse a diradare le proprie apparizioni pubbliche, ricevette dalla Casa dei Pensieri di Bologna la targa in memoria di Paolo Volponi. All’inizio dell’incontro, platealmente, si alzò in piedi per onorare sei militari italiani caduti in Afghanistan. Con la consueta ironia sparò poi a zero sui talent show, mettendo pesantemente in dubbio la correttezza della competizione, e stigmatizzò la scelta dell’amica Claudia Mori di prendere parte alla giuria di X Factor. Alla fine regalò ai presenti una sentita interpretazione di Vincenzina e la fabbrica, canzone che fu colonna sonora del film Romanzo Popolare di Monicelli.
Tra le innumerevoli testimonianze di cordoglio, colpisce e commuove che siano in molti a salutarlo come “il poeta in scarpe da tennis”, quasi sovrapponendolo al più sgraziato, umano e poetico dei suoi eroi emarginati: «El portava i scarp del tennis, / el gh’aveva dù oeucc de bon; / l’era el primm a menà via, / perché l’era un barbon».


 Manuel Lambertini