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lunedì 6 maggio 2013

Giulio Andreotti

Giulio Andreotti
(Roma, 14 gennaio 1919 - Roma, 6 maggio 2013)
Correva l’anno 1966. Il presidente del Soviet Supremo Nikolaj Podgornyj, in visita ufficiale in Italia, si era recato negli stabilimenti Fiat di Torino, accolto da Gianni Agnelli e da una folta delegazione del Partito comunista italiano e delle organizzazioni sindacali. In rappresentanza del terzo governo Moro, lo accompagnò il neo-ministro dell’Industria, il quarantasettenne Giulio Andreotti.
Durante la colazione che seguì alla visita, questi sedette alla destra di Podgornyj, sotto lo sguardo incuriosito del comunista Giancarlo Pajetta. Riferendo l’episodio nel libro L’Urss vista da vicino (Rizzoli, 1988), Andreotti immaginò quest’ultimo intento a riflettere sulle «bizzarrie della storia»: «A ricevere per il governo italiano il numero uno dell’Urss non era lui, che in carcere aveva sacrificato la sua gioventù vedendo in Mosca il perno della riscossa contro il fascismo, ma un democristiano».
Lo stesso Pajetta, molti anni più tardi, avrebbe redarguito in pubblico un altro importante dirigente russo, il presidente del Soviet delle Nazionalità Vitalij Ruben: l'esponente del Pcus, nel tenere un discorso dinanzi alla commissione Esteri presieduta da Andreotti, usò due volte l’espressione: «Per grazia di Dio…». Pajetta gli gridò: «Dici “grazia di Dio” per far piacere ad Andreotti!»; ottenne in risposta: «Io non sono un senza Dio come te: sono luterano». E il segretario del Pci Alessandro Natta, nel novembre 1984, restò attonito di fronte a una domanda dell’ambasciatore sovietico Lunkov: «Perché il Pci attacca Andreotti anche a rischio di eliminare dalla scena uno dei pochi diplomatici occidentali che vuole e sa parlare con i sovietici?».
Romano Prodi, Sandro Pertini e Giulio Andreotti (1978)
Andreotti e Podgornyj, in quel lontano 1966, ebbero un lungo e proficuo scambio, nel quale il presidente del Soviet Supremo toccò gli argomenti più diversi: dall’andamento dell’annata agraria all’età di pensionamento degli operai, dal sistema universitario al campionato di calcio. Ma quando il dialogo sfiorò il tema dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, cominciarono ad affiorare i primi imbarazzi. Quindi Podgornyj pose quella che definì «una domanda molto confidenziale e riservata»: nei giorni successivi avrebbe dovuto recarsi in udienza dal Papa, e voleva sapere se all’ospite fosse concesso fumare. Senza una sigaretta tra le mani, confessò, nei colloqui importanti si sentiva confuso e gli sembrava di impazzire. Il suo ambasciatore a Roma lo aveva pregato di trattenersi, e Andreotti confermò che di norma il fumo era escluso durante le udienze. Ma per lui intravide buone possibilità di scavalcare il protocollo… «Quando Paolo VI era monsignor Montini, qualche sigaretta alla fine dei pasti l’accendeva», disse riferendosi ai tempi in cui il futuro Pontefice assisteva gli universitari cattolici. «Se sedendosi troverà un portacenere, vuol dire che il messaggio è stato raccolto».
Il giorno dell’udienza, Podgornyj trovò il portacenere sul tavolino.
Anche questo – soprattutto questo – era Giulio Andreotti.

P. S.
Per i cultori degli aneddoti e dei retroscena, il Divo Giulio non è stato un uomo politico come tanti. È stato un mito. E non per la logora vulgata che lo vuole più legato di chiunque altro ai mille misteri italiani, ma per essere stato il solo a rendere pubblica la parte più "innocua" e folcloristica della vita politica nazionale e internazionale, con una ventina di libri divenuti best seller e innumerevoli scritti, appunti d'archivio e interviste. Elegante, freddo, inafferrabile. Nulla della sua vicenda politica sarà mai comprensibile se non ci si chiederà quale sia stato, per l'Italia degli anni di piombo, il prezzo della democrazia. «Un grande statista? Sì, ma del Vaticano», chiosava un suo inguaribile estimatore, il presidente emerito Cossiga. «Sono nato sotto un Benedetto e morirò, spero non prestissimo, sotto un altro Benedetto», aveva dichiarato lui dopo l’elezione di Joseph Ratzinger al soglio di Pietro. Solo una eccezionale, imprevedibile «bizzarria della storia» ha impedito alla sua profezia di avverarsi.

Manuel Lambertini

martedì 12 marzo 2013

Teresa Mattei

Teresa Mattei
(Genova, 1° febbraio 1921 - Lari, 12 marzo 2013)
Con la sua morte il numero dei padri costituenti ancora in vita si riduce a due: Giulio Andreotti, di anni 94, ed Emilio Colombo, che compirà i 93 il prossimo aprile. In ogni altra democrazia europea la scomparsa di una figura dell’importanza di Teresa Mattei avrebbe ricompattato gli schieramenti politici intorno agli ideali repubblicani. Intorno a quella Costituzione che lei stessa aveva contribuito a scrivere, e che ha fatto in tempo a vedere oltraggiata e tradita.
Invece la notizia è stata subito sepolta dalle contingenti polemiche politiche e dalla spettacolarizzante attesa con cui i media italiani e stranieri seguono l’esito del Conclave... Se ne è andata con la discrezione che aveva accompagnato gli ultimi anni della sua vita, nel piccolo borgo di Usigliano di Lari, in provincia di Pisa. Classe 1921, partigiana tra le fila del Fronte della Gioventù delle Brigate Garibaldi, nel 1946 fu la più giovane deputata all’Assemblea Costituente: partecipò attivamente alla stesura dell’articolo 3 della Carta. Di lei è stata ricordata soprattuto la scelta di eleggere la mimosa a simbolo dell’8 marzo, in sostituzione delle violette in voga in Francia. Abbandonata l’attività politica nel 1955, espulsa dal Pci, dedicò il resto della vita alla tutela dei diritti dell’infanzia: già nel 1947 aveva fondato e promosso l’Ente per la Tutela morale del Fanciullo insieme alla deputata democristiana Maria Federici, anch’ella partigiana.
Fermo e accorato il suo ultimo messaggio ai giovani: «Voi siete il nostro futuro, non dimenticatelo mai. Cercate non di assomigliarci ma di essere meglio di noi! Custodite gelosamente le nostre leggi dettate dalla Costituzione. Abbiamo bisogno di voi in un modo incredibile. Cercate di fare quello che noi non siamo riusciti a fare: un’Italia veramente fondata sulla giustizia e sulla libertà».

Manuel Lambertini

lunedì 30 gennaio 2012

Oscar Luigi Scalfaro

Oggi gli è stato tributato l’ultimo saluto, in una cerimonia semplice e sbrigativa, quasi impaziente di consegnare alla storia la sua immensa eredità.
Oscar Luigi Scalfaro non fu il presidente di tutti. Solo dell’Italia migliore. Fu un uomo di parte. Sempre in difesa della democrazia, dello Stato laico e della Costituzione repubblicana, scritta col sangue dei caduti della Resistenza, come lui stesso amava ricordare. La laicità, diceva, non gliela avevano certo insegnata i massoni… «Me l’hanno insegnata i preti, con il catechismo!». Lui, cattolico di ferro ed ex magistrato dal piglio combattivo, ma “apolide” all'interno della Dc, alieno alle molteplici correnti che attraversavano la Balena Bianca: «Presidente per disgrazia ricevuta», lo definì Indro Montanelli in quel tragico maggio 1992, enfatizzando il ruolo decisivo che la strage di Capaci ebbe nella sua elezione al Quirinale. Dalla destra Dc – il «centrismo popolare» di Mario Scelba – e dal categorico rifiuto del «compromesso storico», era infine approdato al Partito democratico, con il rigore e l’integrità di sempre. «Buona battaglia» era l’augurio che più frequentemente rivolgeva agli interlocutori, specie se di giovane età. Ed ora quell’«io non ci sto» gridato davanti alle telecamere resta a testimonianza di un’alta concenzione della politica, non disponibile ad annacquare tra vicendevoli illazioni le più manifeste diversità morali.
Le generazioni future gli sono debitrici di due grandi meriti. Innanzitutto, l’aver compreso prima di chiunque altro l’incompatibilità del berlusconismo con la democrazia, e l’essersi attivato concretamente per arrestarne l’ascesa. Poi la difesa fiera e appassionata di quella Carta Costituzionale che aveva contribuito a scrivere, e che col referendum del 2006 fu preservata dalla devolution anche grazie al suo straordinario attivismo.
Non dimenticherò mai le parole con cui si congedò alla platea grata e commossa della Festa de l’Unità di Bologna, nel 2005, proprio alla vigilia di quell’entusiasmante campagna: «Molti non mi hanno mai potuto digerire per quello che ho fatto, ma molto peggio sarebbe stato se, a non potermi digrerire, fosse la mia coscienza!».

Manuel Lambertini