giovedì 31 ottobre 2013

Quando Fellini spense la Luna


In morte di Federico Fellini
Federico Fellini
(Rimini, 20 gennaio 1920 - Roma, 31 ottobre 1993)

Quando muore Fellini il grido è forte,
Spacca la terra che improvvisa piange,
Lacrime dal Marecchia fino al Gange
Alluvionano il mondo alla sua morte.

Quel giorno dimmi chi non lacrimava?
Nemmeno la persona, la più frigida,
Pianse Rondi co’ Akira Kurosawa,
Pianse la Loren con la Lollobrigida.

Pianse Anita e Marcello, pianse il Sole,
Pianse Mollica lacrime a bizzeffe,
Pianse anche i verbi e tutte le parole
Che, quel giorno, cominciavano per effe.

Quando muore il maestro d’Amarcorde,
Anche i poeti abbassano le teste,
Era più bello lui d’Harrison Forde,
Era più sexy lui di Mae Weste.

Era leggero come Cavalcanti,
Saggio come i filosofi tedeshi,
Umano come sanno esserlo i santi,
Profondo come Fjodor Dostoesky.

Elegante, narciso, mai avaro,
Lui era insieme Topolino e Pippo.
Lugubre come Antonio Fogazzaro,
Federico Fellini e Roberto Benigni
sul set de La voce della Luna (1990)
Buffo come Peppino De Filippo.

Quando dava l’azione con un rombo,
Il set si illuminava d’alabastro,
Era come Cristoforo Colombo,
Un condottiero come Fidel Castro.

Lo studiavano le psicanaliste
Ma a lui nessuno mai tolse le brache.
Fellini aveva più forza di Maciste
E più immaginazione di Mandrake.

Dolce come Verlaine, come Beatrice,
e maledetto come James Dean.
Casto della purezza di Euridice,
E intelligente come RinTinTin.

M’han detto ch’era morto, ebbi uno shocke,
come se fosser morte le albicocche!
Fellini, m’hai avviluppato con le tue passioni
E per saluto estremo ti dirò,
Citando un bel refrain di Little Tony,
Che t’amo, t’amo, t’amo e t’amerò!

                                                    Roberto Benigni

Accadeva vent’anni fa, il 31 ottobre 1993. Il giorno prima ricorrevano i cinquant’anni di matrimonio con l’attrice Giulietta Masina, che sarebbe scomparsa nel marzo dell’anno successivo.  Alle esequie di entrambi il trombettista Mauro Maur eseguì le musiche di Nino Rota, l’Improvviso dell’Angelo e La Strada.
E ai versi di Benigni fecero eco le parole dell’amico e concittadino Sergio Zavoli, che da allora non avrebbe più smesso di onorare la memoria del maestro: «La scomparsa di Fellini ha qualcosa di innaturale, come se un’estate, di colpo, smettessero di farsi udire i grilli, il mare, gli uccelli. Come se le lucciole smettessero di palpitare nel grano. […] Continueremo ad aspettare che dall’orizzonte vengano i tuoi sortilegi: donne come capodogli, padri come fantasmi, navi come castelli, e poi fughe di Bach e marcette di clown, innocenze e ludibri, cielo imbronciato e azzurre nevicate primaverili».

Manuel Lambertini


domenica 27 ottobre 2013

Il Paese del «Gattopardo»

Ricorrono i cinquant'anni da quando il romanzo italiano più venduto del XX secolo, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo da Feltrinelli nel 1958, venne elevato a capolavoro cinematografico da Luchino Visconti. Nei prossimi giorni la pellicola sarà proiettata in oltre settanta sale italiane, in una versione restaurata dalla Cineteca di Bologna in collaborazione con The Film Foundation di Martin Scorsese. E nel marzo 2014 l’Accademia delle arti e della scienza del cinema di Los Angeles assegnerà l’Oscar alla carriera al costumista Piero Tosi, a coronamento di un’avventura umana e professionale che ha pochi confronti nel panorama mondiale.
La storia di Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, Duca di Querceta, Marchese di Donnafugata, continua a incantare il pubblico e a sollevare annosi interrogativi sull’ineluttabile ciclicità della storia. Con la sconfitta dell’aristocrazia terriera siciliana, costretta ad accettare l’annessione al Regno d’Italia e la compenetrazione di elementi borghesi nelle sue stesse strutture familiari – tramite il matrimonio del giovane Tancredi con Angelica, la figlia del facoltoso sindaco di Donnafugata – si assiste al perpetuarsi degli antichi rapporti di potere e di prevaricazione. Una trasformazione a cui Don Fabrizio rifiuta di prendere parte, terminando i suoi giorni in un volontario, avvilente isolamento.
L’opera di Tomasi di Lampedusa non è però sopravvissuta al suo autore in una forma del tutto compiuta. In coda al romanzo, un capitolo mai terminato avrebbe dovuto contenere 17 sonetti nei quali sarebbe stato svelato l’amore di Don Fabrizio per la bellissima Angelica. Quello che segue è il più eloquente dei sonetti ritrovati.


Quando in un vecchio cuore Amor discende
lento procede e fra l’ingombro triste
di sepolte speranze a pianto miste
deve aprirsi la strada; e mummie orrende

di vizzi affetti sbarran le sue piste.
S’insedia alfine, strappa le sue bende:
negli occhi ha sol una beffa ch’offende
non più, com’ebbe, voluttà intraviste.

Tiranno in gioventù, boia in vecchiezza
non più di vita messo ma di morte,
suscita pene, orror, vergogna, liti.

Io soffro, piango, impreco e lui disprezza;
mi strazia con torture e con ritorte,
fiero mi seguirà sui neri liti.



Manuel Lambertini

domenica 29 settembre 2013

«Come una lepre affamata». I settant’anni di Lech Wałęsa


Lech Walesa (Popowo, 29 settembre 1943)
«Sono soltanto un uomo, un uomo che vuole un po’ di giustizia, un tipo che vuole rendersi utile […] al di là delle frontiere, dei colori, delle ideologie. La lepre affamata non ha frontiere, non segue ideologie. Va dove trova il mangiare di cui ha bisogno e le altre lepri non le sbarrano il passo coi carri armati. Bisognerebbe imparare dalle lepri».
Era il 1981 quando Oriana Fallaci intervistava Lech Wałęsa. Al bavero della giacca teneva già appuntata la Madonna Nera di Częstochowa, che lo accompagna ancora oggi. Il sindacato cattolico Solidarność, fondato da Wałęsa e riconosciuto dal regime comunista polacco con gli Accordi di Danzica del settembre 1980, aveva organizzato una catena di scioperi che esponeva la Polonia al rischio di un intervento sovietico.
«Non le capita mai di essere spaventato, di sentirsi inadeguato?» gli chiese la Fallaci.
«Niè, niè, niè! Perché sono un uomo di fede e perché so che in questo momento c’è bisogno di me. Un tipo come me che sa prendere le decisioni con giudizio, risolvere i problemi in modo prudente. Non sono una testa calda, io» fu la risposta.
Ora quell’intervista è anche il filo conduttore di un film, Wałęsa. Man of Hope, del regista premio Oscar Andrzej Wajda, presentato alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia alla presenza dell’ex presidente polacco. «Oggi in Polonia le nuove generazioni non lo conoscono», ha detto Wajda ai giornalisti. «Il film è soprattutto per loro, perché capiscano il valore della partecipazione attiva alla vita politica. E vorrei che Lech fosse un esempio, e una speranza, per tutti i movimenti dei giovani che in questi anni lottano per la libertà nei loro paesi». 
Oriana Fallaci e Lech Walesa, Danzica, 1981
La pellicola sfoglia ad un ritmo incalzante tutte le pagine della prima vita di Lech Wałęsa, mentre immagini di repertorio scorrono sulla note di un emblematico ritornello: «la libertà la amo e la capisco / la libertà non la so lasciare andare»... Classe 1943, famiglia contadina – suo padre morì ad Auschwitz quando lui aveva solo pochi mesi – e incrollabile fede cattolica, Lech Wałęsa era un semplice elettricista del cantiere navale Lenin di Danzica. Sposato con Danuta Gołoś dal 1968, la sua partecipazione agli scioperi del 1970 gli procurò un arresto a pochi giorni dalla nascita del primo dei loro otto figli. Perse il lavoro nel ’76, ma continuò ad animare i Sindacati liberi di Pomerania, considerati illegali dalle autorità, e fu più volte arrestato. Nell’agosto 1980 si mise alla testa dell’occupazione dei cantieri navali di Danzica e dello sciopero generale che alla fine dell’estate paralizzò la Polonia. Una lunga trattativa col governo sancì il riconoscimento dei Comitati di sciopero interaziendale, che confluirono in un sindacato cattolico di massa: Solidarność. Nel dicembre 1981, per scongiurare un possibile intervento militare sovietico, il governo del generale Jaruzelski proclamò la legge marziale: Wałęsa venne tenuto prigioniero per quasi un anno nella Polonia sud-orientale, al confine con l’Urss. Rilasciato nel novembre 1982, grazie anche alle pressioni di Papa Giovanni Paolo II, tornò in Polonia come «lavoratore semplice». Nel 1983 fu insignito del Premio Nobel per la Pace.
«Perché tutti questi intellettuali come consiglieri?», fu un’altra domanda della Fallaci.
«Eh! Perché se li tenessi fuori si metterebbero a scavar sottoterra come le talpe, e arriverebbero qui lo stesso. E allora io li faccio entrare subito. L’importante è non averne soggezione. Ed io non ce l’ho. Perché gli intellettuali discutono cinque ore e arrivano alla stessa conclusione a cui io ero arrivato in cinque secondi».
Un risvolto, questo, al quale il regista del film è parso molto legato: «Lech è il primo operaio che nella storia del nostro Paese abbia svolto un ruolo fondamentale: normalmente a spingere verso la democrazia sono gli intellettuali e l’aristocrazia. Ma finché hanno agito loro, ogni tentativo di liberare la Polonia dal giogo della schiavitù è finito con un insuccesso. E invece Lech Wałęsa ci ha portati alla liberazione senza spargimenti di sangue». 
Lido di Venezia, 6 settembre 2013
Al grande film di Wajda, peraltro non imputabile di agiografia acritica, manca però l'ultimo Wałęsa. Il negoziatore degli Accordi della Tavola Rotonda (1989), che segnarono l'inizio della liberalizzazione del sistema politico polacco. Il presidente della Polonia postcomunista che, eletto nel 1990, tentò invano di riformare la Costituzione in senso semipresidenziale e che fu marginalizzato dalla vita politica dopo una guerra ai vertici dello stato consumatasi a colpi di dossier e di veleni. Ed infine l'uomo che negli ultimi anni si è perlopiù distinto per posizioni bizzarre e ultraconservatrici; che alle elezioni presidenziali americane del 2012 ha sostenuto il candidato repubblicano Mitt Romney; che ha esternato il desiderio di veder relegati i deputati omosessuali al Parlamento polacco nell'ultima fila di scranni, «vicino al muro, oppure dietro». È figlio di un'altra epoca il Lech Wałęsa che oggi compie settant'anni. E ricorda al mondo intero che non esiste essere umano a cui la Provvidenza lasci impresso il proprio sigillo per sempre.

Manuel Lambertini

venerdì 20 settembre 2013

Aspettando Tony Harrison

Alla morte di Ted Hughes, nell’ottobre 1998, la Corona britannica perse il poeta laureato in carica, la figura tradizionalmente investita del compito di tessere le lodi della famiglia reale e dell'Impero. Come suo successore, dalle pagine del Guardian venne avanzata la candidatura di Tony Harrison, poeta libertario, operaista e antimonarchico, nato nel 1937 in una modesta famiglia di Leeds, celebre per uno stile dissacrante e maccheronico. Il diretto interessato reagì alla sua maniera. In versi. Compose un poemetto di venticinque quartine a rima alternata molto simile alla sceneggiatura di un film, L’in-ceppo del laureato (1999), a perpetua memoria di una fiera irriverenza. Vi compaiono l’illustre predecessore Thomas Grey, che nel 1757 rifiutava l’umiliazione di diventare «accalappiatopi per Sua Maestà»; sua moglie, attrice impegnata a vestire panni di Elisabetta nel Riccardo III di Shakespeare; la sovrana attuale e il principe Carlo; e anche il «tirapiedi» Andrew Motion, che sarà poi chiamato a ricoprire il prestigioso incarico di Poet Laureate per i dieci anni successivi. Il finale del poema è un inno alla libertà venato di un’ironia amara e leggera.

Tony Harrison (Leeds, 30 aprile 1937)
L’in-ceppo del laureato

                                          Alla regina Elisabetta

Mi costerna vedere il mio nome sui giornali
fra i candidati per un lavoro che non cerco.
I cigni possono essere domestici, muti o mansueti
ma nessun custode di cigni mi segnerà il becco.

Mi irrita specialmente che la cosa succeda
sul Guardian dove pubblicai
la mia Ode per l’abdicazione di Carlo III auspicando
che l’Inghilterra sia finalmente repubblica. 

Ho scritto quanto sopra iersera, ma quanto segue
l’ho scritto il brutto giorno che Ted Hughes morì
e per togliermi di lista faxerò il testo
al Guardian che lo metterà spero in bella vista:

Certo ispirato dal Tg delle tredici
il libraio antiquario, ignorando i miei librini,
sposta tutti i suoi Ted Hughes di seconda mano
Ted Hughes, Crow, 1970.
dallo scaffale «Poesia» alla vetrina.

La morte di un poeta fa paura agli altri poeti,
dà il timor mortis di Dunbar, e il terrore
di passare ai remainders senza essere letti,
ma almeno Crow è qui composto con ogni onore,

la copertina in vista, non solo il dorso.
Almeno i tuoi libri li mettono in mostra.
Dubito che faranno lo stesso per i miei,
mentre compro quattro tomi di un vecchio Thomas Gray.

Ted Hughes
(Mytholmroyd, 17 agosto1930 - Londra, 28ottobre 1998)
Ho appreso qui a Stratford che Ted è morto,
e ho desiderato il mio amore, incastrata sulla scena
a far la parte della regina Elisabetta nel Riccardo III,
per non rattristarmi pensando che ho quasi l’età di Ted.

Mentre lei passava in rassegna gli orrori più sanguinari,
infanticidi, stupri, ambizioni di troni,
ho passeggiato un po’ sulle rive dell’Avon.
Il sacchetto di plastica con Gray mi pesava in mano.

Le zampe dei cigni pestavano il fango dell’alzaia.
Non si arrischiavano sull’Avon per paura
del fiume in piena, si spaccherebbero il collo
scaraventati dalla corrente nella chiusa.

Mentre il mio amore dava due recite del Riccardo III
mi sono coricato e ho letto dall’inizio alla fine
tutti e quattro i tomi di Gray, trovando le parole
le qualità saponacee del vin secco

in una lettera che val la pena di conoscere
specie per i giornalisti poco pratici di versi
che si chiedono quale poeta dopo Hughes
avrà il posto che Gray non crederebbe possa ancora esserci.

Potrei, data la pratica, parafrasare
nelle quartine abab della sua Elegia,
queste osservazioni di Thomas Gray
ma le cito in prosa, testuali.

Per quanto io sappia bene le blande emollienti saponacee qualità del vin secco e dei quattrini, tuttavia se un grand’uomo mi dicesse «Ti farò accalappiatopi per Sua Maestà, con un salario di trecento sterline l’anno e due botti del miglior Malaga, e per quanto sia costume, in ossequio alla tradizione, accalappiare uno o due topi in pubblico ogni anno, tuttavia nel vostro caso signore non faremo storie per questo», non credo che mi getterei sulla cosa.; e persino se lasciassero cadere il nome stesso dell’incarico, e mi chiamassero Sinecura di sua Maestà, credo mi sentirei ancora un po’ impacciato, e penserei che tutti quelli che incontro sentono su di me l’odore di ossa di topo…
Fino ad oggi l’incarico ha sempre umiliato chi lo ha accettato (anche in un’età quando un re era qualcuno), se era uno scrittore mediocre rendendolo più cospicuo, e se era bravo mettendolo in guerra con i pesciolini della sua professione, perché ci sono poeti abbastanza piccoli da invidiare persino un poeta laureato.
(19 dicembre 1757)

Così diceva Gray, due e più secoli or sono,
con pensieri che trovo molto simili ai miei
e chiunque conosce le mie opere saprebbe
quali parole di Gray io sottolineerei.

E il nuovo accalappiatopi per la regina attuale,
che a palazzo deve aver molti topi svelti e grassi,
anche se si lava e deodora dopo ogni battuta
Ritratto di Thomas Gray
porta un’uniforme di prezzolato che puzza di ratto.

Non deve esserci successore di Ted Hughes.
«Le qualità saponacee del vin secco»
sono puro veleno se i poeti stipendiati perdono
la libertà perché prezzolati dalla Corona o dal Capo di Gabinetto.

Né Carlo deve succedere alla regina presente
così risparmiandoci l’ode d’incoronazione di un adulatore.
Vorrei che tutte le odi di questo tipo che si son mai scritte
fossero mandate al macero da una democratica nazione.

Ci sono poeti monarchici che ci proveranno?
Forse avranno in cambio del loro fegato una giarrettiera.
Non mi sentirete sospirare di invidia.
Piuttosto essere libero e niente damigiane,

libero di non dover gonfiare il matrimonio di un principe,
libero di mandare a quel posto Tony Blair,
di scrivere un’ode sulla decapitazione di Carlo I
e deprecare la restaurazione del suo erede

(la settimana scorsa speravo che gli aspiranti laureati
quel gregge di tirapiedi bravi a promuovere se stessi
affilassero i loro talenti sull’ascia del boia
ma sembra esserci l’epidemia dell’in-ceppo del laureato:

è vero che il 30 gennaio 1649
è una data difficile da usare per candidarsi,
comunque l’anniversario del regicidio è passato senza un verso
da tirapiedi come Andrew Motion, che divinizzò Lady D),
Andrew Motion (Londra, 26 ottobre 1952)

libero di scrivere ciò che penso deve essere scritto
libero di coprire di disprezzo Downing Street,
libero di attaccare la Gran Bretagna di Blair
(e di allitterare scompostamente come qui!),

libero di scrivere esattamente come voglio
e ascoltare i fantasmi di Milton e Thomas Gray.
Non rimpiangiamo per le poesie da laureato
Ted Hughes o altri che ebbero quel posto in passato.

E libero, una volta che Riccardo è caduto e Richmond salito
sul trono malconcio con in capo una corona ammaccata
e intorno vedove pallide e distrutte dal dolore,
quando la mia regina si è tolta il cerone e viene a letto,

di baciare la mia dedica, calda di scene
di furia regale, rabbia, lotte…, baciarne via
(come baciamo gli uguali e non le regine)
il gusto amaro del dramma sanguinario di Shakespeare.

La morte di un poeta fa paura agli altri poeti,
la morte di un re ai re, ma sotto le mie lenzuola,
c’è la regina Elisabetta, e giù dal letto
tombolano queste quartine e i quattro tomi di Gray.

   Tony Harrison

               [1999]


Tony Harrison è l’ospite d'onore del Poesia Festival 2013, dal 19 al 22 settembre, organizzato dall’Unione Terre di Castelli e dai Comuni di Castelfranco Emilia, Maranello e Vignola.

Manuel Lambertini

domenica 18 agosto 2013

L'uomo nell'ombra





«Senza dubbio in Polanski si avverte un fascino per l’oscurità del mondo, si percepisce una ricerca in questo senso. Anche la sua vita testimonia questo fascino e questa ricerca».

Krzysztof Zanussi





«Ogni volta che sono felice ho un terribile presentimento». Ci sono tutti gli ottant'anni di Roman Polanski in questa battuta tagliente e amara, suggello solo apparente di una definitiva pacificazione interiore. Ottant'anni di trionfi e di miserie, di fughe e di ritorni. Una vita spesa a regalare film indimenticabili e a superare immense tragedie.
Al secolo Rajmund Roman Thierry Liebling, nacque a Parigi nel 1933 da una famiglia ebraica. Nel 1936 si trasferì in Polonia con i genitori, preoccupati per il crescente antisemitismo della Francia di quegli anni. Trascorse l’infanzia nel ghetto di Cracovia, e sfuggì ai rastrellamenti nazisti. Il padre sopravvisse al campo di concentramento di Mauthausen, la madre morì ad Auschwitz: ancora oggi Roman si commuove parlando di lei a Laurent Bouzerau, autore del documentario Roman Polanski: A Film Memoir.
Mosse i primi passi nel mondo del cinema grazie ad Andrzej Wajda, per il quale recitò in film come Generazione, Lotna, Ingenui perversi e Samson. Nel 1959 si diplomò alla Scuola Nazionale di Cinema di Lodz e convolò a nozze con l’attrice Barbara Lass: un «incosciente matrimonio giovanile» che finì nel 1962. Nello stesso anno, dopo alcuni apprezzati cortometraggi, realizzò Il coltello nell’acqua, un lungometraggio scritto a quattro mani con Jerzy Skolimowsky che gli valse un’immediata notorietà internazionale e la nomination all’Oscar per il miglior film straniero.
Lasciò la Polonia per la Francia, per trasferirsi poi in Ighilterra. Qui la sua carriera proseguì con Repulsion (1965), in cui diresse una giovanissima Catherine Deneuve, Cul-de-sac (1966) e Per favore non mordermi sul collo (1967): quest’ultimo ebbe come protagonista femminile la bellissima attrice americana Sharon Tate, che un anno dopo sarebbe diventata la sua seconda moglie.
Del 1968 è l’acclamatissimo Rosemary’s Baby, ancora oggi una pietra miliare dell’horror, che addensò su di sé una nube di inquietanti presagi: il Dakota, il condomio di Central Park dove fu ambientata la vicenda, è lo stesso al cui ingresso sarebbe stato ucciso John Lennon nel 1980; e alcuni spettatori giurarono di aver visto nella scena finale l’immagine del diavolo, benché il regista abbia sempre negato di averla girata.
Ma ogni leggenda metropolitana impallidisce se confrontata con ciò che avvenne l’anno successivo nella sua villa di Bel Air, e in sua assenza, quando la setta satanica di Charles Manson torturò e uccise la moglie Sharon Tate, all’ottavo mese di gravidanza, e gli amici che erano con lei. Una notte di crudeltà aveva posto fine al periodo più felice della sua vita. «Per la prima volta nella mia vita», aveva detto ad un giornalista poco tempo prima, «sento i giovani parlare d’amore e di pace e credo che siano realmente convinti di poter mettere in pratica le loro idee». E a Sharon, anche negli anni successivi, non smetterà mai di rivolgere parole d’amore: «Era la dolcezza in persona, con tutti e con tutto – persone, animali, ogni cosa. Non è facile descrivere il suo carattere. Era assolutamente buona, l’essere umano più dolce che abbia mai incontrato, con una pazienza estrema. Vivere con me era una prova della sua pazienza, perché starmi vicino deve essere un incubo».
Dopo mesi di solitudine poté risollevarsi dal trauma solo realizzando l’adattamento di una tragedia shakespeariana, il Macbeth (1971). Fu poi la volta di Che? (1972), girato nella villa di Carlo Ponti ad Amalfi, e del ben più celebre Chinatown (1974), che ebbe undici nomination agli Oscar. Con L’inquilino del terzo piano (1976), del quale è anche attore protagonista, terminò poi la “trilogia dell’appartamento” iniziata con Repulsion e Rosemary’s Baby.
Nel 1977, un altro drammatico evento, dagli strascichi più che trentennali. Un rapporto sessuale con una ragazzina di quasi quattordici anni, Samantha Geimer, con cui stava realizzando un servizio fotografico per Vogue, gli costò il carcere e un’accusa di violenza sessuale, poi ridotta a «relazione extraconiugale con persona minorenne». Scontò 42 giorni di detenzione nel carcere di massima sicurezza di Chino; ma quando il giudice Rittenband ritirò la sentenza con cui gli aveva concesso il pagamento di un’ammenda e gli arresti domiciliari, riparò a Londra, per poi stabilirsi a Parigi. Ma il fantasma di quella brutta storia sarebbe improvvisamente ricomparso nel settembre 2009, quando Polanski fu arrestato in Svizzera a seguito di una domanda di estradizione inoltrata dagli Stati Uniti: la richiesta venne respinta dalle autorità elvetiche nel luglio 2010, e lui fu definitivamente rilasciato dopo aver trascorso mesi agli arresti domiciliari nel suo chalet di Gstaad. In quel periodo la stessa Geimar ricordò di averlo perdonato: «Penso che sia dispiaciuto, penso che lui sappia che era sbagliato. Non credo che sia un pericolo per la società. Non credo ci sia il bisogno di rinchiuderlo per sempre».
Negli anni successivi a quell’episodio, tuttavia, riuscì ad innamorarsi di nuovo, stavolta della protagonista di Tess (1979) Natassja Kinski, e a girare il divertente Pirati (1986) con Walter Matthau. Ma l’incontro con la donna della sua vita sarebbe avvenuto due anni più tardi, sul set di Frantic (1988): la modella francese Emmanuelle Seigner, di trentatré anni più giovane, divenne la sua terza moglie, e gli fu musa ispiratrice per pellicole come il discusso Luna di fiele (1992) e La nona porta (1999), fino all’ultimo Venere in pelliccia (2013). Ancora oggi, a quarantasette anni, è tra le donne più belle del mondo, e ha trascorso al fianco di Polanski più di metà della propria vita.
«Ti sei dato una calmata o ti sei solo risposato?», gli chiese una volta Sydne Rome, l’attrice protagonista di Che?, nel ritrovarlo a molti anni di distanza dal loro ultimo incontro. Lui rispose con un sorriso. Ma una delle sue frasi più famose avrebbe potuto parlare al suo posto: «Ci sono due cose al mondo che mi piacciono veramente. La seconda è girare un film…».
Dalla Seigner ha avuto due figli, Morgane ed Elvis, ai quali dedicò Oliver Twist nel 2005. Chi invece si è spinto a chiedergli quale fosse il suo capolavoro ha ricevuto una risposta secca: Il pianista (2002), tratto dall’autobiografia di Wladyslaw Szpilman, perché «racconta la mia vita». Un’opera che è già parte della storia del cinema, grazie anche ad uno straordinario Adrien Brody, e per la quale attore e regista furono premiati con l’Oscar.
Non sono molti gli artisti che al pari di Polanski rendano così difficile l’identificazione di un tema ricorrente, di una magnifica ossessione, di una cifra minima che accomuni le diverse opere. E ammesso che vi sia, tale elemento è da ricercare in quel «fascino per l’oscurità del mondo» rilevato dal suo illustre connazionale Krzysztof Zanussi, in una visione dei rapporti umani crudamente realistica – ben esemplificata da Carnage (2011) – che tocca vette di particolare brutalità quando si imbatte in vicende dalle chiare implicazioni politiche – come in La morte e la fanciulla (1994) e L’uomo nell’ombra (2010).
Ma ora Roman Polanski può tagliare il traguardo degli ottant'anni in condizioni di relativa serenità. E con lo sguardo rivolto ad un nuovo progetto. D., un film sul caso Dreyfus, avrà tutti gli elementi della più sordida spy story: «Lo spettacolo della caccia alle streghe contro le minoranze, la paranoia per la sicurezza, i tribunali militari segreti, le agenzie d'intelligence al di là di ogni controllo, le operazioni governative di insabbiameno, la stampa avida di notizie». È insomma esplicito l’intento di «mostrare le evidenti connessioni con quello che accade nel mondo di oggi». Auguri...

Manuel Lambertini

sabato 10 agosto 2013

L’anima nera di James Ellroy

Nel periodo estivo, si sa, i libri giallo-noir dilagano. E alcuni anni fa la Repubblica e l’Espresso inaugurarono la collana «Le strade del giallo» proprio con L. A. Confidential di James Ellroy. Oggi è invece la Einaudi a pubblicare un nuovo racconto del grande scrittore californiano, dal titolo Ricatto, con traduzione di Alfredo Colitto. Un’opera certamente minore e senza grandi ambizioni, ma che raggiunge irresistibili punte di divertimento e che si rivela un concentrato densissimo del più puro stile Ellroy.
Il romanzo, uscito negli Usa l’anno scorso in versione ebook, è la confessione di Freddy Otash, poliziotto corrotto, detective privato, gola profonda del tabloid scandalistico «Confidential». Il re dell’estorsione, nella Los Angeles dei ruggenti anni Cinquanta. Uno scellerato mercenario con una morale: «Lavoro per tutti tranne i comunisti. Faccio di tutto tranne un omicidio». Un personaggio realmente esistito, ed una vecchia conoscenza per i lettori di Ellroy: era già comparso nei romanzi della «trilogia americana», Sei pezzi da mille (Mondadori, 2001) e Il sangue è randagio (Mondadori, 2009), oltre ad aver ispirato lo stesso L. A. Confidential (Mondadori, 1991).
Questa volta Freddy si trova nel Purgatorio dei perversi, Cella 2607, Braccio degli sconsiderati scassafamiglie. Le anime delle star di Hollywood scendono dal Paradiso e fanno la fila per pungolarlo con il forcone. Da «quel segaiolo» di Johnnie Ray ad Ava Gardner, una «nefasta ninfomane, con una delirante devozione per il salame nero»; da «quel finocchio minidotato» di Montgomery Clift a John Fitzgerald Kennedy, seguito dalla moglie Jackie. «Una storia del 1953. Feci circolare un video di JFK che somministrava la salsiccia a Ingrid Bergman. Frank Sinatra mostrò il video a Jackie, creando una specie di tsunami». Non manca neanche Marilyn Monroe. «Tesoro, ma tu hai davvero spompinato quasi tutti i farmacisti di Beverly Hills in cambio di Nembutal e Dilaudid! Forse io non avrei dovuto sputtanarti così, ma è un diritto sancito dal Primo Emendamento».
James Ellroy (Los Angeles, 4 marzo 1948)
Ormai Freddy non può più aspettare: vuole arrivare al piano di sopra. E dai suoi guardiani arriva una speciale offerta di redenzione: nel restituirgli il corpo che aveva negli anni Cinquanta, gli permettono di entrare in contatto telepatico con uno svitato scrittore: James Ellroy. A lui dovrà confessare ogni peccato.
Ellroy e Otash si erano conosciuti durante gli ultimi mesi di vita di quest’ultimo. Ellroy avrebbe voluto trarre una serie tv dalla storia di Freddy, ma questi aveva tirato le cuoia prima del tempo. «È la mia storia, non la sua. Lui è qui solo per negare il mio nichilismo e nuotare nella mia narrazione», chiarisce Otash. «Freddy, io ti conoscevo appena», prosegue Ellory. «Mi piacevi, ma non ti rispettavo. C’è una differenza. Com’è l’aldilà, testa di cazzo? Redimiti, rettile. Sì, mi sono appropriato del tuo stile strambo. Ma non sono te, brutto oltraggiatore di omosessuali e raconteur razzista».
Eppure, pagina dopo pagina, le due personalità si confondono e si sovrappongono, in una simbiosi dannatamente perfetta. E lungo il viale della memoria fanno la loro comparsa tutti i protagonisti della Mecca del cinema, accompagnati da un corredo di inconfessabili perversioni. Ci sono, tra tutti, James Dean, intento a filmare gli incontri sessuali del superdotato Don Cavallo con la cantante June Christie, e Ronald Reagan, presente ad un’esclusiva proiezione del video. E soprattutto Elizabeth Taylor, con cui Otash ebbe una spensierata storia di sesso a tre, complice la sua fidanzata e socia in affari Joi… Ma la lista delle star coinvolte sarebbe assai più lunga, come quella dei peccati di Freddy. Al quale i diavoli del Purgatorio, invece dell’agognato perdono, riserveranno una spiacevole sorpresa.

Manuel Lambertini

sabato 20 luglio 2013

Giampiero Calderoni

Con Carolina Crescentini e Giampiero Calderoni
A volte ricordare una persona appena scomparsa è un dovere morale, un impegno da onorare ad ogni costo; ma che la scelta di mettere per iscritto i propri ricordi nasca da un'istintiva e irrefrenabile necessità è cosa assai rara. Come lo era, per l’appunto, la persona di Giampiero Calderoni.
Per presentarlo non bastano parole come «cacciatore di vip», «collezionista di autografi» o «presenzialista» (il termine tecnico sarebbe «angolista», una fortunata definizione che l'amico film-maker Walter Ciusa ha mutuato dal poker), che pure riassumono con una certa esattezza la sua principale occupazione. Giampiero aveva ormai acquisito lo status di “personaggio pubblico”, ed era conosciuto in ogni parte d’Italia, forse più di quanto lui stesso immaginasse. Lo conoscevano ovunque come “il Prof.”, per via di una laurea in Economia e Commercio e di un passato da insegnante negli istituti tecnico-commerciali. Per noi che facevamo parte della sua banda era “il Sommo”, “il Boss”. Avrebbe voluto essere ricordato come «un uomo vissuto per lo spettacolo».
Dopo averne reso pubblica la scomparsa, sulla pagina Facebook che il suo ammiratore Luca Coralli aveva creato per lui nel gennaio 2011, ho assistito in presa diretta ad un inarrestabile e stupefacente passaparola, con una valanga di messaggi di cordoglio. Gli apprezzamenti alla pagina sono triplicati, e la notizia è stata ripresa dai quotidiani e da diverse radio locali. I cacciatori d’autografi sanremesi, particolarmente addolorati, mi hanno tutti detto di non riuscire ad immaginare il Festival della Canzone senza di lui.
Giampiero Calderoni ed Emir Kusturica
Il mio annuncio del 16 luglio, che inizialmente voleva essere laconico e distaccato, cominciava così: «Il professor Giampiero Calderoni è stato trovato senza vita nella sua casa di Imola nel pomeriggio di ieri, 15 luglio 2013. Chi lo conosceva ricorderà il suo humour nero e le sue battute spinte, ma questo non è uno scherzo». Dal giovedì della settimana precedente, aggiungevo, si era reso irreperibile. La sua assenza ad eventi a cui non avrebbe potuto mancare per nulla al mondo aveva preoccupato le persone che gli erano più vicine: due di loro, la faentina Barbara e il forlivese Marco, erano andati a cercarlo a casa e si erano decisi a chiamare i vigili del fuoco, che sfondata la porta ne avevano constatato la morte.
Nei sei anni di scorribande passati insieme, scrivevo, ho visto Lucio Dalla e Gianni Morandi salutarlo sempre con affetto e invitarlo generosamente ai loro spettacoli. Ho visto Lola Ponce rientrare all’Hotel Baglioni all’1.30 della notte e convincere Giò Di Tonno a ritirare fuori la chitarra dal fodero, per cantare davanti a lui: «Dedichiamogli un bel concerto, al Principe!». E ho visto un altro “Principe”, Francesco De Gregori, sempre così schivo e accigliato, avvicinarglisi nel retro del palco di Piazza Maggiore prima di un concerto e dirgli, quasi con premura: «Non senti niente da qui, devi andare là davanti».
La notizia della sua morte era stata riportata con una certa rilevanza anche nella cronaca del Resto del Carlino di Imola. Ma non avrebbe avuto la stessa eco se un’amica degli «angolisti», la giornalista di Repubblica Giorgia Olivieri, non avesse pubblicato un lungo articolo nell’edizione on line del giornale. Articolo che è arrivato sotto gli occhi di molti degli artisti che conosceva e delle più importanti personalità bolognesi. Hanno poi fatto seguito il Corriere, con una lunga photogallery, e Il fatto quotidiano. Gianni Morandi in persona, citando l’articolo di Repubblica sul suo profilo Facebook, gli ha infine reso un omaggio che lo avrebbe emozionato: «Conoscevo bene Giampiero, mi seguiva nei concerti. C’era sempre, il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via. E’ venuto per due anni a Sanremo, quando conducevo io ed eravamo diventati amici. L’avevo visto poco tempo fa a Bologna. Mi mancherà… Ciao prof».
Grazie sempre a Giorgia Olivieri, il nome del Prof. era già comparso sulla stampa locale nel luglio 2010 (in un articolo intitolato Cacciatori d’autografi: anche appostarsi è un’arte), accanto a quelli degli altri componenti della banda: “il Matto” (Marco, il suo braccio destro, noto anche come “Lametta”, “Schwarzenegger” e “Unabomber”), “il Matis”, “Cavallino”, “Little Tony”, Luigi Finetti e il sottoscritto (ancora orfano di nome de guerre!). Mancavano alla lista di allora alcuni battitori liberi come “Bagnacavallo”, “l’Uomo Nero”, “il Catanese”, la già citata “Faentina”, “la Madre e il Figlio” e "il Monaco", alcuni dei quali non avevano ancora ufficializzato la loro stabile appartenenza al gruppo.
Avevo conosciuto il Professore «on the road», nel maggio 2007, al termine di un incontro con Morgan alle Scuderie di piazza Verdi. Pioveva, ed io mi ero offerto di accompagnarlo con l’ombrello per le vie della zona universitaria, sulle tracce del trasgressivo cantautore. A diciassette anni, non immaginavo che quel giorno avrebbe segnato uno spartiacque, nella mia vita; e oggi mi rendo conto di non avere ancora acquisito piena coscienza di cosa significherà non vedere più profilarsi all’orizzonte la sua barcollante figura barbuta.
Era un uomo esplosivo, nella corporatura come nel carattere. Esplodeva in fragorose risate e in spettacolari attacchi di collera. Possedeva un’eccezionale capacità di osservazione, a cui univa una memoria dalla portata ciclopica. Forte di un’esperienza cinquantennale, pianificava ogni nuova imboscata come fosse la prima, senza dare nulla per scontato. Appena lo conobbi, divenni per lui una sorta di fotografo personale: avevo il compito di immortalarlo al fianco del personaggio di turno e di fargli avere le foto in tempi brevi. Guai a stamparle in un tipo di carta diverso da quello cui era abituato: se ne accorgeva, e le rifiutava! Luigi Finetti, investito del compito di accompagnarlo in auto nei luoghi che non poteva raggiungere in treno, mi diceva che «lo viziavo». Ed era vero.
Una volta, infatti, Luigi non poté portarlo ad uno dei tanti concerti che si tenevano al Futurshow Station di Casalecchio. Così lui si rivolse a me con fare imperioso. Mi spiegò che se fosse tornato in stazione in autobus non sarebbe riuscito a prendere il treno di mezzanotte e mezzo per Imola, e avrebbe dovuto passare la notte a Bologna. Quella sera, però, avevo già un impegno con altri due amici, e poi dovevo vedermi con lo stesso Marco. Pur con qualche malumore, sembrò capire la situazione e non insistette. Forse si illuse di riuscire a tornare ad Imola comunque, magari abbandonando il concerto prima della fine, o più probabilmente continuò a coltivare la speranza di vedermi comparire sul posto, come un tassista improvvisato... Inutile dire che nulla di ciò avvenne.
Ma un destino inclemente volle che proprio quella notte andassi con Marco alla stazione, e che incontrassi Giampiero davanti alle scale del primo binario. Non impiegai molto tempo a capire che aveva perso il treno.
«Non farti neanche vedere! Tu sei un pezzo di merda!» urlò puntandomi l’indice contro, e attirando l’attenzione della fauna umana più variegata che si potesse trovare. Infatti ci si avvicinò un magrebino mezzo ubriaco e dall’aria confusa:  «Io conoscere lui… Lui buono… Cosa avere fatto tu a lui?»
«Niente, niente, è tutto a posto…», balbettavo io per sdrammatizzare.
«C’è che è un coglione! Diglielo anche tu che è un coglione!» continuava il Prof., implacabile.
Per fortuna quelle imprecazioni non ebbero seguito, il magrebino rinunciò alla mediazione e nel giro di un quarto d’ora tutto tornò alla normalità.
Giampiero Calderoni sul set di Un matrimonio di Pupi Avati 
È sempre vissuto ai margini, Giampiero Calderoni. Agli «angoli», per l’esattezza. Da molti anni aveva lasciato l’insegnamento – perché si era semplicemente «rotto le palle» – e viveva con i risparmi ereditati dalla madre. A vederlo girare per strada, sembrava l’ultima delle persone a cui si sarebbe potuta attribuire una qualche importanza. E davvero non so cosa darei per fargli sapere di quanto affetto fosse riuscito a circondarsi; perché di quell’affetto, in vita, non ha mai avuto nemmeno un vago sentore. Nei nostri racconti abbiamo ammantato la sua vicenda umana di una grazia che in realtà si manifestava solo in fuggevoli, impercettibili bagliori. Scintille di tenerezza che lui stesso, per una strana forma di pudore, soffocava con battute scurrili e frasi sprezzanti. Con noi “colleghi” era a proprio agio, è vero, e dava libero sfogo ai lati più capricciosi e grotteschi del suo carattere; ma non aveva mai smesso di sentirsi addosso gli sguardi di riprovazione della “gente normale”, e sono certo che nell’intimo gli pesassero, anche se si divertiva a sbeffeggiarli.
Gli restavano però gli artisti. Loro non lo avrebbero mai deluso. Era convinto che in lui vedessero quello che loro stessi sarebbero potuti diventare se una strana combinazione di talento, impegno e fortuna non li avesse portati alla notorietà. Come ha scritto anche Giorgia Olivieri, «per uno strano ribaltamento di ruoli, era il vip che lo andava ad omaggiare». Proprio così. I vip rendevano omaggio al freak. E gli aneddoti da raccontare sarebbero centinaia. Da Pippo Baudo ad Al Bano, da Lucio Dalla a Ligabue, passando per Massimo Ranieri, Ron, Cesare Cremonini, Max Pezzali, Biagio Antonacci, Irene Grandi, Francesco Renga, i Subsonica, Elio e le Storie Tese, Giovanni Allevi, Simone Cristicchi, Enzo Iacchetti, Red Ronnie: per lui erano tutti «amici».
«E tu da dove arrivi, dalla steppa?» gli chiese una volta, divertita, Valeria Golino.
Luigi Finetti, Al Bano e Giampiero Calderoni
Non si contano poi gli artisti del passato che aveva conosciuto e di cui poteva tracciare originalissimi profili caratteriali. Diceva di aver letto un solo libro fino all’ultima pagina: l’autobiografia di Vittorio Gassman, Un grande avvenire dietro le spalle, di cui vantava una copia firmata. Spesso ricordava anche di aver visto Walter Chiari dormire in macchina fino a pochi minuti prima dello spettacolo. «Io e te dobbiamo vederci sempre» gli disse qualche anno fa Enzo Garinei, abbracciandolo. «Tu porti fortuna!».
Di alcuni cantanti si era infatuato negli ultimi anni: i Sonohra su tutti. Altri, come l’inossidabile Morandi, non lo stancavano mai. E il grande Dario Ballantini rafforzò inconsapevolmente il suo sodalizio ideale col cantante di Monghidoro… Durante una festa in un famoso showroom di Calderara di Reno, Ballantini si esibì in un’imitazione di Morandi nella quale cantava Banane e lampone; nel momento clou del brano, si inginocchiò platealmente davanti a Giampiero: «Per fortuna io ho te, amore!».
Per concludere, una precisazione che a chi mi conosce parrà superflua. Non c’è un solo minuto di quelli trascorsi col Professore che consideri tempo perso. Anzi, rimpiango di non essere mai andato con lui a Sanremo. E di non poter riavvolgere il nastro per rivivere tutto daccapo.

Manuel Lambertini