domenica 30 giugno 2013

Margherita Hack

Margherita Hack
(Firenze, 12 giugno 1922 - Trieste, 29 luglio 2013)
«Stella rossa» titola oggi il manifesto, salutando Margherita Hack con un appellativo che di sicuro l’avrebbe fatta sorridere. Quasi a disperdere le vivaci polemiche che l’avevano vista protagonista in vita, il presidente Napolitano si è limitato a dire, molto semplicemente, che «ha onorato l’Italia»: già nel maggio 2012, in vista del suo novantesimo compleanno, l’aveva nominata Dama di gran croce «per il costante e instancabile impegno profuso nella ricerca scientifica e al servizio della società, che la rende esempio di straordinaria dedizione e coerenza per le giovani generazioni».
Era peraltro inevitabile che nel giorno della scomparsa il suo attivismo e il suo impegno civile fossero ricordati assai più dei pur altissimi meriti scientifici. Era un'astrofisica comunista, atea e vegetariana. Di una schiettezza indomabile, irriverente. Appassionata di gatti (ne aveva otto) e di bicicletta: «Si va abbastanza forte per assaporare l’ebbrezza della velocità e coprire distanze più lunghe di quelle che si fanno a piedi. E si va abbastanza piano per poter gustare il paesaggio e immergersi nella natura e nei suoi odori». Razionale fino allo scetticismo, ma mai superficiale: «Nella nostra galassia ci sono quattrocento miliardi di stelle, e nell’universo ci sono più di cento miliardi di galassie. Pensare di essere unici è molto improbabile». Mangiapreti irriducibile e impenitente. Emblematico lo scambio di battute che ebbe con il vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti; questi, al termine di un esuberante dibattito, cercò di concludere l’incontro nel segno di una curiale conciliazione: «Questa serata è veramente da annali per il modo con cui ci siamo trattati: con molto rispetto…». Ma la Hack non riuscì proprio a lasciargli l’ultima parola: «E che, ci si doveva prendere a pugni?!?».
La incontrai una prima volta al Biografilm Festival di Bologna, nel giugno 2008: in quei giorni partecipò alla presentazione del film di Marina Catucci e Roberto Salinas, Il secolo lungo, festeggiò con un certo distacco l’ottantaseiesimo compleanno e aderì convintamente al Gay Pride.
Margherita Hack a Marzabotto, 25 aprile 2011
Indimenticabile poi la testimonianza che lasciò a Monte Sole il 25 aprile 2011, quando commemorò l’eccidio nazista del ’44 e invocò tra gli applausi «una nuova resistenza, una resistenza che si può fare con la scheda elettorale», denunciando i tagli alla cultura e alla scuola pubblica, il razzismo verso i rom, gli immigrati e gli omosessuali, nonché il processo di smantellamento che il governo Berlusconi stava infliggendo alla Costituzione e alla laicità dello Stato: «C’è un’acquiescenza verso i dettami del Vaticano che non c’era nemmeno nella Democrazia Cristiana. La Democrazia Cristiana era molto più laica, anche se tra i democristiani c’erano molti veri cristiani. Questi qua, che sono tutto il contrario di quello che predica il cristianesimo, sono succubi, e non permettono che si faccia una legge sul testamento biologico, non permettono che io sia libera di disporre come voglio morire!». Il suo intervento fu il momento più toccante della cerimonia. Alla fine si trovò assediata dall’affetto della gente. Ragazzi giovani la abbracciavano, la baciavano. Mentre il marito Aldo De Rosa, al suo fianco da oltre 70 anni, agitava scherzosamente la stampella, fingendosi geloso: «E basta, via, basta!».
Ebbi la fortuna di rivederla solo qualche mese dopo, alla libreria Ambasciatori, per una delle tante presentazioni di libri che teneva in giro per l’Italia. Invece delle solite frasi di circostanza, preferii dirle che ero  anch'io a Marzabotto, quel giorno. E aggiunsi che era stato un momento bellissimo. «Se è stato così bello per lei, provi a immaginare quanto lo è stato per me!», si limitò a rispondere.

Manuel Lambertini

domenica 23 giugno 2013

L'albero di Pamuk

É una storia di quasi sessant'anni fa, che i drammatici avvenimenti della Turchia di oggi hanno fatto tornare attuale. É la piccola storia di un albero, ed ha come narratore un testimone d’eccezione: Orhan Pamuk, il più celebre scrittore turco vivente, premio Nobel per la letteratura nel 2006 e autore di opere come Il castello bianco (1985), Il mio nome è Rosso (1998) e Neve (2002).
Era il 1957. Orhan aveva appena cinque anni e viveva in quello che era già noto come Palazzo Pamuk, nel quartiere di Nişantaşi, distretto di Şişli, Istanbul. Un giorno il comune decise di tagliare il castagno che si trovava davanti all’abitazione della sua famiglia, per fare della via un moderno boulevard. Per mesi i genitori di Orhan tentarono di mediare con le autorità, senza ricevere il minimo ascolto. Perfino l’opposizione dell’intero quartiere sembrava non potere nulla contro la decisione di «burocrati presuntuosi» e «amministratori autoritari». Ma alla vigilia dell’abbattimento, suo padre Gündüz, suo zio Aydin, e tutti i membri della famiglia restarono in strada giorno e notte a vegliare sull’albero. I funzionari comunali finirono per desistere, e il castagno è ancora davanti a Palazzo Pamuk, a rappresentare qualcosa di più di una piccola storia famigliare.
Orhan Pamuk (Istanbul, 7 giugno 1952)
«Oggi, piazza Taksim è il castagno di Istanbul e deve continuare ad esserlo», ha scritto Pamuk in un breve articolo pubblicato il 6 giugno da Repubblica. Nell’esprimere il proprio sosegno ai ragazzi che dalla fine di maggio protestano contro la decisione di sradicare i seicento alberi del Gezi Park di piazza Taksim, che dovrebbero cedere il posto ad un faraonico centro commerciale, lo scrittore ha condannato la «crescente deriva del governo verso l’autoritarismo», dicendosi però certo che «la gente di Istanbul non rinuncerà né al suo diritto di tenere manifestazioni politiche in piazza Taksim, né ai suoi ricordi, senza combattere».
Nelle settimane seguenti alle dichiarazioni di Pamuk, i manifestanti di Occupy Taksim sono stati più volte dispersi e brutalmente picchiati dalla polizia. Le immagini della repressione hanno fatto il giro del mondo. Dopo aver dichiarato di non ricoscere la legittimità del Parlamento Europeo, che nei giorni scorsi ha approvato una risoluzione di condanna delle aggressioni, ora il premier Erdogan afferma che il Brasile della Confederation Cup è vittima dello stesso complotto ordito contro la Turchia: «Coloro che hanno fallito in Turchia stanno facendo del loro meglio in Brasile. I simboli sono gli stessi, i manifesti sono gli stessi, Twitter e Facebook sono gli stessi, i media internazionali sono gli stessi. Le proteste sono condotte dallo stesso centro».
Nel momento in cui la ormai decennale egemonia del partito islamico AKP di Erdogan assume tratti antidemocratici e grotteschi, tornano alla mente le parole che proprio Pamuk scrisse nel più famoso dei suoi romanzi, Il mio nome è Rosso (Einaudi, 2001). Nel passaggio che segue, la voce narrante è quella di un albero disegnato: «Un grande maestro miniaturista europeo e un altro grande miniaturista camminavano su un prato europeo e parlavano di maestria e arte. Di fronte a loro si parò una foresta. Quello più abile disse all’altro: “Disegnare con metodi nuovi significa avere una maestria tale che, una volta disegnato un albero di questa foresta, un appassionato che guardi il disegno venga qui e possa distinguere quell’slbero in mezzo agli altri”. Io, il povero disegno di albero che vedete, ringrazio di non essere stato disegnato con una simile mentalità. Non perché abbia paura che se fossi stato disegnato con i metodi europei tutti i cani di Istanbul, credendomi vero, mi avrebbero pisciato sopra. Ma perché io non voglio essere un vero albero ma il suo significato».

Manuel Lambertini

mercoledì 22 maggio 2013

Don Andrea Gallo

Bologna, 5 luglio 2007
Il fatto che si rivolgesse ai ragazzi della Comunità di San Benedetto al Porto chiamandoli «i miei drogati di merda» aveva colpito anche me. Ma mai avrei immaginato di leggere la stessa espressione nel libro di Loris Mazzetti, Sono venuto per servire (Aliberti, 2010). Don Andrea Gallo era ormai diventato un’icona movimentista: solo negli ultimi cinque anni erano stati pubblicati almeno dieci libri sulla sua figura; e a quasi ottantatre anni, con lo spettacolo Io non taccio, questo nuovo, infaticabile Savonarola aveva debuttato alla sua maniera in teatro, toccando tutte le più importanti “piazze” d’Italia.
L’amicizia con Fabrizio De André lo aveva segnato nel profondo: «Per me c’è un quinto Vangelo, il Vangelo secondo De André», disse una volta ad un cardinale. Perché «dai diamanti non nasce niente, / dal letame nascono i fiori». Oppure, per citare altri versi che gli erano cari: «Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane / ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame». «Belin, Don Gallo, lo sai perché ti sono amico?» gli chiedeva Faber. «Perché sei l’unico prete che non mi vuole mandare in Paradiso a tutti i costi». Molti gli artisti che era riuscito a conquistare: da Vasco Rossi a Manu Chao, da Celentano a Tonino Carotone. E alla fine anche la sua Genova era arrivata a ricambiarlo con inusitata generosità. Ma sono stati gli ultimi, i tanti Michè e le tante Marinella, ad accompagnarlo per tutta la vita, e a dargli conforto nelle difficili ore che ne hanno preceduto la morte.
Fu prima cappellano al carcere di Capraia, poi viceparroco alla parrocchia del Carmine. Giunto a San Benedetto al Porto, dette vita alla famosa comunità. Nell’arcidiocesi del cardinale Siri, durante l’estate del 1970, pronunciò un’omelia “scandalosa”: più dell’hashish, disse di temere le droghe del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può passare per «inadatto agli studi» se figlio di povera gente, e i cui effetti trasformano un bombardamento di civili in «azione a difesa della libertà». Da allora proseguì sul proprio cammino con la stessa radicale coerenza, in direzione ostinata e contraria: partigiano, educatore di strada, prete anarchico, antiproibizionista… «Comunista? Eh, la Madonna! Socialista? Ultimo dei no global? Mi sono state attribuite tante etichette, ma io non ho scelto un’ideologia, a vent’anni ho scelto Gesù: ci siamo scambiati i biglietti da visita e sul suo c’era scritto “sono venuto per servire e non per essere servito”».

Manuel Lambertini

lunedì 6 maggio 2013

Giulio Andreotti

Giulio Andreotti
(Roma, 14 gennaio 1919 - Roma, 6 maggio 2013)
Correva l’anno 1966. Il presidente del Soviet Supremo Nikolaj Podgornyj, in visita ufficiale in Italia, si era recato negli stabilimenti Fiat di Torino, accolto da Gianni Agnelli e da una folta delegazione del Partito comunista italiano e delle organizzazioni sindacali. In rappresentanza del terzo governo Moro, lo accompagnò il neo-ministro dell’Industria, il quarantasettenne Giulio Andreotti.
Durante la colazione che seguì alla visita, questi sedette alla destra di Podgornyj, sotto lo sguardo incuriosito del comunista Giancarlo Pajetta. Riferendo l’episodio nel libro L’Urss vista da vicino (Rizzoli, 1988), Andreotti immaginò quest’ultimo intento a riflettere sulle «bizzarrie della storia»: «A ricevere per il governo italiano il numero uno dell’Urss non era lui, che in carcere aveva sacrificato la sua gioventù vedendo in Mosca il perno della riscossa contro il fascismo, ma un democristiano».
Lo stesso Pajetta, molti anni più tardi, avrebbe redarguito in pubblico un altro importante dirigente russo, il presidente del Soviet delle Nazionalità Vitalij Ruben: l'esponente del Pcus, nel tenere un discorso dinanzi alla commissione Esteri presieduta da Andreotti, usò due volte l’espressione: «Per grazia di Dio…». Pajetta gli gridò: «Dici “grazia di Dio” per far piacere ad Andreotti!»; ottenne in risposta: «Io non sono un senza Dio come te: sono luterano». E il segretario del Pci Alessandro Natta, nel novembre 1984, restò attonito di fronte a una domanda dell’ambasciatore sovietico Lunkov: «Perché il Pci attacca Andreotti anche a rischio di eliminare dalla scena uno dei pochi diplomatici occidentali che vuole e sa parlare con i sovietici?».
Romano Prodi, Sandro Pertini e Giulio Andreotti (1978)
Andreotti e Podgornyj, in quel lontano 1966, ebbero un lungo e proficuo scambio, nel quale il presidente del Soviet Supremo toccò gli argomenti più diversi: dall’andamento dell’annata agraria all’età di pensionamento degli operai, dal sistema universitario al campionato di calcio. Ma quando il dialogo sfiorò il tema dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, cominciarono ad affiorare i primi imbarazzi. Quindi Podgornyj pose quella che definì «una domanda molto confidenziale e riservata»: nei giorni successivi avrebbe dovuto recarsi in udienza dal Papa, e voleva sapere se all’ospite fosse concesso fumare. Senza una sigaretta tra le mani, confessò, nei colloqui importanti si sentiva confuso e gli sembrava di impazzire. Il suo ambasciatore a Roma lo aveva pregato di trattenersi, e Andreotti confermò che di norma il fumo era escluso durante le udienze. Ma per lui intravide buone possibilità di scavalcare il protocollo… «Quando Paolo VI era monsignor Montini, qualche sigaretta alla fine dei pasti l’accendeva», disse riferendosi ai tempi in cui il futuro Pontefice assisteva gli universitari cattolici. «Se sedendosi troverà un portacenere, vuol dire che il messaggio è stato raccolto».
Il giorno dell’udienza, Podgornyj trovò il portacenere sul tavolino.
Anche questo – soprattutto questo – era Giulio Andreotti.

P. S.
Per i cultori degli aneddoti e dei retroscena, il Divo Giulio non è stato un uomo politico come tanti. È stato un mito. E non per la logora vulgata che lo vuole più legato di chiunque altro ai mille misteri italiani, ma per essere stato il solo a rendere pubblica la parte più "innocua" e folcloristica della vita politica nazionale e internazionale, con una ventina di libri divenuti best seller e innumerevoli scritti, appunti d'archivio e interviste. Elegante, freddo, inafferrabile. Nulla della sua vicenda politica sarà mai comprensibile se non ci si chiederà quale sia stato, per l'Italia degli anni di piombo, il prezzo della democrazia. «Un grande statista? Sì, ma del Vaticano», chiosava un suo inguaribile estimatore, il presidente emerito Cossiga. «Sono nato sotto un Benedetto e morirò, spero non prestissimo, sotto un altro Benedetto», aveva dichiarato lui dopo l’elezione di Joseph Ratzinger al soglio di Pietro. Solo una eccezionale, imprevedibile «bizzarria della storia» ha impedito alla sua profezia di avverarsi.

Manuel Lambertini

martedì 30 aprile 2013

Impressioni di aprile

Thomas Stearns Eliot (1888-1965)
Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.
L’estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo alla luce del sole, nel Hofgarten
,
E bevemmo caffè, e parlammo un’ora intera.
Bin gar keine Russin, stamm' aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini stavamo presso l'arciduca,
Mio cugino, che mi condusse in slitta,
E ne fui spaventata. Mi disse, Marie,
Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù.
Fra le montagne, là ci si sente
liberi.
Per la gran parte della notte leggo, d'inverno vado nel sud.

Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono
Da queste macerie di pietra? Figlio dell'uomo,
Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto
Un cumulo d'immagini infrante, dove batte il sole,
E l’albero morto non dà riparo
, nessun conforto lo stridere del grillo,
L’arida pietra nessun suono d'acque
.
C’è
solo ombra sotto questa roccia rossa,
(Venite all'ombra di questa roccia rossa),
E io vi mostrerò qualcosa di
diverso
Dall'ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall'ombra
Vostra che a sera incontro a voi si leva;
In una manciata di polvere vi mostrerò la paura
.

                        T.S. Eliot, La terra desolata, 1922

Manuel Lambertini

lunedì 15 aprile 2013

La ragazza con la valigia

La ragazza con la valigia (1961)
È con affetto e gratitudine che la comunità del cinema, a partire da chi ebbe il privilegio di esserle maestro o compagno di viaggio fino all’ultimo degli spettatori, festeggia oggi il settantacinquesimo compleanno di Claudia Cardinale. A differenza della diretta interessata, che vive a Parigi da anni e che i compleanni preferisce non festeggiarli: «Sì, un passato glorioso a volte è pesante da portare. Ma io continuo, lo ripeto, ad amare il presente più di ogni altro tempo. I costumi sono meno belli, senza dubbio, le luci meno sublimi. Ma quando al mattino esco di casa, per andare a prendere i giornali, incontro ancora persone che hanno qualcosa da dirmi. Persone reali, non fantasmi». Stavolta però l’evento coincide con il cinquantesimo anniversario del Gattopardo, il film che la consegnò alla storia del cinema nelle sfarzose vesti dell’incantevole Angelica, eterna prigioniera di un fotogramma che la vede ballare il valzer insieme al Principe di Salina Burt Lancaster.
Nata a Tunisi nel 1938 da una famiglia di origini siciliane, cedette alla forza di attrazione del cinema dopo avervi opposto una strenua, selvaggia resistenza: incoronata «italiana più bella di Tunisia», concorso a cui non avrebbe voluto partecipare, vinse un soggiorno alla Mostra del Cinema di Venezia. Le venne poi offerto di frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ma abbandonò gli studi al primo trimestre, anche per la scarsa padronanza della lingua italiana; il noto cronista Domenico Meccoli la incontrò in aeroporto nel giorno del suo ritorno a Tunisi, e le dedicò l’articolo di copertina del settimanale Epoca.
Seguì il periodo più drammatico della sua vita, quello in cui scoprì di essere incinta di un uomo francese di dieci anni più grande che aveva abusato di lei quando era appena diciassettenne, e con cui non era riuscita a troncare la relazione... Decise di non abortire. Era precipitata in una grave depressione, con frequenti pensieri suicidi, quando la Vides di Franco Cristaldi le propose un contratto in esclusiva. Mario Monicelli la volle ne I soliti ignoti (1958) per il curioso ruolo di Carmela, che le valse il nomignolo di «fidanzata d’Italia». La nascita del figlio Patrick, per volere di Cristaldi (con cui avrebbe poi stretto una tormentata relazione), avvenne in gran segreto e fu tenuta nascosta per sette anni.
Con Werner Herzog e Klaus Kinski, Fitzcarraldo, 1982
Fu Pietro Germi a farle amare il cinema per la prima volta, con Un maledetto imbroglio (1959), mentre Il bell’Antonio (1960) di Bolognini inaugurò la stagione più prolifica e luminosa della sua carriera di attrice. Ai primi anni ’60 – quei «Sexy Sixty» che la vollero simbolo di bellezza mediterranea e antagonista ideale di Brigitte Bardot – risale l’inizio della sua collaborazione con Luchino Visconi, Federico Fellini, Valerio Zurlini, Citto Maselli e Luigi Comencini, i registi che meglio seppero valorizzarne il talento. Girò contemporaneamente Il Gattopardo e 8½, disorientata dall’abissale differenza tra il rigore del metodo di Visconti e il caos dei set di Fellini. Blake Edwards la scelse al fianco di Peter Sellers per La Pantera Rosa (1963), facendole inalare fumo di hashish a sua insaputa, perché potesse recitare al meglio la parte della principessa indiana... Ne La ragazza con la valigia (1961) di Zurlini interpretò il ruolo involontariamente autobiografico di Aida, una giovane donna sedotta e abbandonata; e grazie a Comencini, in La ragazza di Bube (1963) le venne finalmente concesso di dare la propria voce al personaggio di Mara, con cui vinse il suo primo Nastro d’Argento.
«Ha avuto pochi amori», la rimproverava amichevolmente Monicelli: «Poteva averne di più!». Ma gli anni ’70 furono segnati dall’incontro con il regista Pasquale Squitieri, conosciuto sul set de I guappi (1974), e dalla nascita della seconda figlia, Claudia. Per la regia di Squitieri interpretò poi Il prefetto di ferro (1977), Corleone (1978), L’arma (1978), Claretta (1984), Atto di dolore (1990), Stupor Mundi (1997), Li chiamarono… briganti! (1999) e Father (2011). Del 1982 è l’avventura di Fitzcarraldo, il capolavoro di Werner Herzog girato in Amazzonia al fianco del violentissimo Klaus Kinski: «più che un film [fu] una specie di lotta per sopravvivere, […] una lotta contro il caldo terrificante, contro le mille difficoltà per girare in un posto fuori dal mondo».
Rimini, 23 agosto 2012
Si trasferì a Parigi alla fine degli anni ’80, senza però mai ritirarsi dalle scene. Leone d’oro alla carriera nel ’93, Legion d’onore nel ’99, ambasciatrice Unesco nel 2000, Orso d’oro alla carriera nel 2002: una pioggia di riconoscimenti che pochi altri rappresentanti del cinema europeo possono vantare. Leggendo la sua filmografia degli ultimi vent’anni, poi, si nota qualcosa di molto simile ad una seconda nascita... Nel 2000, grazie alle insistenze di Squitieri e di Maurizio Scaparro, debuttò a teatro con La Venexiana, diretta da quest’ultimo. E da allora si è posta generosamente al servizio del cinema d’autore – con cineasti di grande popolarità quali Manoel De Oliveira o Fernando Trueba e con giovani registi esordienti, Ali Ilhan e Anna Scaglione tra gli altri –, intensificando anche il proprio impegno umanitario. Per la prossima stagione è prevista l’uscita di due nuovi film: Effie di Richard Laxton, in cui recita al fianco di Riccardo Scamarcio, e La montagna silenziosa di Ernst Gossner.
Così descriveva se stessa alcuni anni fa, nell’ultima pagina di un libro autobiografico dal titolo Le stelle della mia vita (Piemme, 2006): «Avrei un mucchio di ragioni per voltarmi indietro, il passato è stato glorioso. Ricevo ancora lettere di giovani, colpiti da un ruolo, un personaggio, e che mi domandano l’indirizzo, come se fossi la giovane attrice che li ha emozionati. Accetto il loro omaggio per ciò che rappresenta; l’espressione di ammirazione per un cinema ormai scomparso, che ha lasciato un vuoto incolmabile. […] Il cinema mi ha dato tutto, un paese, una lingua. La mia libertà, belle avventure, ma soprattutto amici. Eppure, io non sono cambiata. Non ho mai perso di vista quella che ero quando le macchine da presa si spegnevano. […] Accade anche che mi parlino di qualcuno che ho conosciuto bene: Claudia Cardinale, una ragazza che ballava il valzer come nessuno, che portava abiti incantevoli, e che volava sul trapezio. È formidabile quello che un’attrice può fare… al cinema. Io? Tutti i miei amici lo sanno. Anche solo sul balcone soffro di vertigini».

Manuel Lambertini

sabato 30 marzo 2013

Enzo Jannacci

Era di quelli che… Gli aggettivi si sprecano. Geniale, stralunato, surreale. Cabarettista e attore di raffinata intelligenza. Innovatore della canzone e apprezzato jazzista. Era anche molto altro, Enzo Jannacci, cardiologo di professione e artista per natura: l’anima della Milano più umile e più vera, l’autore di tormentoni come Vengo anch’io. No, tu no (1968) o E la vita, la vita (1974), l’amico fraterno di Giorgio Gaber, di Dario Fo, di Cochi e Renato, di Celentano... Esemplari la libertà di coscienza e l’anticonformismo con cui si accostava alla vita civile, indimenticabili il suo estro e la sua umanità.
Nel settembre 2009, ben prima che la malattia lo costringesse a diradare le proprie apparizioni pubbliche, ricevette dalla Casa dei Pensieri di Bologna la targa in memoria di Paolo Volponi. All’inizio dell’incontro, platealmente, si alzò in piedi per onorare sei militari italiani caduti in Afghanistan. Con la consueta ironia sparò poi a zero sui talent show, mettendo pesantemente in dubbio la correttezza della competizione, e stigmatizzò la scelta dell’amica Claudia Mori di prendere parte alla giuria di X Factor. Alla fine regalò ai presenti una sentita interpretazione di Vincenzina e la fabbrica, canzone che fu colonna sonora del film Romanzo Popolare di Monicelli.
Tra le innumerevoli testimonianze di cordoglio, colpisce e commuove che siano in molti a salutarlo come “il poeta in scarpe da tennis”, quasi sovrapponendolo al più sgraziato, umano e poetico dei suoi eroi emarginati: «El portava i scarp del tennis, / el gh’aveva dù oeucc de bon; / l’era el primm a menà via, / perché l’era un barbon».


 Manuel Lambertini