Visualizzazione post con etichetta Anniversari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Anniversari. Mostra tutti i post

mercoledì 30 aprile 2014

Il crimine dell’Occidente

La presente riflessione avrebbe potuto intitolarsi Il crimine della Germania, se la campagna elettorale per le imminenti elezioni europee, tra puerili proclami anti-tedeschi e reazioni perbeniste altrettanto patetiche, non avesse vanificato la possibilità di affrontare serenamente un tema così delicato; e se lo scopo principale di tale riflessione non fosse stato quello di ricordare, a un anno esatto dalla scomparsa, la grande intellettuale francese Viviane Forrester, autrice di un memorabile pamphlet intitolato, appunto, Il crimine dell’Occidente (Ponte alle Grazie, 2005).
Hamas e al-Fatah annunciano il governo di unità nazionale.
Ramallah, 23 aprile 2014.
Partiamo da alcuni semplici fatti di politica internazionale. Primo fatto: la riconciliazione di al-Fatah e Hamas nei Territori palestinesi. I due grandi partiti politici della Palestina occupata –  laico e nazionalista l’uno, islamista l’altro –  entrati in un conflitto fratricida a partire dal 2007, hanno annunciato la volontà di dare vita ad un governo di unità nazionale. Nuove elezioni dovrebbero essere convocate entro i prossimi sei mesi. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, dopo il fallimento dell’ennesima mediazione americana, sembra aver voluto anteporre l’unità del proprio popolo ad ogni altro obiettivo. Attirando a sé un maggiore consenso interno. Ma anche le ire di Israele e degli Stati Uniti. Senza appello la reazione del governo israeliano, nelle parole del primo ministro Benyamin Netanyahu: «L’accordo Olp-Hamas uccide la pace. È un enorme passo indietro. Speravamo che Abu Mazen avesse fatto sua l’idea di uno Stato ebraico e di due Stati-nazione, uno palestinese e l’altro ebraico, e invece ha concluso un patto con Hamas, organizzazione terroristica che vuole distruggerci». Gli ha fatto eco il Dipartimento di Stato americano: «Siamo delusi dall'annuncio di oggi. Questo sviluppo può danneggiare seriamente gli sforzi per la pace». Timide aperture sono invece arrivate dall’Unione Europea. Inascoltata la precisazione finale di Abu Mazen, giunta nella serata del 23 aprile: «L’accordo di oggi [con Hamas] non è in contraddizione con i colloqui di pace con Israele, né con la soluzione dei “due Stati”».
Il presidente dell'Anp Abu Mazen con Ismail Haniyeh di Hamas.
Hamas governa la Striscia di Gaza dal 2007, quando ne prese militarmente possesso dopo essere stata esclusa dal governo dell'Anp, pur avendo di fatto vinto le elezioni parlamentari contro al-Fatah. Il prezzo fu una sanguinosa guerra civile tra fazioni palestinesi che privò la causa nazionale di una effettiva rappresentanza politica: da allora la Cisgiordania è governata da Abu Mazen e da al-Fatah, Gaza si trova sotto il controllo di Hamas e in una condizione di isolamento internazionale.
Ciò che Usa e Israele stanno chiedendo al presidente palestinese Abu Mazen, in breve, è di mantenere uno status quo che vede la Palestina divisa e assoggettata alle esigenze dello Stato ebraico. Una resa senza condizioni. Nulla di diverso da ciò a cui i palestinesi erano stati abituati sin dalla metà degli anni ’90: è lo stesso stato di cose che le offerte israeliane a Camp David, nel luglio 2000, avevano tentato di imporre come base di un accordo definitivo, e che al termine della Seconda Intifada ha finito per consolidarsi con modalità ancor più drammatiche. Una posizione che oggi si colora di tinte tragicomiche. Perché dopo aver lungamente sollecitato i palestinesi a rappresentare una sola ipotesi nazionale, e non due entità territoriali divise e ostili, israeliani e americani vorrebbero costringere Abu Mazen a scegliere tra la pace con Hamas e la pace con Israele. L’Autorità nazionale palestinese, ai loro occhi, non ha ormai altra funzione all'infuori di quella di garantire la sicurezza di Israele. Costi quello che costi. Inclusa, e tutt’altro che deplorata, la prosecuzione della guerra civile con Hamas.
Il segretario di Sato Usa John Kerry tra Shimon Peres e Abu Mazen
al World Economic Forum sul Mar Morto, Giordania, 26 maggio 2013.
Secondo fatto: il 27 aprile, mentre Israele si apprestava a celebrare il giorno del ricordo dell’Olocausto, Abu Mazen ha rivolto un «messaggio speciale al popolo ebraico», definendo la Shoah «il più odioso crimine contro l’umanità avvenuto nell'era moderna». Risposta di Netanyahu: «Anziché tentare di compiacere la comunità internazionale, Abu Mazen farebbe meglio a rompere i rapporti con Hamas»… Di tenore opposto, ma non meno semplicistici, i commenti apparsi sulla stampa occidentale, a partire dal comunicato dell'Associated Press con cui è stata diffusa la notizia: le dichiarazioni del presidente palestinese, secondo l'Ap, «segnano una rara ammissione da parte di un leader arabo delle sofferenze del popolo ebraico durante il genocidio nazista». Su La Stampa Maurizio Molinari, per fare solo un esempio, ha scritto: «È la prima volta che un leader palestinese compie questo passo, rompendo un tabù nel mondo arabo». La prima volta? Anche senza ricordare la visita di Yasser Arafat alla casa di Anna Frank, nel marzo 1998, ogni commentatore dovrebbe avere la consapevolezza che dichiarazioni come quelle di Abu Mazen erano pressoché ordinarie tra i leader arabi del secolo scorso. Il negazionismo arabo è un fenomeno relativamente recente, la cui ascesa ha coinciso in buona sostanza con il riflusso fondamentalista degli ultimi decenni. E se l’insistenza con cui si condanna l’antisemitismo altrui non fosse che un tentativo, anche inconsapevole, di espiare la colpa di un crimine tutto occidentale come fu la Shoah?
È qui che Viviane Forrester ci viene in aiuto. Ebrea nata a Parigi nel 1925, fu costretta alla fuga dalle persecuzioni razziali degli anni ’30 e ’40: «L’orrore che mi prendeva di mira era europeo», avrebbe ricordato in seguito. Scrittrice, saggista, critica letteraria. Autrice di saggi di grande sucesso come L’orrore economico (1996), contro la globalizzazione neoliberista, e Il crimine dell’Occidente (2004), era considerata «la Fallaci di sinistra». Pochi meglio di lei hanno saputo descrivere l’imbarazzante, colpevole posizione del mondo occidentale rispetto al conflitto arabo-israeliano. È scomparsa il 30 aprile 2013.
Viviane Forrester (Parigi, 29 settembre 1925 - Parigi, 30 aprile 2013)
Ne Il crimine dell’Occidente, pubblicato in Francia da Fayard dieci anni fa, la Forrester scriveva: «Israeliani e palestinesi avrebbero potuto e potrebbero ancora distinguere la loro specificità comune in seno allo spazio internazionale e al suo clima paternalistico, tacitamente sprezzante, sempre direttivo, e riconoscere di essere entrambi considerati (con una certa complice preferenza per Israele) come degli ex subalterni promossi alla parità senza convinzione, per generosità, per buona creanza democratica; e i loro tragici conflitti sono visti talvolta con inquietudine, sempre con una degnazione piena di rimprovero, ma soprattutto con la preoccupazione di mantenere relegati altrove, così camuffati, i sommovimenti generati dall'inferno creato per gli ebrei in Europa che avevano determinato e che, occultamente, determinavano ancora il dramma delle due nazioni. […] Bisogna sottolineare che oggi questo Occidente non è evidentemente più quello della seconda guerra mondiale. L’Europa attuale, in particolare, non ha più nulla a che vedere con le sue ore maledette.  […] Per Israele e per la Palestina è ora di togliersi il marchio di quel passato di cui gli uni furono le prede e al quale gli altri furono estranei. Di riconoscere ciascuno la propria indipendenza di fatto e di ammettere di essere entrambi più vicini l’uno all'altro di quanto lo siano certe potenze che pretendono di ravvicinarli. Di non limitarsi più alle scene mediatiche e grandiose in cui le telecamere, ma soprattutto i grandi presidenti americani, estasiati all'idea di un lusinghiero ingresso nei libri di scuola, l’uno dopo l’altro, attraverso gli anni, puntano sui dirigenti palestinesi e israeliani riuniti presso di loro sguardi commossi, lucidi, di mamme trionfanti all'idea di aver finalmente calmato i piccoli o stizzite per non essere riuscite a far intendere ragione a quei ragazzacci. […] Oltre alle evidenti ragioni di politica internazionale, se le grandi potenze sono rimaste così legate a Israele e alla Palestina è proprio perché in Medio Oriente si svolgono ancora, a distanza, da decenni, i prolungamenti della loro peggior storia personale, da cui non riuscivano e non riescono a distaccarsi e le cui prove toccano ancora a coloro che ne furono i martiri e ad altri che ne sono innocenti. Tali potenze speravano inconsciamente di aver trasferito per sempre nel presente di quelle regioni straniere le tracce e le conseguenze del passato funebre che ossessionava le memorie e alterava le coscienze. Si dà il caso che il futuro tragico d’Israele e della Palestina, imprevisto nelle proporzioni che sta assumendo, abbia fatto molto per camuffarlo. Interporvi i propri buoni uffici, sostenervi i ruoli virtuosi di guide e arbitri garantisce le amnistie dell’oblio, assume valore di assoluzione e ristabilisce l’autorità morale di tali potenze, liberandole dai turbini di un passato ricusato».

Manuel Lambertini

domenica 9 marzo 2014

Bukowski oltre Bukowski

Charles Bukowski
(Adernach, 16 agosto 1920 - San Pedro, 9 marzo 1994)
Non c’è scrittore del XX secolo che possa vantare un saccheggio di citazioni pari a quello quotidianamente subito da Charles Bukowski. Henry Chinaski, o Hank, per gli amici. I suoi libri, riferisce il biografo Jim Christy in La sconcia vita di Charles Bukowski (Feltrinelli, 1998), sono i più rubati in tutte le biblioteche americane e canadesi. Le sue riflessioni, ironiche, sporche, amare, e le sue inimitabili imprecazioni, hanno fatto di lui l’autore americano contemporaneo più tradotto al mondo, nonché il «compagno di sbronze» ideale per milioni di persone.
Quelle frasi, è giusto ricordarlo, non sono state pensate come aforismi. Mai sarebbe passato per la testa a un tipo come Bukowski di scrivere aforismi. Sono dialoghi di romanzi, versi di poesie, o al più dichiarazioni selvaggiamente estrapolate dalle tante interviste rilasciate negli anni. Un’operazione non troppo diversa, di fatto, da quella compiuta con Il sole bacia i belli: Interviste, incontri, insulti (Feltrinelli, 2014), il libro a cura di David Stephen Calonne che Feltrinelli ha pubblicato pochi giorni fa per celebrarne il ventennale della morte.
Come spesso accade agli autori di così vasta popolarità, anche Bukowski ha i suoi detrattori eccellenti. Tra gli altri, il noto critico Dan Schneider – in rappresentanza, per la verità, di gran parte della critica ufficiale – e il cantautore australiano Nick Cave. Quest’ultimo, in un’intervista a “Rolling Stone” del 1994, alla domanda su quali opere dovessero leggere gli studenti liceali, rispose: «Dovrebbero leggere la Bibbia, dovrebbero leggere Lolita. Dovrebbero smetterla di leggere Bukowski e dovrebbero smetterla di ascoltare la gente che dice loro di leggere Bukowski».
Per tutti, Bukowski è il «vecchio sporcaccione» nichilista dedito all’alcol, al sesso e alle corse dei cavalli. E Il sole bacia i belli, nel quale lui stesso si racconta con la consueta onestà, non disattende affatto questa descrizione: «Norman Mailer ne ha sparate tante di stronzate, ma una cosa bella penso l’abbia detta: “La maggior parte degli americani trova la propria ispirazione spirituale quando è ubriaca, e io sono uno di questi americani”. Un’affermazione che io appoggio al cento per cento, ‘fanculo Il nudo e il morto. L’unica cosa è che uno deve stare attento a come mischia alcol e sesso. La cosa migliore per un uomo saggio è di fare sesso prima di ubriacarsi perché l’alcol distrae il vecchio picciolo lì in basso. Fino ad ora mi è andata piuttosto bene». (Glenn Esterly, La poesia butterata di Charles Bukowski. Taccuino di una vecchia umanità sporcacciona, “Rolling Stone”, 17 giugno 1976).
Grazie a questa nuova raccolta di interviste si può venire a conoscenza di qualche particolare in più sulla sua vita e sul suo pensiero; e trarne – come sempre, quando si tratta del vecchio Hank – un gran divertimento. Saltano agli occhi, prima di tutto, la sua unicità di scrittore, la sua voglia di isolamento unita ad un fondo di tenerezza, e la strenua resistenza che oppone a chiunque tenti di incasellarlo in questa o in quella corrente letteraria. In particolare, viene più volte rimarcata una certa ostilità per la Beat Generation.
Quando la giornalista di “High Times” Silvia Bizio, unica intervistatrice italiana della raccolta, gli chiede conto della sua assenza al Festival dei poeti di Castel Porziano, cui avrebbe dovuto partecipare nell’estate 1980, lui risponde senza giri di parole: «Non sono andato perché non mi piaceva la sfilza di poeti americani con i quali avrei dovuto tenere il reading. Non leggerei con loro neanche a Santa Monica in California; non starei neanche nella stessa stanza con loro». Appena gli viene fatto notare che in Italia la sua figura è leggendaria quanto quella di Allen Ginsberg, il suo tono si fa sarcastico: «Allen è ok, Allen non è male, sì, sono tutti bravi poeti: Gregory Corso, il ragazzo di Ginsberg [Peter Orlovsky], Joan Baez, Timothy Leary, Frank Zappa, Bob Dylan… La cultura americana non è male. La cultura americana è… credo sia arretrata anni luce. È come un corpo che trascina una coda, ma la coda è dietro al corpo e trascina la polvere».
Già nel 1975, conversando con Marc Chénetier per la “Northwest Review”, aveva chiaramente preso le distanze da Kerouak e Ginsberg: «In loro sento una certa falsità di fondo. Non mi piace nessuno di quella cricca. Facevano troppo gli amiconi fra loro. Si riunivano e facevano questo e quello, ma credo che gli artisti lo abbiano fatto per molto tempo. Riunirsi e leggere poesie e così via; ma questo mi ha sempre irritato. Mi piacciono gli uomini che ce la fanno per conto loro, senza doversi unire e stare insieme. Ero a Frisco [San Francisco], sai, in un caffè, e un tizio mi ha accompagnato a casa e ha detto: “Be’, a volte, a qualsiasi ora del giorno, li trovi lì dentro a bere caffè”. Voglio dire… diavolo!». Poi però ammetteva di non aver conservato grandi ricordi di quel periodo: «Non ne so molto. Ero immerso nei miei dieci anni alcolici all’epoca. Mi sono fermato completamente con la scrittura per dieci anni e mi sono ubriacato e basta. Mentre i beat beattavano io bevevo. Quindi non so cosa sia successo. Ho cominciato a bere – a bere sul serio… a venticinque anni e non ho mai smesso fino ai trentacinque. In quei dieci anni non ho scritto una riga».
Nato ad Adernach, in Germania, il 16 agosto 1920, si era trasferito a Los Angeles con la famiglia all’età di tre anni. Il padre era violento, la madre anaffettiva. A quattordici anni la sua faccia si era ricoperta di pustole, che gli avevano lasciato segni permanenti. Se ne era andato di casa finito il liceo, non prima di aver fatto le due migliori scoperte della sua vita: le biblioteche pubbliche e i bar. Dopo i «dieci anni alcolici» – durante i quali era sopravvissuto facendo i lavori più disparati, trovando poi un impiego stabile alle Poste – aveva cominciato ad inviare racconti e poesie ad un gran numero di piccole riviste letterarie. Nel 1967 gli era stata offerta la possibilità di tenere una rubrica settimanale su un noto giornale undergroung di Los Angeles, “Open Space”; titolo della rubrica: Taccuino di un vecchio sporcaccione. Pochi mesi prima di compiere cinquant’anni si era licenziato dalle Poste, accettando di firmare un contratto con la casa editrice Black Sparrow Press, e aveva terminato il suo primo romanzo, Post Office (1971). A seguire, una lunga serie di libri di culto, dati alle stampe a poca distanza l’uno dall’altro: Storie di ordinaria follia (1972), Compagno di sbronze (1972), Factotum (1975), Donne (1978), Shakeaspeare non l’ha mai fatto (1979) Panino al prosciutto (1982). Fino a quello che molti considerano il suo miglior pezzo di prosa: Hollywood, Hollywood! (1989), ispirato alla difficile lavorazione del film Barfly, con Mickey Rourke nel ruolo di Henry Chinaski.
«Ho i miei dubbi che a qualcuno importi ancora di quel vecchio spauracchio che è il Grande Romanzo Americano», scrive Jim Christy. «Ma sono convinto che la verità – e l’ironia – sia che Charles Bukowski, in Hollywood, Hollywood!, si è avvicinato più di chiunque altro a scriverlo».
Perché Bukowski, come sottolineava già Beniamino Placido, non è un vagabondo e basta. È un vagabondo che scrive. Con ferrea disciplina. E che prima di scrivere ha acquisito una solida conoscenza di tutta la grande letteratura, americana e non solo. Nella sua biblioteca: Dostoevskij, Nietzsche, Céline, Kafka, D. H. Lawrence, Jean Paul Sartre, Orwell, Knut Hamsun, Sinclair Lewis, Robinson Jeffers, Hemingway, John Fante, Henry Miller. Per questi e altri scrittori, a modo suo, sentiva una gratitudine smisurata. Durante i vagabondaggi o il lavoro in fabbrica – scrive ne Il capitano è fuori a pranzo (Feltrinelli, 2000) – cercava di immaginare la loro vita quotidiana, fantasticava sulle loro abitudini, sui loro vizi: «Chiunque fossero, per me gli scrittori erano una magia. Aprivano le porte in modo diverso. Al risveglio avevano bisogno di bere qualcosa di forte. La vita era maledettamente troppo per loro. Ogni giorno era come camminare sul cemento fresco. Ne facevo i miei eroi. Me ne nutrivo. L’idea che ne avevo mi sosteneva nel mio nulla. Pensare a loro era molto meglio che leggerli. […] Mi stendevo sul mio letto da affamato e pensavo a quegli uomini. La letteratura era così… Romantica. Sì».
Vedeva Dostoevskij «come uno che sbavava per le ragazzine», e ringraziava il cielo che non fosse stato fucilato per le attività sovversive condotte contro le autorità zariste. Sentiva «l’urlo dallo stomaco» di John Fante che lottava per diventare uno scrittore. Faulkner, lo vedeva «come un uomo eccentrico e dall’alito pesante». Hemingway, «come uno che si esercitava nella danza classica dietro una porta chiusa». Ma non tutti i grandi autori erano di suo gusto… «Mi ricordo che un giorno ricevetti una lettera furibonda da un tale il quale sosteneva che non avevo diritto di dire che Shakespeare non mi piace. Troppi giovani mi avrebbero creduto senza nemmeno darsi la pena di leggere Shakespeare. Non avevo diritto di affermare una cosa simile. E così via. Non gli ho mai risposto. Lo faccio adesso. Fottiti, amico. E non mi piace nemmeno Tolstoj!».
Negli ultimi anni, quando la giovane moglie Linda Lee ne aveva ormai domato gli istinti, e quando si dilettava a scrivere poesie al computer circondato dai gatti, in un’elegante villa con piscina a San Pedro, al centro dei suoi pensieri c’era soprattutto la morte. La Signora Morte, uno schianto di donna che nel suo ultimo romanzo, Pulp (1994), si rivolge all'investigatore privato Nick Belane per la ricerca di un certo Céline, e lo aiuta a rintracciare un misterioso e tanto sospirato Passero Rosso.
Prima di trovarsi faccia a faccia con il dannato uccellaccio, il 9 marzo 1994, Charles Bukowski aveva avuto il tempo di immaginare il dopo: «L’altro giorno pensavo al mondo senza di me. Il mondo va avanti a fare quel che deve. E io non ci sono. Davvero strano. Il camion della spazzatura viene a tirar su l’immondizia e io non ci sono. Oppure il giornale è sul vialetto e io non sono lì a raccoglierlo. Impossibile. Ma il peggio è che qualche tempo dopo la mia morte mi scopriranno veramente. Tutti quelli che quando ero vivo avevano paura di me o mi odiavano d’un tratto mi capiranno appieno. Le mie parole saranno ovunque. Si formeranno circoli e associazioni. Sarà nauseante. Gireranno un film sulla mia vita. Faranno di me un uomo molto più coraggioso e dotato di quanto non sia. Molto di più. Roba da far vomitare gli dei. La razza umana esagera tutto: i propri eroi, i propri nemici, la propria importanza. Stronzi. Ecco, mi sento meglio. Stramaledetta razza umana. Ecco, mi sento meglio».

Manuel Lambertini

mercoledì 5 febbraio 2014

William S. Burroughs’s Birthday Party

William S. Burroughs (Saint Louis, Missouri, 5 febbraio 1914 – Lawrence, Kansas, 2 agosto 1997)

Giorno del Ringraziamento
28 novembre 1986

Grazie per il tacchino e per i piccioni viaggiatori, destinati ad essere cacati attraverso le sane budella americane – grazie per un Continente da saccheggiare e avvelenare – grazie per gli indiani che ci procurano quel tanto di stimoli e di pericoli – grazie per le immense mandrie di bisonti da uccidere e scuoiare, lasciando le carcasse a marcire – grazie per le laute ricompense sui lupi e i coyotes – grazie per il SOGNO AMERICANO da involgarire e falsificare fin quando la nuda menzogna non vi risplenda attraverso – grazie per il KKK, per gli uomini di legge, per le rispettabili signore-casa-e-chiesa con le loro facce meschine, smunte, sgradevoli, perverse – grazie per gli adesivi “Ammazza un frocio in nome di Cristo” – grazie per l’AIDS da laboratorio – grazie per il Proibizionismo e la Lotta contro la Droga – grazie per un paese dove a nessuno e dato di badare ai fatti propri – grazie per una nazione di spie-sì, grazie per tutti i ricordi… va bene, facci vedere le tue braccia… sei sempre stato un problema, c’hai proprio rotto i coglioni – grazie per l’ultimo e più grande tradimento dell’ultimo e più grande dei sogni umani.

William S. Burroughs, Vicolo del Tornado,1989 


Avevano provato a “cooptarlo” nel Tempio della Grande Letteratura Americana quando era ancora vivo. Prima i “colleghi” Norman Mailer – che lo considerava «l’unico romanziere americano a cui si possa plausibilmente attribuire genio» – e James G. Ballard – per il quale era «il più importante scrittore emerso dopo la Seconda Guerra Mondiale». Poi l’American Academy of Arts and Letters, che nel 1983 lo incluse tra i propri membri. Ma William Seward Burroughs era un «drogato omosessuale pecora nera di buona famiglia», e tale volle restare. Tutta l’opera da lui prodotta, diceva, era rivolta «contro coloro che sono intenti, per stupidità o per programma, a far saltare in aria il pianeta e a renderlo inabitabile». Il suo Pasto Nudo, pubblicato nel ‘58, era nato come un’araba fenice da frammenti di testi che Ginsberg e Kerouac avevano ritrovato nella sua abitazione di Tangeri, dove si era trasferito dopo ininterrotte peregrinazioni. Burroughs – Old Bull Lee per gli amici beatniks – è morto nell’agosto 1997. Oggi avrebbe compiuto un secolo di vita. Altro da aggiungere? Una parola sì. Grazie.

Manuel Lambertini 

giovedì 7 novembre 2013

Il secolo di Camus

Albert Camus
(Mondovi, 7 novembre 1913 - Villeblevin, 4 gennaio 1960)
«Io non sono un filosofo. Non credo abbastanza alla ragione per credere a un sistema. Quello che mi interessa è sapere come bisogna comportarsi. E più precisamente come ci si può comportare quando non si crede in Dio o nella ragione».

Forse, a cento anni dalla nascita, lo scrittore – e filosofo – Albert Camus non avrebbe potuto ricevere omaggio migliore della biografia dedicatagli da Michel Onfray, L’ordine libertario (Ponte alle Grazie, 2013). Un’opera che nel ripercorrere la «vita filosofica» di Camus rimarca l’importanza centrale delle sue umili origini e delle sue vicende umane.
Nato nel 1913 a Mondovi, in Algeria, in una famiglia povera, perse il padre all’età di un anno e si trasferì ad Algeri con la madre, il fratello maggiore e la nonna materna. Minato fin da giovanissimo da una forma acuta di tubercolosi, si laureò in filosofia nel 1936 con una tesi su Plotino e Agostino, affiancando allo studio un’intensa attività politica e pubblicistica. Alcuni dei saggi scritti in quel periodo furono raccolti nel volume Il rovescio e il diritto (1937). Dopo aver aderito al movimento antifascista Amsterdam-Pleyel nel ’33 e al partito comunista nel ’34, fu licenziato dalla redazione di Soir-Républicain nel 1940 sotto le pressioni del governo coloniale. Si trasferì a Parigi pochi mesi più tardi. Nei drammatici anni dell’occupazione nazista, durante i quali non fece mancare il proprio sostegno alla resistenza, e nell’immediato dopoguerra, furono concepite molte delle sue opere più note: Lo straniero (1942), Il mito di Sisifo (1942), Caligola (1944), La peste (1947) e Lo stato d’assedio (1948).
Alla fine degli anni ‘40 Camus era ormai parte del circolo di intellettuali parigini legati all’editore Gallimard, con Jean-Paul Sartre, André Breton, André Malraux e molti altri. Ma le sue forti tendenze libertarie, talvolta in netto dissenso con l’ortodossia marxista-leninsta, unite ad una condanna senza appello del totalitarismo stalinista, portarono al suo definitivo isolamento dopo la pubblicazione de L’uomo in rivolta (1951), oggetto di una dura polemica con Sartre.
Jean-Paul Sartre e Albert Camus (1944)
Nelle parole di Michel Onfray, intervistato da Magazine Littéraire nel 2012, Camus è «il libertario per eccellenza, altrimenti detto: l’uomo libero», ben lontano dagli «anarchici guardiani del tempio» che «hanno sempre bisogno di compulsare Bakunin o Kropotkin per sapere cosa devono pensare». A renderlo unico, secondo Onfray, è proprio la sua formazione da autodidatta, nonché il fatto di essere «un uomo che non dipende dalla tribù, che non si costruisce guardandosi nello specchio della storia»: «Camus, figlio di poveri, fedele al suo ambiente d’origine, non intercala mai la sua biblioteca tra il mondo e se stesso, al contrario della gran parte degli intellettuali e dei filosofi che vanno per la maggiore. Se deve ragionare sulla miseria, non si chiede cosa ne dicessero Marx ed Engles, perché lui l’ha vista a casa sua, in una famiglia senza padre e con una madre disabile. Non commenterà un commentario, ma dirà cosa ha visto: quale metodo migliore per un filosofo?».
L’ingombrante reputazione con cui Camus è arrivato fino a noi è però quella di «filosofo dell’assurdo», che finisce per inserirlo a forza nel clima storico e culturale dell’esistenzialismo. Un tema, l’assurdità della condizione umana, che Camus delineò nelle pagine de Lo straniero ben prima di dedicarvi un’esplicita trattazione teorica.
Lo straniero (1942)
Meursault, il protagonista del romanzo, è un normale impiegato franco-algerino che trascorre le sue giornate nella più totale indifferenza. È straniero all’amore, alla paura della morte, all’amicizia, alla religione, e a tutte le passioni che riempiono l’esistenza degli altri esseri umani. Seppellisce senza una lacrima la madre appena morta in un ospizio. Il giorno dopo decide di andare al mare, incontra un’ex collega di ufficio, Maria, e con lei inizia una relazione. Finché, su una spiaggia assolata, dopo una lite nella quale non era direttamente coinvolto e che sembrava essersi risolta, uccide un arabo con quattro colpi di pistola. Senza un reale motivo. E senza cercare giustificazioni alla sua condotta neanche in sede processuale, affrontando un’evitabilissima condanna a morte con la stessa impassibilità. Nelle sagge parole del pubblico ministero che chiede la sua testa, «il vuoto dell’animo quale si ritrova in quest’uomo diventa un abisso dove la società può perire». Meursault non si conforma a nessuno dei dettami della società che non sia in linea con la propria natura. Ma la sua insensibilità, che pareva mostruosa, diventa profondamente umana nel momento in cui egli rifiuta convenzioni sociali che gli sembrano false, forzose, infelici, innaturali. Ed in attesa dell’esecuzione, grida al prete che gli fa visita in cella tutto ciò che ha imparato dalla sua breve vita, la vanità dell’esistenza e l’inevitabile trionfo della morte, su ogni uomo e su tutte le fedi; una verità crudele, che però non intende rinnegare: «Era come se avessi atteso sempre quel minuto… e quell’alba in cui sarei stato giustiziato. Nulla, nulla aveva importanza e sapevo bene il perché. […] Dal fondo del mio avvenire, durante tutta questa vita assurda che avevo vissuta, un soffio oscuro risaliva verso di me attraverso annate che non erano ancora venute e quel soffio uguagliava, al suo passaggio, ogni cosa che mi fosse stata proposta allora nelle annate non meno irreali che stavo vivendo. Cosa mi importavano la morte degli altri, l’amore di una madre, cosa mi importavano […] Dio, le vite che ognuno si sceglie, i destini che un uomo si elegge, quando un solo destino doveva eleggere me e con me miliardi di privilegiati che […] si dicevano miei fratelli?».
Nel protagonista de Lo straniero non si scorgono solo i disperati abissi del nichilismo senza uscita, ma anche le premesse creatrici de L’uomo in rivolta. «È una verità ancora negativa,» quella di Meursault, scrisse lo stesso Camus, «senza la quale però nessuna conquista di sé e del mondo sarà mai possibile». Per dirla con Nicola Chiaromonte: «Il sentimento della natura e della felicità naturale da una parte; quello della mortalità dell’uomo dall’altra. Questa dualità è un […] aspetto fondamentale di ciò che egli chiama assurdo. L’assurdo, in Camus, non è un concetto, ma uno stato d’animo: lo stato d’animo di un uomo che, sapendosi mortale, non può accettare, del mondo, che ciò che s’accorda con questo sentimento, ossia in sostanza il rispetto incondizionato della vita in quanto ricerca della sola felicità possibile: la felicità naturale».
"La libertà non è che una possibilità di essere migliori"
Albert Camus, Resistenza, Ribellione e Morte (1961)
A metà strada tra l’apatia di Meursault e l’uomo in rivolta c’è il mito di Sisifo. L’eroe che dopo aver sfidato gli dèi viene condannato per l’eternità a spingere un masso su una montagna, per vederlo ricadere ogni volta che raggiunge la cima, è eletto a simbolo dell’assurdità dell’esistenza umana. Una esistenza che vede confrontarsi l'indifferenza e l'opaca irragionevolezza dell’universo con «il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell’uomo». E l’uomo deve rendersi protagonista di una vera «rivolta metafisica», un movimento individuale che lo veda ribellarsi «contro la propria condizione e contro l’intera creazione», per rivendicare il diritto ad «un’unità felice» che fronteggi «la sofferenza del vivere e del morire». Egli deve affermare che «noi siamo davanti alla storia e la storia deve fare i conti con questo noi siamo che a sua volta deve mantenersi nella storia». Il noi siamo si concretizza nel valore della dignità umana «che non posso lasciare avvilire in me stesso e neppure negli altri»; un valore supremo, che nessun potere ha il diritto di calpestare; la cui violazione non può essere giustificata da alcun ideale o fine superiore; e che rifiuta qualsiasi forma di assolutismo.
È dunque nell’affermazione della propria libertà e nella gioiosa lotta contro una condizione assurda che l’essere umano può aspirare alla felicità: «Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».

Manuel Lambertini

giovedì 31 ottobre 2013

Quando Fellini spense la Luna


In morte di Federico Fellini
Federico Fellini
(Rimini, 20 gennaio 1920 - Roma, 31 ottobre 1993)

Quando muore Fellini il grido è forte,
Spacca la terra che improvvisa piange,
Lacrime dal Marecchia fino al Gange
Alluvionano il mondo alla sua morte.

Quel giorno dimmi chi non lacrimava?
Nemmeno la persona, la più frigida,
Pianse Rondi co’ Akira Kurosawa,
Pianse la Loren con la Lollobrigida.

Pianse Anita e Marcello, pianse il Sole,
Pianse Mollica lacrime a bizzeffe,
Pianse anche i verbi e tutte le parole
Che, quel giorno, cominciavano per effe.

Quando muore il maestro d’Amarcorde,
Anche i poeti abbassano le teste,
Era più bello lui d’Harrison Forde,
Era più sexy lui di Mae Weste.

Era leggero come Cavalcanti,
Saggio come i filosofi tedeshi,
Umano come sanno esserlo i santi,
Profondo come Fjodor Dostoesky.

Elegante, narciso, mai avaro,
Lui era insieme Topolino e Pippo.
Lugubre come Antonio Fogazzaro,
Federico Fellini e Roberto Benigni
sul set de La voce della Luna (1990)
Buffo come Peppino De Filippo.

Quando dava l’azione con un rombo,
Il set si illuminava d’alabastro,
Era come Cristoforo Colombo,
Un condottiero come Fidel Castro.

Lo studiavano le psicanaliste
Ma a lui nessuno mai tolse le brache.
Fellini aveva più forza di Maciste
E più immaginazione di Mandrake.

Dolce come Verlaine, come Beatrice,
e maledetto come James Dean.
Casto della purezza di Euridice,
E intelligente come RinTinTin.

M’han detto ch’era morto, ebbi uno shocke,
come se fosser morte le albicocche!
Fellini, m’hai avviluppato con le tue passioni
E per saluto estremo ti dirò,
Citando un bel refrain di Little Tony,
Che t’amo, t’amo, t’amo e t’amerò!

                                                    Roberto Benigni

Accadeva vent’anni fa, il 31 ottobre 1993. Il giorno prima ricorrevano i cinquant’anni di matrimonio con l’attrice Giulietta Masina, che sarebbe scomparsa nel marzo dell’anno successivo.  Alle esequie di entrambi il trombettista Mauro Maur eseguì le musiche di Nino Rota, l’Improvviso dell’Angelo e La Strada.
E ai versi di Benigni fecero eco le parole dell’amico e concittadino Sergio Zavoli, che da allora non avrebbe più smesso di onorare la memoria del maestro: «La scomparsa di Fellini ha qualcosa di innaturale, come se un’estate, di colpo, smettessero di farsi udire i grilli, il mare, gli uccelli. Come se le lucciole smettessero di palpitare nel grano. […] Continueremo ad aspettare che dall’orizzonte vengano i tuoi sortilegi: donne come capodogli, padri come fantasmi, navi come castelli, e poi fughe di Bach e marcette di clown, innocenze e ludibri, cielo imbronciato e azzurre nevicate primaverili».

Manuel Lambertini


domenica 27 ottobre 2013

Il Paese del «Gattopardo»

Ricorrono i cinquant'anni da quando il romanzo italiano più venduto del XX secolo, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo da Feltrinelli nel 1958, venne elevato a capolavoro cinematografico da Luchino Visconti. Nei prossimi giorni la pellicola sarà proiettata in oltre settanta sale italiane, in una versione restaurata dalla Cineteca di Bologna in collaborazione con The Film Foundation di Martin Scorsese. E nel marzo 2014 l’Accademia delle arti e della scienza del cinema di Los Angeles assegnerà l’Oscar alla carriera al costumista Piero Tosi, a coronamento di un’avventura umana e professionale che ha pochi confronti nel panorama mondiale.
La storia di Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, Duca di Querceta, Marchese di Donnafugata, continua a incantare il pubblico e a sollevare annosi interrogativi sull’ineluttabile ciclicità della storia. Con la sconfitta dell’aristocrazia terriera siciliana, costretta ad accettare l’annessione al Regno d’Italia e la compenetrazione di elementi borghesi nelle sue stesse strutture familiari – tramite il matrimonio del giovane Tancredi con Angelica, la figlia del facoltoso sindaco di Donnafugata – si assiste al perpetuarsi degli antichi rapporti di potere e di prevaricazione. Una trasformazione a cui Don Fabrizio rifiuta di prendere parte, terminando i suoi giorni in un volontario, avvilente isolamento.
L’opera di Tomasi di Lampedusa non è però sopravvissuta al suo autore in una forma del tutto compiuta. In coda al romanzo, un capitolo mai terminato avrebbe dovuto contenere 17 sonetti nei quali sarebbe stato svelato l’amore di Don Fabrizio per la bellissima Angelica. Quello che segue è il più eloquente dei sonetti ritrovati.


Quando in un vecchio cuore Amor discende
lento procede e fra l’ingombro triste
di sepolte speranze a pianto miste
deve aprirsi la strada; e mummie orrende

di vizzi affetti sbarran le sue piste.
S’insedia alfine, strappa le sue bende:
negli occhi ha sol una beffa ch’offende
non più, com’ebbe, voluttà intraviste.

Tiranno in gioventù, boia in vecchiezza
non più di vita messo ma di morte,
suscita pene, orror, vergogna, liti.

Io soffro, piango, impreco e lui disprezza;
mi strazia con torture e con ritorte,
fiero mi seguirà sui neri liti.



Manuel Lambertini

lunedì 15 aprile 2013

La ragazza con la valigia

La ragazza con la valigia (1961)
È con affetto e gratitudine che la comunità del cinema, a partire da chi ebbe il privilegio di esserle maestro o compagno di viaggio fino all’ultimo degli spettatori, festeggia oggi il settantacinquesimo compleanno di Claudia Cardinale. A differenza della diretta interessata, che vive a Parigi da anni e che i compleanni preferisce non festeggiarli: «Sì, un passato glorioso a volte è pesante da portare. Ma io continuo, lo ripeto, ad amare il presente più di ogni altro tempo. I costumi sono meno belli, senza dubbio, le luci meno sublimi. Ma quando al mattino esco di casa, per andare a prendere i giornali, incontro ancora persone che hanno qualcosa da dirmi. Persone reali, non fantasmi». Stavolta però l’evento coincide con il cinquantesimo anniversario del Gattopardo, il film che la consegnò alla storia del cinema nelle sfarzose vesti dell’incantevole Angelica, eterna prigioniera di un fotogramma che la vede ballare il valzer insieme al Principe di Salina Burt Lancaster.
Nata a Tunisi nel 1938 da una famiglia di origini siciliane, cedette alla forza di attrazione del cinema dopo avervi opposto una strenua, selvaggia resistenza: incoronata «italiana più bella di Tunisia», concorso a cui non avrebbe voluto partecipare, vinse un soggiorno alla Mostra del Cinema di Venezia. Le venne poi offerto di frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ma abbandonò gli studi al primo trimestre, anche per la scarsa padronanza della lingua italiana; il noto cronista Domenico Meccoli la incontrò in aeroporto nel giorno del suo ritorno a Tunisi, e le dedicò l’articolo di copertina del settimanale Epoca.
Seguì il periodo più drammatico della sua vita, quello in cui scoprì di essere incinta di un uomo francese di dieci anni più grande che aveva abusato di lei quando era appena diciassettenne, e con cui non era riuscita a troncare la relazione... Decise di non abortire. Era precipitata in una grave depressione, con frequenti pensieri suicidi, quando la Vides di Franco Cristaldi le propose un contratto in esclusiva. Mario Monicelli la volle ne I soliti ignoti (1958) per il curioso ruolo di Carmela, che le valse il nomignolo di «fidanzata d’Italia». La nascita del figlio Patrick, per volere di Cristaldi (con cui avrebbe poi stretto una tormentata relazione), avvenne in gran segreto e fu tenuta nascosta per sette anni.
Con Werner Herzog e Klaus Kinski, Fitzcarraldo, 1982
Fu Pietro Germi a farle amare il cinema per la prima volta, con Un maledetto imbroglio (1959), mentre Il bell’Antonio (1960) di Bolognini inaugurò la stagione più prolifica e luminosa della sua carriera di attrice. Ai primi anni ’60 – quei «Sexy Sixty» che la vollero simbolo di bellezza mediterranea e antagonista ideale di Brigitte Bardot – risale l’inizio della sua collaborazione con Luchino Visconi, Federico Fellini, Valerio Zurlini, Citto Maselli e Luigi Comencini, i registi che meglio seppero valorizzarne il talento. Girò contemporaneamente Il Gattopardo e 8½, disorientata dall’abissale differenza tra il rigore del metodo di Visconti e il caos dei set di Fellini. Blake Edwards la scelse al fianco di Peter Sellers per La Pantera Rosa (1963), facendole inalare fumo di hashish a sua insaputa, perché potesse recitare al meglio la parte della principessa indiana... Ne La ragazza con la valigia (1961) di Zurlini interpretò il ruolo involontariamente autobiografico di Aida, una giovane donna sedotta e abbandonata; e grazie a Comencini, in La ragazza di Bube (1963) le venne finalmente concesso di dare la propria voce al personaggio di Mara, con cui vinse il suo primo Nastro d’Argento.
«Ha avuto pochi amori», la rimproverava amichevolmente Monicelli: «Poteva averne di più!». Ma gli anni ’70 furono segnati dall’incontro con il regista Pasquale Squitieri, conosciuto sul set de I guappi (1974), e dalla nascita della seconda figlia, Claudia. Per la regia di Squitieri interpretò poi Il prefetto di ferro (1977), Corleone (1978), L’arma (1978), Claretta (1984), Atto di dolore (1990), Stupor Mundi (1997), Li chiamarono… briganti! (1999) e Father (2011). Del 1982 è l’avventura di Fitzcarraldo, il capolavoro di Werner Herzog girato in Amazzonia al fianco del violentissimo Klaus Kinski: «più che un film [fu] una specie di lotta per sopravvivere, […] una lotta contro il caldo terrificante, contro le mille difficoltà per girare in un posto fuori dal mondo».
Rimini, 23 agosto 2012
Si trasferì a Parigi alla fine degli anni ’80, senza però mai ritirarsi dalle scene. Leone d’oro alla carriera nel ’93, Legion d’onore nel ’99, ambasciatrice Unesco nel 2000, Orso d’oro alla carriera nel 2002: una pioggia di riconoscimenti che pochi altri rappresentanti del cinema europeo possono vantare. Leggendo la sua filmografia degli ultimi vent’anni, poi, si nota qualcosa di molto simile ad una seconda nascita... Nel 2000, grazie alle insistenze di Squitieri e di Maurizio Scaparro, debuttò a teatro con La Venexiana, diretta da quest’ultimo. E da allora si è posta generosamente al servizio del cinema d’autore – con cineasti di grande popolarità quali Manoel De Oliveira o Fernando Trueba e con giovani registi esordienti, Ali Ilhan e Anna Scaglione tra gli altri –, intensificando anche il proprio impegno umanitario. Per la prossima stagione è prevista l’uscita di due nuovi film: Effie di Richard Laxton, in cui recita al fianco di Riccardo Scamarcio, e La montagna silenziosa di Ernst Gossner.
Così descriveva se stessa alcuni anni fa, nell’ultima pagina di un libro autobiografico dal titolo Le stelle della mia vita (Piemme, 2006): «Avrei un mucchio di ragioni per voltarmi indietro, il passato è stato glorioso. Ricevo ancora lettere di giovani, colpiti da un ruolo, un personaggio, e che mi domandano l’indirizzo, come se fossi la giovane attrice che li ha emozionati. Accetto il loro omaggio per ciò che rappresenta; l’espressione di ammirazione per un cinema ormai scomparso, che ha lasciato un vuoto incolmabile. […] Il cinema mi ha dato tutto, un paese, una lingua. La mia libertà, belle avventure, ma soprattutto amici. Eppure, io non sono cambiata. Non ho mai perso di vista quella che ero quando le macchine da presa si spegnevano. […] Accade anche che mi parlino di qualcuno che ho conosciuto bene: Claudia Cardinale, una ragazza che ballava il valzer come nessuno, che portava abiti incantevoli, e che volava sul trapezio. È formidabile quello che un’attrice può fare… al cinema. Io? Tutti i miei amici lo sanno. Anche solo sul balcone soffro di vertigini».

Manuel Lambertini

domenica 5 agosto 2012

Cinquant'anni senza Marilyn

A Truman Capote aveva confidato la volontà di essere cremata, e il desiderio di vedere le proprie ceneri disperse nell’oceano. E proprio quel geniale, autodistruttivo Capote, in Musica per camaleonti, l’avrebbe poi descritta come «una bellissima bambina», lasciando inviolate tutte le emozioni con cui la diva più famosa del mondo aveva conquistato anche gli spettatori meno impressionabili.
Ma non sono le onde del mare a custodire i resti di Norma Jeane Baker, e a cullarli nel loro eterno infrangersi contro le scogliere della West Coast. Marilyn Monroe – questo il nome con cui si fece conoscere, a partire dalla metà degli anni ’40 – riposa al Westwood Village Memorial Park Cemetery, in quella Los Angeles che il 1° giugno 1926 le aveva dato i natali. La sua vita si spegneva la notte tra il 4 e il 5 agosto 1962, dopo un’overdose di barbiturici che fu subito liquidata come «probabile suicidio».
Con questa tragica uscita di scena, all’età di trentasei anni, il mito di Marilyn veniva consegnato ad un’immortalità che forse era già inscritta nel suo triste destino. Lei che fin da piccola, con occhi sognanti, osservava le impronte dei divi di Hollywood stampate sul cemento dinanzi al Chinese Theatre. Lei che, orfana di padre e mai amata dalla madre, raccontava agli amichetti di essere figlia di Clark Gable, senza sapere che col Rhett Butler di Via col vento avrebbe condiviso il set dell'ultimo film, Gli spostati (1961).
Nella sua folgorante carriera, tanti successi e tante sofferenze. Numerosi amanti, anche celebri, e tre matrimoni – con James Dougherty (1942-1946), Joe Di Maggio (1954), Arthur Miller (1956-1961) –, quattro se si conta anche quello celebrato quasi per gioco a Tijuana, nell’ottobre 1952, con l’amico Robert Slatzer. Una trentina le pellicole a cui prese parte, per la regia dei più importanti cineasti dell’epoca: da John Huston a Billy Wilder, da Howard Hawks a George Cukor, passando per Jean Negulesco, Henry Hathaway, Laurence Olivier. Il ruolo di «Zucchero» nel capolavoro di Wilder, A qualcuno piace caldo (1959), le valse un Golden Globe. E titoli come Niagara, Gli uomini preferiscono le bionde, Come sposare un milionario (1953), Quando la moglie è in vacanza (1955), Il principe e la ballerina (1957) segnarono la sua incontenibile, definitiva irruzione nel firmamento delle stelle di Hollywood.
Non fu infatti la prematura scomparsa a trasformarla in leggenda. Essa creò, semmai, una seconda leggenda, nella quale cominciarono ad aggirarsi – come comparse, ma niente di più – tutti i protagonisti dell’America di allora: John e Robert Kennedy, la mafia, la Cia, l’Fbi con il suo potente direttore J. Edgar Hoover, gli intellettuali di sinistra e dalle pericolose simpatie comuniste… Una leggenda dentro la leggenda, alimentata dai più inquietanti sospetti circa la fine di un’attrice instabile, che poteva essere entrata in possesso di informazioni imbarazzanti.
Marilyn ritratta da Bert Stern (1962)
Perchè Marilyn Monroe era molto più che un’attrice fra le tante, come ebbe a scrivere il grande Norman Mailer nella «biografia romanzata» che dedicò alla diva nel 1973: «Poteva anche avere la voce modesta e la carne morbida della ragazza della porta accanto, ma sullo schermo era più grande che nella vita. Già agli inizi degli anni Cinquanta, l’era di Eisenhower, Marilyn prometteva che sarebbe venuto un tempo in cui il sesso sarebbe stato facile, dolce e democratico per tutti. Il suo stomaco, libero da corpetti o guaine, sporgeva in un pieno ventre di donna, terribilmente inelegante, un’affermazione di un ventre frequentemente inumidito di seme – quel ventre che non avrebbe mai avuto un bambino – e i suoi seni puntavano boccioli e germogli di carne sulla faccia di molti sudati patiti del cinema. Era una cornucopia, dispensatrice di sogni mielati». Un abbagliante sogno erotico collettivo, dunque, inconsapevole anticipazione di una rivoluzione dei costumi che si sarebbe realizzata solo dopo la sua morte: «Al suo apogeo, l’eco della sua piccola e perfetta creazione raggiunse l’orizzonte della nostra mente. Noi la udimmo parlare con quella flebile voce tintinnante così simile a un campanellino, ed esso suonò dopo la sua morte per tutto quel decennio degli anni Sessanta che lei aveva contribuito a creare, attraverso le sue esaltazioni, i suoi spettri e il suo centro magico. [...] Nella sua ambizione, così faustiana, e nella sua ignoranza delle dimensioni della cultura, nella sua liberazione e nei suoi desideri tirannici, nelle sue nobili aspirazioni democratiche intimamente contraddette dal sempre più ampio stagno del suo narcisismo (dove ogni amico o schiavo doveva bagnarsi), possiamo vedere lo specchio ingrandito di noi stessi, la nostra generazione esagerata e ora decisamente sconfitta; sì, essa condusse una ricognizione attraverso gli anni Cinquanta, e alla sua morte ci lasciò un messaggio: “Dateci dentro, ragazzi!”. Ora è lo spettro degli anni Sessanta».
Ebbene, è trascorso mezzo secolo da quella notte d’agosto in cui Marilyn lasciò la vita. A salutare questo anniversario, insieme ad un film con un’acclamatissima Michelle Williams, si sono ammassate decine e decine di pubblicazioni – tra ristampe e opere inedite – su quella che è ancora celebrata come «la donna più bella del mondo». È stata finalmente tradotta in italiano l’opera di Mailer appena citata, Marilyn (Dalai). E oltre al libro da cui è stato tratto il recente film, La mia settimana con Marilyn (Mondadori) di Colin Clark, è d’obbligo segnalare il romanzo noir di J. I. Baker, Il diario segreto di Marilyn (Rizzoli), Gli ultimi giorni di Marilyn Monroe (Rizzoli) di Keith Badman e La donna più bella del mondo (Aliberti) di Andrea Carlo Cappi, nonché i memoir fotografici di Lawrence Schiller, Andrè De Dienes e Bert Stern. Quest’ultimo, in particolare, ebbe in sorte di immortalarla solo sei settimane prima della scomparsa, in un servizio fotografico entrato nella storia. Vi è ritratta una fragile e bellissima bambina, assopitasi cinquant’anni fa. Una stella che non si spegne.

Manuel Lambertini

martedì 29 novembre 2011

Un anno senza Mario

Un anno fa, Mario Monicelli ci lasciava alla sua maniera. Gettandosi dal quinto piano del reparto di urologia dell’ospedale San Giovanni di Roma. All’età di 95 anni. Un addio sbrigativo e sarcastico, amaro ma lucido, del tutto coerente con quell’istintiva repulsione per l’autoreferenzialità mostrata durante tutta la vita. Ad alcuni aveva confidato, non molto tempo prima, l’estremo desiderio di fare visita a Berlusconi imbottito di tritolo. E tra i tanti epitaffi di suo conio – «nessuno lo salutò mai per primo», piuttosto che «non ebbe mai il cellulare» – «muoiono solo gli stronzi» era di gran lunga quello che preferiva.
Rievocando quel 29 novembre 2010, ciò che più colpisce è la serenità con cui amici e colleghi accolsero la notizia. A caldo, Giovanni Veronesi interpretò il pensiero di tutti: «Non so cosa si dirà domani di quello che è successo, ma una cosa va detta: non ho mai sentito nessuno che si suicida a novantacinque anni. Era davvero speciale». Persino il presidente Napolitano, forse per smorzare un’accesa polemica parlamentare, parlò di uno «scatto di volontà che bisogna rispettare». E di recente è stata l’ultima compagna, Chiara Rapaccini, a confessare che Mario Monicelli «cominciava a sentirsi uno stronzo», cieco com’era, e afflitto da un incurabile cancro alla prostata.
Per lui, nessun funerale. Solo un saluto sulle note di Bella Ciao nel rione Monti, il quartiere romano dove viveva, e un omaggio alla Casa del Cinema. Poi la cremazione e la dispersione delle ceneri lungo il mare della sua Viareggio. Un addio in pieno stile Monicelli.
Integrità e coerenza avevano peraltro accompagnato ogni passo del suo lungo percorso, risolvendosi negli ultimi anni in un lucido e disilluso radicalismo. Burbero, cinico, anticoformista. Autocritico e autoironico. Generoso ma dissacratore, allergico ad ogni retorica. Difficile, in verità, immaginare uomo più diverso dai personaggi dei suoi film.
Settantacinque anni di carriera e più di sessanta pellicole, una decina i capolavori: Guardie e ladri (1951), I soliti ignoti (1958), La grande guerra (1959), I compagni (1963), L’armata Brancaleone (1966), Brancaleone alle crociate (1970), Amici miei (1975), Un borghese piccolo piccolo (1977), Il marchese del Grillo (1981), Speriamo che sia femmina (1986), Parenti serpenti (1992)… Film ormai entrati nell’immaginario collettivo, che solo il regista si affannava a sminuire, convinto che il declino del linguaggio cinematografico fosse cominciato con l’invenzione del sonoro…
Era considerato il padre della commedia all’italiana, insieme a Risi, Germi e Comencini. Lui preferiva ricondurre la propria filmografia alla grande tradizione letteraria e teatrale, dalla Divina Commedia alla Mandragola di Machiavelli, nella convinzione che il cinema non potesse esimersi dal raccogliere quell’eredità. Senza inventare nulla, dunque. Rubando dal passato e dal quotidiano. Per ridere delle debolezze degli italiani, del loro opportunismo, della loro vigliaccheria. E per commuoversi davanti al loro senso della solidarietà, alle loro pretese velleitarie, al loro essere sempre perdenti.
Una commedia umana inizialmente rifiutata da critici e intellettuali, molti dei quali si indignarono alla notizia che un’opera sulla Prima Guerra Mondiale sarebbe stata scritta da sceneggiatori di film comici e girata con caratteristi da commedia-spazzatura. La grande guerra, ex aequo con Il generale della Rovere di Rossellini, vinse il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia del ’59. E nella sua recente autobiografia, La bambina buona (Sonzogno, 2011), Chiara Rapaccini ha scritto di aver usato l’ambito premio la prima volta che preparò la cena al marito. Per schiacciare il pollo alla diavola, «in mancanza di altri pesi».

Manuel Lambertini