domenica 27 settembre 2015

Pietro Ingrao

Pietro Ingrao (Lenola, 30 marzo 1915 - Roma, 27 settembre 2015)
Non solo i pochi compagni rimasti, ma tutto il mondo politico e i più alti vertici delle istituzioni si attiveranno nelle prossime ore per rendere il giusto tributo alla vita straordinaria di Pietro Ingrao. «Eretico senza scisma», lo aveva puntualmente definito Fausto Bertinotti nel giorno dei suoi cento anni, in riferimento al rapporto conflittuale che sempre lo legò al Partito Comunista Italiano. Per l’amico Andrea Camilleri era invece un «eroe del dubbio», per altri ancora «messaggero di futuro», «acchiappanuvole», «perdente di successo», persino «coniglio mannaro». Ma prima che un amatissimo esponente politico, Ingrao è stato un uomo malato di libertà, un democratico animato dal sogno di dare concretezza a forme di vita nuove. Un poeta in lotta per un mondo diverso.


Eppure

Per gli incolori
che non hanno canto
neppure il grido,
per chi solo transita
senza nemmeno raccontare il suo respiro,
per i dispersi nelle tane, nei meandri
dove non c’è segno, né nido,
per gli oscurati dal sole altrui,
per la polvere
di cui non si può dire la storia,
per i non nati mai
perché non furono riconosciuti,
per le parole perdute nell’ansia
per gli inni che nessuno canta
essendo solo desiderio spento,
per le grandi solitudini che si affollano
i sentieri persi
gli occhi chiusi
i reclusi nelle carceri d’ombra
per gli innominati,
i semplici deserti:
fiume senza bandiere senza sponde
eppure eterno fiume dell’esistere.
                                             
                                                Pietro Ingrao, L'alta febbre del fare, Mondadori, Milano, 1994.

sabato 11 luglio 2015

Giacomo Biffi

Giacomo Biffi
(Milano, 13 giugno 1928 - Bologna, 11 luglio 2015)
Da arcivescovo di una città come Bologna, dove ogni frizione finisce sempre per smorzarsi in una bonarietà avvelenata di rancore, dove tutte le fratture si ricompongono all'insegna di un politicamente corretto venato di ipocrisia, il cardinale Giacomo Biffi interpretò il proprio ruolo di pastore con una franchezza strepitosa. Pungolava senza tregua la cittadinanza bolognese, randellava senza grazia le amministrazioni locali e i governi nazionali. Ravvivava l'ortodossia cattolica con un gusto per la provocazione che, insieme al suo profilo da irriducibile, doveva aver mutuato dalle umili origini familiari.
Ero molto piccolo, ma ricordo benissimo gli ultimi anni del suo mandato. Avevo meno di dieci anni quando, durante un raduno di Estate Ragazzi ai Giardini Margherita, ricevetti l’Eucarestia dalle sue mani. 
Una volta, alle scuole elementari, scrissi un tema di cui la maestra Rosanna disse: “Questo piacerebbe molto al cardinale Biffi!”. Ne fui fierissimo. Di quel tema ricordo solo che mi era stato chiesto dove avrei voluto far nascere Gesù in epoca contemporanea, ed io avevo scelto il Vietnam.
Un’altra volta lo vidi in una strada di montagna a Lizzano in Belvedere, mentre ero impegnato in una faticosissima passeggiata con mio nonno Gerardo: la sua auto blu ci sfilò lentamente accanto, e i commenti del nonno mi aiutarono a capire che alcuni hanno Dio dalla loro parte, altri no.
Con Biffi penso di aver condiviso solo il segno zodiacale, perché compivamo gli anni lo stesso giorno: il 13 giugno 2008 io raggiunsi la maggiore età, lui festeggiò gli 80 anni con una celebrazione solenne al Santuario della Madonna di San Luca. Mi sarei precipitato lì, se avessi saputo la notizia in tempo.
Insomma, è molto quello che resta del cardinale Biffi. Perché era un pastore che non aveva dimenticato la funzione primaria del bastone. Dio solo sapeva quanta fatica gli costasse lasciare l’ultima parola al perdono. Eppure ci è sempre riuscito. Di questo, davvero, sono sicuro.

domenica 5 luglio 2015

Le colline del Peloponneso


«[...] Nella stessa misura in cui non capisco il potere, io capisco chi avversa il potere, chi censura il potere, chi contesta il potere, soprattutto chi si rivolta al potere imposto con la brutalità. Alla disubbidienza verso i prepotenti ho sempre guardato come all'unico modo di usare il miracolo d’essere nati. Al silenzio di chi non reagisce e anzi applaude ho sempre guardato come alla vera morte di una donna o di un uomo. E ascolta: il più bel monumento alla dignità umana per me resta quello che vidi su una collina del Peloponneso, insieme al mio compagno Alessandro Panagulis, il giorno in cui egli mi condusse da alcuni resistenti, ed era l’estate del 1973, Papadopulos era ancora al potere. Non si trattava di un simulacro, e nemmeno di una bandiera, ma di tre lettere, OXI, che in greco significan NO. Uomini assetati di libertà le avevano scritte tra gli alberi durante l’occupazione nazifascista e, per trent’anni, quel NO era rimasto lì: senza sbiadirsi alla pioggia ed al sole. Poi i colonnelli lo avevan fatto cancellare con una mano di calce. Ma subito, quasi per sortilegio, la pioggia e il sole avevan sciolto la calce. Sicché giorno per giorno le tre lettere riaffioravano testarde, disperate, indelebili».

Oriana Fallaci, Intervista con la storia, Milano, Rizzoli, 1977.


domenica 31 maggio 2015

Il ritorno di Sorrentino

La locandina del film
A due anni esatti dalla prima proiezione de La grande bellezza, presentato alla 66esima edizione del Festival di Cannes, Paolo Sorrentino è tornato al cinema con un film dal respiro internazionale: Youth - La giovinezza, che vede sfilare un cast di stelle, dal protagonista Michael Caine a Harvey Keitel, da Rachel Weisz a Jane Fonda.
Il tocco sicuro e l’apparente autoreferenzialità del regista non devono ingannare: il film che segue la vittoria di un Oscar è il più difficile per tutti. Lo fu per Giuseppe Tornatore, che con Stanno tutti bene restò lontano anni luce dal folgorante successo di Nuovo Cinema Paradiso. Andò allo stesso modo a Gabriele Salvatores, tuttora costretto a confrontarsi con i fasti di Mediterraneo: l’aver indicato fin dall’inizio Lanterne Rosse di Zhang Yimou quale vincitore morale dell’Oscar non bastò ad attirargli l’indulgenza della critica nei riguardi dei film successivi. Per non parlare dello scherno che accolse il Pinocchio di Benigni, insignito nel 2002 del Razzie Award al peggior attore protagonista.
Di Youth è stato detto che non aggiunge nulla al dibattito accesosi negli ultimi anni intorno al cinema di Sorrentino: agli ammiratori il buon gioco di esaltarne l’estetica e la potenza visiva, ai detrattori il facile esercizio di stigmatizzare la frammentarietà della sceneggiatura e la debolezza della storia. Niente di nuovo, insomma. Anche gli aggettivi, dall’uno e dall’altro punto di vista, restano gli stessi: emozionante, inconsistente, anticonvenzionale, kitsch, felliniano.
Michael Caine e Harvey Keitel in Youth (2015)
Le principali riserve su Youth sono a loro volta riconducibili ai due grandi filoni critici già consolidatisi a proposito degli altri film. Il primo filone, più popolare, non avrebbe potuto trovare esemplificazione migliore di quella offerta anni fa da Paolo Cirino Pomicino in un dibattito tv su Il divo: «Durante il film mi stavo addormentando». È il rischio di annoiare gli spettatori il più grande nemico di chi fa cinema come Sorrentino. Ma il fatto che questo giudizio metta d’accordo una buona parte di pubblico dovrebbe far riflettere più il pubblico stesso che il regista: sulla generale incapacità di discostarsi dai modelli mainstream, di cogliere la grandiosità del mezzo cinematografico e il suo valore in sé; sulla perdita dell’abitudine a contemplare la forma, i dettagli, i caratteri di personaggi curati fin nei minimi particolari. Dal Tony Pisapia de L’uomo in più al Cheyenne di This Must Be The Place, fino all’ormai citatissimo Jep Gambardella de La grande bellezza: non c’è regista italiano dell’ultima generazione la cui filmografia possa vantare personaggi tanto originali e memorabili.
L’altro filone di critiche al cinema di Sorrentino – e a Youth – si concentra invece sul fronte logoro ma incandescente del contenuto. Qui riscuotono indiscusso apprezzamento la fotografia di Luca Bigazzi e le musiche di Lele Marchitelli o David Lang, ma ciò che non viene perdonato è l’assenza di un messaggio forte. In altre parole, la lentezza nel ritmo e la raffinatezza del linguaggio sarebbero state tollerate (e persino celebrate) se poste al servizio di grandi temi a sfondo sociale. Ed ecco che su Sorrentino si abbatte l’inappellabile accusa di «fellinismo», con l’aggravante di una così autocompiaciuta magniloquenza a fare da cornice al peggior «cinema del nulla».
Il cast di Youth al Festival di Cannes (20 maggio 2015)
Malgrado i toni eccessivi e stupidamente zelanti di certe critiche, non si allontanerebbe molto dalla verità chi considerasse Youth come un nuovo capitolo, quasi un’appendice, de La grande bellezza. Non c’è la sfavillante indifferenza di Roma, ma un albergo di lusso sulle Alpi svizzere, meta di villeggiatura di una schiera di artisti, attori, celebrità decadute e agiati intellettuali in età senile. Ritorna invece Federico Fellini, il Fellini di 8 ½, che insieme a La montagna incantata di Thomas Mann si accredita coma la principale fonte d’ispirazione del film. Al posto di Jep, Roman, Ramona e Dadina abbiamo il direttore d’orchestra in pensione Fred Ballinger (Michael Caine), insidiato da un emissario della Regina d’Inghilterra che intende fargli dirigere un ultimo concerto per il Principe Filippo, e il regista Mick Boyle (Harvey Keitel), alle prese con la stesura del suo film-testamento; poi la figlia di Ballinger, Lena (Rachel Weisz), con un divorzio in vista, l’attore hollywoodiano Jimmy Tree (Paul Dano), l'ultima Miss Universo (Madalina Ghenea) e un Diego Armando Maradona (Roly Serrano) ormai attaccato alla bombola d’ossigeno.
La sceneggiatura, anche qui, punta più sulle battute fulminanti e sul solenne distacco dei suoi nobili interpreti – e l’ironia leggera di alcuni critici non ha risparmiato nemmeno Sir Michael Caine, «truccato da Toni Servillo» – che sulla costruzione narrativa o su particolari articolazioni nell'intreccio. Fred e Mick, giunti alla fine di una vita che li ha portati alla gloria, sono legati da un’amicizia strana: parlano solo di cose belle, restano complici soprattutto per quello che non si dicono. Ma il Fred Ballinger che libera dalla polvere dell’apatia il suo antico amore per la moglie, tra le lacrime di commozione di Lena, non è molto diverso dal Jep Gambardella che ricomincia a scrivere, a vivere. Perché a volerlo trovare per forza, il senso del cinema di Sorrentino è nello sguardo saggio e amoroso con cui illumina i suoi personaggi. Nessuno di loro va incontro a condanne definitive, anche i più miserabili vengono sfiorati da lievi folate di grazia.
Si potrà allora sostenere che questo regista appena quarantacinquenne abbia fatto sempre lo stesso film, a patto di riconoscerlo come un film su esseri umani che hanno – o non hanno – il coraggio di deporre maschera e armatura, di aprirsi a nuovi rischi. Persone che comunque si rivelano essere qualcosa di più della loro indifferenza. «Le emozioni sono tutto quello che abbiamo»: è questo l'unico, vero testamento che Mick riesce ad affidare a Fred. A fare il paio con un'altra grande lezione, impartita in altri tempi da Alfred Hitchcock: «Il cinema è il come, non il cosa».

lunedì 13 aprile 2015

Eduardo Galeano


Celebrazione del nascere incessante

Eduardo Galeano
 (Montevideo, 3 settembre 1940 - Montevideo, 13 aprile 2015)
Ritratto di Erin Currier.
Miguel Mármol servì un altro giro di rum Matusalemme e mi disse che era una commemorazione: la memoria brindava ai cinquantacinque anni della sua fucilazione. Nel 1932, un plotone di esecuzione l’aveva annientato per ordine del dittatore Martínez.
«Ho già sulle spalle ottantadue anni», disse Miguelito, «ma non me accorgo nemmeno. Ho molte fidanzate. Me le ha ordinate il dottore.»
Mi raccontò che aveva l’abitudine di destarsi prima dell’alba, e che non appena apriva gli occhi si metteva a cantare, a ballare e a ciabattare, e la cosa non piaceva punto ai vicini del piano di sotto.
Ero andato da lui per portargli l’ultimo volume di Memoria del fuoco. La storia di Miguelito è il cardine sul quale ruota il libro: la storia delle sue undici morti e delle sue undici resurrezioni, lungo tutta la sua vita recidiva. Fin dalla sua nascita a Ilopango, in Salvador, Miguelito è la più calzante metafora dell’America Latina. Come lui, l’America Latina è morta e rinata tante volte. Come lui, continua a nascere.
«Ma di questo», mi disse, «non è il caso di parlare. I cattolici mi dicono che è tutto merito della Provvidenza. E i comunisti, i miei compagni, mi dicono che è tutto merito della coincidenza.»
Gli proposi di fondare insieme a me il marxismo magico: metà ragione, metà passione. E la terza metà, mistero.
«L’idea non sarebbe malvagia», mi disse.

Eduardo Galeano, Il libro degli abbracci,  2005.



Oggi ci hanno lasciato Gunter Grass e Eduardo Galeano, due autori il cui passaggio influenzò profondamente la visione che intere collettività - la Germania del dopoguerra per il primo, l'America Latina per il secondo - avevano di se stesse.
La vita e l’opera di  Galeano sono un canto di lotta, liberazione, fratellanza, amicizia, speranza. In una parola, un canto di felicità. Perché felicità è lottare.
Ciao Eduardo.
Grazie.

sabato 11 aprile 2015

Judith Malina

Judith Malina (Kiel, 4 giugno 1926 - Englewood, New Jersey, 10 aprile 2015)
Con la scomparsa di Judith Malina la controcultura americana del ‘900 ha perso una delle sue icone più tenaci e appassionate. Impossibile renderle un giusto tributo senza rievocare l’intensa stagione in cui, con il marito Julian Beck, animò il rivoluzionario progetto del Living Theatre: più che una compagnia teatrale, una comune di attori e artisti, insediatasi nella New York del secondo dopoguerra e decisa ad estendere gli orizzonti dell’avanguardia espressionista al mondo della vita quotidiana.
Nata a Kiel nel 1926, in una famiglia ebraico-tedesca, Judith Malina era emigrata negli Stati Uniti con i genitori; aveva poi frequentato la scuola del grande drammaturgo Erwin Piscator: di qui l’incontro con Beck e la nascita, nel 1947, del nucleo storico del Living Theatre. 
Poco più che ventenni, Julian e Judith dettero vita ad un teatro lontanissimo dai lustrini di Broadway. Il teatro di poesia dei primi anni ’50 cedette presto il passo ad una forma di metateatro che – anche con la rivisitazione dell’opera di Pirandello – puntava al diretto coinvolgimento del pubblico. Riscoprirono poi l’eredità di Antonin Artaud e il teatro della crudeltà, in cui la violenza del mondo reale veniva esorcizzata e condannata attraverso la sua rappresentazione. Se The Connection (1959) raccontava la giornata di un eroinomane, in The Brig (1963) i membri della compagnia accettarono di sottoporsi ad autentiche vessazioni, frustati e umiliati dalla stessa Malina, per lo sconcerto e la pietà degli spettatori.
Dopo un processo politico e alcune settimane di detenzione, nel 1964 i fondatori del Living Theatre intrapresero un viaggio in Europa che si sarebbe protratto fino al 1970: gli spettacoli realizzati in quel periodo – Mysteries and Smaller Pieces (1964), Frankenstein (1965), Antigone (1967) e Paradise Now (1967) – furono un’imprescindibile fonte di ispirazione per le contestazioni giovanili del Sessantotto. Nel 1969 Beck e Malina presero anche parte al film collettivo Amore e rabbia, nell’episodio Agonia, diretto da Bernardo Bertolucci. Tra le pellicole a cui Judith Malina avrebbe partecipato nel corso degli anni, da ricordare Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) di Sidney Lumet – al fianco dell’adorante amico Al Pacino –, China Girl (1987) di Abel Ferrara, Radio Days (1987) di Woody Allen, Risvegli (1990) di Penny Marshall e soprattutto La famiglia Addams (1991) di Barry Sonnenfeld.
Judith Malina e Julian Beck in carcere in Brasile (1971)
Rimandato il ritorno negli Usa, e dopo numerose defezioni in seno alla compagnia, i coniugi Beck si trasferirono nel Brasile oppresso dalla dittatura militare. Con l’intento di realizzare un «teatro da guerriglia» rivolto al sottoproletariato delle periferie, cominciarono la lavorazione dell’ambizioso ciclo L’eredità di Caino, che sarebbe proseguita per tutto il decennio successivo senza essere mai portata a compimento. Arrestati nel ‘71 con l’accusa di possesso di droga, furono espulsi dal Paese dopo due mesi di carcere.
Ma per Judith Malina la prova più difficile si presentò all'inizio degli anni ’80, quando al marito fu diagnosticato un cancro allo stomaco: Julian Beck morì il 14 settembre 1985, all'età di sessant'anni, lasciando a Judith la pesante responsabilità di portare avanti il grande progetto del Living. Le si affiancò Hanon Reznikov, che nel 1988 divenne il suo secondo marito. Anche a lui si dovette l’ancor più febbrile attività degli anni successivi: stabilitosi sulla Terza Strada di Manhattan, il Living realizzò nuovi spettacoli di denuncia sociale come Humanity, Rules of Civilty, Echoes of Justice e The Zero Method.
Dopo un altro periodo itinerante, tra il 1999 e il 2003 la compagnia si stabilì in Italia, nella provincia di Alessandria, dove videro la luce Anarchia, Utopia, Capital Changes e Not in my name, feroci atti d’accusa contro la guerra, lo sfruttamento del sistema capitalistico e la pena di morte. Durante i giorni del G8 di Genova andò poi in scena Resist Now!, a sostegno della protesta no global. Neanche l’improvvisa morte di Reznikov, nel maggio 2008, abbatté l’impegno dell’infaticabile Judith: da sola terminò la realizzazione di Eureka! e nel 2010 scrisse Red Noir, coltivando ancora nuovi piani di lavoro.
Bologna, 8 luglio 2013
Prima che le condizioni di salute e l’indigenza la costringessero a ritirarsi presso la Lillian Booth Home, una casa di riposo per artisti del New Jersey, era tornata in Italia un’ultima volta nel 2013. A Bologna, dove aveva assistito a una proiezione dell’Edipo re di Pasolini – con l’amato Julian Beck nei panni dell’indovino cieco Tiresia – e ricordato le vittime della strage di Ustica con uno spettacolo recitato insieme a Silvia Calderoni della compagnia riminese Motus, The plot is the revolution. Dalla sua piccola sedia a rotelle, anche in quell’occasione, dette prova di uno spirito sempre battagliero, mai piegato dagli anni e dagli eventi. A chi le chiese di definire il Living Theatre rispose che era sempre stato una «lotta per l’azione, per dare potere agli spettatori»: «Ora li chiamiamo partecipanti, sempre di più il nostro teatro diventa esperienza in cui i partecipanti possono far sentire il loro potere di cambiare, con la speranza che quando finisce lo spettacolo portino fuori il bisogno di opporsi a ciò che è contro il loro sentimento e il loro desiderio».

sabato 28 febbraio 2015

Tra fracasso e silenzio

Leggere oggi questi versi di Wisława Szymborska – a oltre tre anni dalla morte della grande poetessa polacca, di cui La fine e l’inizio (1993) fu l’ultima opera data alle stampe prima dell’assegnazione del Premio Nobel, nel 1996 – significa vedersi scorrere davanti agli occhi le immagini degli sgozzamenti dell'Isis, raffinatissime nella tecnica, o le colonne di carri armati ucraini schierate lungo il Donbass, dove torna a farsi vivo il «contrasto tra sangue rosso e neve bianca». Perché più di ogni altro sentimento l’odio sa scaldare il cuore dell’uomo, «sa creare bellezza». Riempie le piazze e gli stadi. Scrive pagine di storia. Si serve della giustizia e ha l’ultima parola sulla fratellanza, sulla compassione, sul dubbio.


L’odio
di Wisława Szymborska

Guardate com'è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via.
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all'inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell'alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
 – lui solo.

Wisława Szymborska, La fine e l’inizio, 1993.

lunedì 5 gennaio 2015

Pino Daniele


A chi gli chiedeva se avesse paura della morte, a fronte di condizioni di salute già precarie, Pino Daniele opponeva un nettissimo diniego: «La morte? È la più grande bugia della vita».
La sua voce limpida e il suo cuore schietto, da artista allergico ai bluff dei professionisti dello spettacolo, erano entrati da decenni nel linguaggio quotidiano del popolo partenopeo, e le sue canzoni risuoneranno ora più forti che mai nei vicoli di una Napoli dalla bellezza sempre amara e struggente.
Terra mia, scritta oltre trent'anni fa, più di ogni altra potrebbe accogliere tutti i Sud del mondo in un abbraccio fraterno: dal Mediterraneo arabo all’Africa nera, alle impietose periferie delle metropoli latinoamericane. Una perla di poesia e sofferenza, un grido di dolore e di speranza in cui la «vita che se ne va» e la nera mestizia delle preghiere sembrano ricongiungere mare e cielo fino a sciogliersi in un eterno profumo di libertà.

mercoledì 24 dicembre 2014

Giovanni Bersani

Per tutti restava «il senatore», anche se la sua quarantennale carriera politica non si era protratta oltre il 1989. Nel percorrere un cammino costellato di successi, Giovanni Bersani aveva stretto amicizia con tutti i più grandi costruttori di pace del pianeta, da Albert Schweitzer a Madre Teresa di Calcutta, da Dom Helder Camara a Nelson Mandela. Oscar Luigi Scalfaro, durante la sua ultima visita sotto le Due Torri, gli rivolse un saluto colmo di affetto. E Romano Prodi parlava di lui con una riconoscenza che sfiorava la devozione. Si è spento serenamente oggi, alla veneranda età di cento anni, illuminando per un momento una concezione della politica tanto alta da non potersi mai davvero scindere dall'etica della carità.
Deputato DC per sei legislature, dal 1948 al 1976, nel 1952 fu scelto da De Gasperi come sottosegretario al Lavoro e alla Previdenza Sociale. Trascorse la settima legislatura a Palazzo Madama, per poi candidarsi al Parlamento Europeo, del quale aveva già fatto parte in qualità di membro nominato dal governo. Eletto nel 1979, aderì al Partito Popolare Europeo e venne riconfermato nel 1984.
A distinguerlo, in quegli anni, fu soprattutto il contributo che seppe offrire all’associazionismo cattolico, superando brillantemente gli ostacoli che un terreno sfavorevole come quello emiliano deve avergli riservato... Militò nelle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani (ACLI), delle quali fu vice-presidente, e poi nel più conservatore Movimento Cristiano dei Lavoratori (MCL). Nel 1972 fondò il Comitato Europeo per la Formazione e l’Agricoltura (CEFA) e avviò importanti progetti di cooperazione con la Repubblica Democratica del Congo, la Tanzania, il Kenya, la Somalia, il Cile, l’Argentina, i Paesi della ex Jugoslavia, il Marocco e il Guatemala, coinvolgendo e responsabilizzando le comunità locali. Nel 1997, infine, diede vita alla Fondazione Nord-Sud per la solidarietà internazionale, una onlus che favorisce lo sviluppo agricolo, sanitario e infrastrutturale dei Paesi poveri, operando secondo le pratiche del microcredito e del commercio equo e solidale.
Giovanni Bersani era un centenario vitale e non domato, fedele a quel pensiero sociale cristiano di cui la sua carriera politica e il suo impegno umanitario sono stati esemplare testimonianza. Nell'ultimo decennio gli attestati di stima gli erano piovuti da ogni parte. Nel 2004 il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna ne aveva sollecitato la nomina a senatore a vita, attraverso una risoluzione accolta col plauso generale e sottoscritta da tutti i gruppi. Con un’adesione ancor più entusiastica e trasversale, nell'ottobre 2010, era stato accolto l’appello de Il Resto del Carlino di proporlo come candidato al Nobel per la Pace. Ma una volta di più il «senatore» Bersani si era schernito. Aveva chiesto di tagliare corto, di lasciar perdere, con l’operosità umile e schiva dell'uomo abituato a pensare al futuro. Senza concedersi autocelebrazioni di sorta.


Manuel Lambertini

domenica 21 settembre 2014

Il miracolo di Leonard Cohen

Leonard Cohen (Montreal, 21 settembre 1934)
C’è tutto Leonard Cohen nel duplice proposito di festeggiare l’ottantesimo compleanno con l’uscita di un nuovo album e con la vagheggiata riscoperta, dopo molti anni, del vizio della sigaretta. Ci sono il suo innato senso della disciplina e un fondo di radicalismo mai tradito, la fremente esaltazione e l’autodenigrazione. Nei prossimi giorni forse sapremo se la promessa di riprendere a fumare sia stata onorata; il nuovo disco è invece realtà: Popular Problems, in uscita il 23 settembre, si annuncia come il più "politico" dei suoi tredici album – nel cupissimo scenario di un’umanità disorientata da tragedie come l’11 settembre o l’uragano Katrina – e sembra preannunciare un’altra attesissima tournée.
«Viviamo prigionieri di un senso di paura e di sconfitta, minacciati da forze oscure che modificano le nostre vite», ha detto anche di recente, ribadendo quello che è sempre stato un punto fermo della sua poetica. «Tutti soffriamo, tutti siamo impegnati in una lotta per il reciproco rispetto. Dobbiamo cominciare a riconoscere che il nostro dolore è uguale a quello degli altri, che la nostra battaglia è legittima quanto quella dei nostri nemici».
Leonard Cohen e il maestro Roshi,
scomparso il 27 luglio 2014 a 107 anni.
Elementari necessità economiche ne avevano costretto il ritorno sulle scene, nel 2008, a seguito di una frode commessa ai suoi danni dalla manager Kelley Lynch: dopo essersi ritirato per circa sei anni nel monastero zen di Mount Baldy, a Los Angeles, ospite dell’amico e maestro Kyozan Joshu Sasaki Roshi, Cohen aveva scoperto che il suo conto in banca era stato prosciugato e i diritti d’autore delle  canzoni venduti. Rimessosi in pista, sarebbe incredibilmente riuscito a sconfiggere il fantasma del massacrante tour dell’album The Future (1992), che lo aveva fatto risprofondare negli abissi della depressione, e a regalarsi una volta per tutte il piacere del confronto col pubblico.
Se si potesse ripercorrere con uno sguardo il romanzo della sua vita, lo si vedrebbe studiare il Talmud e l’arte dell’ipnosi nella Montreal degli anni ’40, e imbattersi con incontenibile meraviglia nelle poesie di Federico García Lorca. Lo si ritroverebbe nell’isola di Idra, in Grecia, insieme all’amata Marianne e all’amico poeta Irving Layton; oppure all’Avana, in attesa di poter difendere la Revolución da un eventuale attacco americano; o ancora nel deserto del Sinai, a cantare per le truppe israeliane schierate nella guerra del Kippur e a scrivere il testo di Lover, lover, lover, poi dedicata «agli eserciti di entrambe le parti».
È attraverso la sua opera, le sue poesie in musica, che ciascuna di queste pagine viene illuminata con rigore ed eleganza, in un miracoloso vortice di fede, amore, perdizione, misericordia. Vi si ritrovano, tutte insieme, le donne della sua vita: Suzanne Verdal, la ballerina «mezza matta» della casa «vicino al fiume», che gli offre «tè ed arance venute dalla Cina»; Marianne Ihlen, la musa di So Long, Marianne; ma anche Joni Mitchell, l’algida Nico – protagonista della disperata One Of Us Cannot Be Wrong – e Janis Joplin, ricordata nella struggente Chelsea Hotel; poi Suzanne Elrod, madre dei suoi due figli, Adam e Lorca, la fotografa Dominique Issermann, l’attrice Rebecca de Mornay, la pianista Anjani Thomas e altre ancora.
Leonard Cohen e il chitarrista Javier Mas
È un universo, quello di Cohen, dove l’amore carnale e la fede sembrano concorrere in egual misura ad alleviare le sofferenze umane e a riempirle di senso, come nel brano che lo ha reso immortale, quell’Hallelujah scritta in cinque lunghi anni, e nell'ancor più intensa If It Be Your Will: «Lascia che la tua misericordia si riversi / su tutti questi cuori che bruciano all'inferno / se è tua volontà / di farci stare bene». Quando, in un’intervista del 1994, gli fu chiesto quale canzone avrebbe voluto scrivere, la sua risposta fu: «If It Be Your Will. E l’ho scritta io».
«Se conoscessi il luogo in cui abitano le canzoni lo visiterei più spesso», è una delle sue battute più frequenti. E oggi che ha dichiarato di aver prodotto Popular Problems sotto l’influsso di un’ispirazione torrenziale, sembrano trovare conferma le parole della sua biografa Sylvie Simmons, secondo cui il tour del 2008 e l’album Old Ideas del 2012 gli avrebbero fatto raggiungere quella condizione di leggerezza e serenità che aveva sempre cercato. Sono stati invece smentiti coloro che avevano visto Old Ideas come un congedo, per quanto ancora incisivo e disinvolto: Leonard Norman Cohen, ebreo osservante «nato con l’abito» e monaco zen dal sorriso obliquo, non ha in programma alcun commiato.


Manuel Lambertini

lunedì 11 agosto 2014

Dio salvi i senatori a vita!

Da sinistra: Renzo Piano, Elena Cattaneo,
 il Presidente del Senato Pietro Grasso e Carlo Rubbia.
Palazzo Madama, Roma, 4 settembre 2013.
Della riforma costituzionale approvata in prima lettura al Senato – che al pari di tutti gli sgangherati pacchetti di riforme «istituzionali» o «strutturali» visti finora avrà come principale funzione quella di riempire le scalette dei talk show per i prossimi quindici anni – all’opinione pubblica italiana non potrebbe importare di meno. Lo ha scritto Scalfari su Repubblica, lo si sente dire in ogni bar di ogni provincia d’Italia. E riguardo allo stesso disegno di legge, non c’è stato quasi nessuno che abbia avuto lo slancio di criticare l’abolizione dell’istituto dei senatori a vita. Persino sul sito web del Fatto Quotidiano si poteva leggere lo stucchevole tweet: «Riforme, aboliti i senatori a vita. Finalmente una misura che allevia l’esistenza a milioni di disoccupati». Insomma: ci sono tutti gli elementi perché sia io a occuparmi dell’argomento.
Se la riforma del Senato dovesse uscire immutata dal lungo iter parlamentare che la attende, i cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica resterebbero in carica sette anni. Una scelta deliberata il 4 agosto, lo stesso giorno in cui si è votato il mantenimento dell’immunità parlamentare: «Per rispetto ai nostri padri costituenti non possiamo distruggere qualcosa che è stato immaginato come corollario della nostra Costituzione», ha detto il capogruppo del Pd Luigi Zanda… E con ragione! Benché i maligni possano covare il sospetto che la sua deferenza fosse rivolta più a Berlusconi che ai «padri costituenti», non è dato vedere alcun valido motivo per riservare ai 100 membri del futuro Senato un trattamento di sfavore rispetto ai ben 630 deputati che dell’immunità continuerebbero a beneficiare!
Ora, anche alla luce della spiccata sensibilità istituzionale del senatore Zanda, sarebbe forse scandaloso voler sapere come mai ai senatori a vita sia toccata una sorte diversa? Credo sia giusto chiederselo, anche rischiando di porsi al di fuori di un comune sentire che li irrideva ormai da anni. Stiamo parlando di figure a cui sono molto affezionato, lo ammetto. Addirittura resto fermamente convinto che nessun altro istituto dell’Italia repubblicana sia stato all’altezza delle proprie funzioni quanto quello dei senatori a vita, anche nei casi di persone nominate per chiare ragioni di opportunità politica.
Da sinistra: Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano,
Rita Levi-Montalcini, Carlo Azeglio Ciampi, Carlo Rubbia.
Palazzo del Quirinale, Roma, 20 aprile 2009.
La sola voce levatasi in loro difesa, per quanto ne so, è stata quella di Elena Cattaneo, che peraltro si è limitata a sottolineare come «una buona parte della politica voglia effettivamente fare a meno di molte competenze per decidere in autonomia». In autonomia dai «parrucconi», certo, ma anche dal resto della cittadinanza, e col beffardo pretesto di «tagliare le spese». Anzi, se c’è un elemento di coerenza nelle ultime riforme istituzionali è proprio la sistematica riduzione degli spazi della democrazia e della rappresentanza. Quali benefici potranno mai scaturire da un Senato non elettivo, composto di persone nominate dai sindaci e dai consiglieri regionali? Una situazione surreale, ridicola. Soprattutto alla luce del consenso di cui le stesse riforme sembrano godere in Parlamento e nel Paese, e dell’insofferenza con cui sono guardati i «dissidenti».
Ecco, l’abolizione dei senatori a vita non è che un piccolo segnale di questa deriva “barbarica”, nel senso neutro della parola: l’ostentata ignoranza del linguaggio della politica, il dilettantesco disprezzo per i suoi meccanismi, per le sue incastellature formali, per i suoi simboli. Davvero si può gioire di fronte all’abolizione di un istituto che dal 1948 ad oggi ha annoverato tra i propri dignitari personalità come don Luigi Sturzo, Ferruccio Parri, Eugenio Montale, Pietro Nenni, Eduardo De Filippo, Norberto Bobbio, Mario Luzi, Rita Levi-Montalcini, Giulio Andreotti, Claudio Abbado? Se non è barbarie questa… Eppure sarebbe ingiusto addebitare ogni responsabilità al governo Renzi: i Cinquestelle avevano perfino proposto l’abolizione totale del Senato, con l'ovvia conseguenza che anche le leggi di revisione costituzionale avrebbero dovuto essere approvate dalla sola Camera!
Non c’è dubbio: i protagonisti della nuova politica italiana, tutti imbevuti di un berlusconismo peggiore dell’originale, stanno liquidando una storia più grande di loro. Con quale criterio logico lo stiano facendo, poi, rimane un mistero. Perché assegnare al Capo dello Stato la prerogativa di nominare cinque senatori «per meriti illustri» precisando poi che gli effetti di tali meriti si estingueranno dopo sette anni, senza possibilità di un secondo mandato? La mia è un’obiezione più di forma che di merito, una riserva quasi estetica: che senso ha tutto questo?
Al di là dell’irrisoria riduzione dei costi prevista dall’operazione, l’unico valido motivo che potrebbe animarla sarebbe l’intima certezza che non esistano né esisteranno più eccellenze pari a quelle del passato, insieme a un’incrollabile convinzione nell’idea che non possano esservi meriti tanto alti da implicare l’assegnazione di una qualsiasi carica pubblica «a vita».
Ebbene, io intendo combattere l’una e l’altra idea: per tenere viva la gratitudine e il senso di meraviglia nei confronti di chi, nel presente, illustra «la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». Chi meglio potrebbe occupare gli scranni di Palazzo Madama tra Dario Fo, Umberto Eco, il già citato Eugenio Scalfari, Stefano Rodotà, Pietro Citati, Giorgio Albertazzi, Marco Pannella, Gino Strada, Francesco Guccini, Ennio Morricone, Carla Fracci, Renzo Arbore? Quanti nomi dovremmo ancora aggiungere!
Lo scranno di Giulio Andreotti
Alcuni di loro onorerebbero l’investitura regalandoci grandi interventi e indimenticabili furori, altri vi rinuncerebbero il giorno stesso della nomina, come già fecero Arturo Toscanini e Indro Montanelli. Quest’ultimo, in particolare, era convinto che il potere andasse tenuto «a debita distanza»: «In questo mondo in cui tutti si scannano per ficcarsi in, io sono nato out, e out devo restare», scrisse al presidente Cossiga. È il caso di dire che sbagliò, se si considera quello che avrebbe potuto dare. Ed era anche clamorosamente sbagliata la famosa battuta sul berlusconismo in cui affermava: «Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino». L’ultimo decennio gli ha dato torto, e oggi Berlusconi è più in che mai: detta l’agenda politica al governo e alle opposizioni, è entrato a far parte del loro stesso codice genetico. Solo il futuro dirà se Montanelli avesse invece ragione quando emetteva un altro lapidario verdetto, tremendamente rinunciatario ma mai smentito dai fatti: «In Italia si può cambiare soltanto la Costituzione. Il resto rimane com’è».

giovedì 17 luglio 2014

Johnny Winter

John Dawson Winter III
(Beaumont, Texas, 23 febbraio 1944 - Zurigo, 16 luglio 2014)
Un cappellaccio da texano da cui spiovevano lunghi capelli bianchi, che sotto le luci dei riflettori diventavano fosforescenti; braccia magrissime ma vigorose, disseminate di tatuaggi. Johnny Winter, settant'anni compiuti a febbraio, si è spento improvvisamente in un hotel di Zurigo, a pochi giorni dal suo ultimo concerto in Austria.
Albino come il fratello Edgar, che per tutta la vita lo ha accompagnato in giro per il mondo, era considerato uno dei più grandi chitarristi blues in attività; talento e carisma gli avevano però fatto oltrepassare i confini del genere, e il suo virtuosismo con la chitarra slide poté arricchire di interpretazioni memorabili alcuni tra i più grandi classici rock, da Johnny B. Goode di Chuck Berry a Highway 61 Revisited di Dylan.
Calcava le scene dall’età di quindici anni, con dedizione e disciplina, tra abusi di alcol e droghe e collaborazioni straordinarie. Appena diciassettenne, si dice avesse convinto il già celebre B.B. King a cedergli palco e chitarra, entusiasmando un pubblico di soli neri. Al suo primo album, The Progressive Blues Experiment (1968), avevano partecipato musicisti del calibro di Willie Dixon e Little Walter. Nel 1969 si era esibito all’ultima giornata del Festival di Woodstock, un’esperienza che fin da allora parve segnare in modo indelebile tutta la sua carriera. Aveva poi condiviso il palcoscenico con Jimi Hendrix e gli era stata attribuita una breve relazione con Janis Joplin. Il suo nome, non solo tra i cultori dell’electric blues, sarebbe entrato nello stesso Pantheon di John Lee Hooker, Jimmy Page, Eric Clapton, Allman Brothers e Lynyrd Skynyrd.
Johnny Winter al Festival di Woodstock nel 1979
Nelle vesti di produttore gli si deve la rinascita musicale del suo mito di gioventù, Muddy Waters, di cui ha prodotto dischi come Hard Again (1977), I’m Ready (1978) e King Bee (1981): Waters lo avrebbe definito «il mio figlio adottivo».
Tra gli album di maggior successo, Saints & Sinners (1974), Nothin’ But The Blues (1977), l'amatissimo Guitar Slinger (1984) e Let Me In (1991), oltre a un numero sterminato di registrazioni live. Premiato con il Grammy Award nel 2004 per I’m a Bluesman, la rivista «Rolling Stone» lo ha collocato al 63esimo posto tra i 100 migliori chitarristi di tutti i tempi. Sono infine freschi di realizzazione il documentario Johnny Winter: Down and Dirty (2014), presentato in occasione del suo settantesimo compleanno, e l'album Step Back, che sarà pubblicato postumo.
Reduce di un’esistenza vissuta sulla strada, Winter era stato in Italia solo poche settimane fa, alla fine di maggio, per esibirsi in un mini tour di tre date a Roma, Udine e Mezzago. Nel febbraio 2012 aveva invece fatto tappa al Teatro Novelli di Rimini, con la tournée dell’album Roots. Ebbi il privilegio di incontrarlo lì. Insieme alle poche persone che si erano radunate davanti al teatro qualche ora prima del concerto, vidi parcheggiare il camper sul quale riposava. Erano appena arrivati dall'Est Europa, ci disse una sua giovane assistente, ma se avessimo aspettato qualche minuto saremmo stati ricevuti uno alla volta. Quando arrivò il mio turno, fui accompagnato al suo tavolo. Mi trovai davanti una creatura nobile, esile, fragilissima; i capelli mi sembrarono più radi, forse perché raccolti dietro a un grande cappello da cowboy. Capii subito che era diventato quasi cieco; ricordo l’impegno e la fatica con cui autografò la piccola fotografia che gli avevo portato, chinando il capo quasi fino a sfiorarla col viso.
Rimini, 25 febbraio 2012
Forse per una suggestione legata al luogo dell’incontro, mi venne in mente l’oracolo ermafrodita di Fellini Satyricon, gallina dalle uova d’oro di una corte dei miracoli decisa a sfruttarne fino in fondo le doti e la fama. Prima di andare via volli stringergli la mano, e per attirarne l’attenzione dovetti toccargli le dite: restai stupito dalla risolutezza della sua presa, da quanta forza avesse conservato; e scacciai ogni pensiero cinico. Johnny Winter sapeva che ad affollare i suoi concerti erano persone legate a una leggenda del passato, già appagate e spesso incapaci di pretendere alcunché dalle nuove performance di un così grande sopravvissuto. Ma non poteva vivere in modo diverso. Era scritto che il suo cammino dovesse interrompersi senza attese, nella frugalità di un luogo senza importanza, come in una sublime e dolente improvvisazione blues.
Sempre su un palco, sempre sulla strada. Gli sia lieto il prossimo viaggio.

Manuel Lambertini

sabato 10 maggio 2014

Dove siete, femministe?

Con l’arresto di Riccardo Viti, responsabile della morte di Andreea Cristina Zamfir e di indicibili violenze ai danni di un numero imprecisato di prostitute nella provincia di Firenze, il caso del "mostro di Ugnano" è da considerarsi chiuso. Eppure a me resta un interrogativo che covava ormai da tanto tempo. Dove sono le attiviste per i diritti delle donne, in particolare quelle di orientamento progressista, ogni volta che a subire violenza è una prostituta?
La tragedia di Andreea ha suscitato molta compassione, perché la sua storia non poteva lasciare indifferenti: era molto giovane, aveva un marito e due figli; e pare stesse vivendo una condizione di povertà, sfruttamento, violenza domestica, tossicodipendenza.
Ma se la vittima avesse avuto un profilo biografico appena diverso, meno tormentato, e se la scelta di prostituirsi fosse stata del tutto volontaria e consapevole, che differenza avrebbe fatto in relazione alla gravità del delitto? Qualcuno può forse credere che una violenza carnale – se non la morte più atroce – debba essere compresa tra le normali conseguenze del vendere il proprio corpo?
Eccoci al punto. Dove siete, femministe? Dove siete quando le vittime della violenza di genere violano i vostri dogmi con una condotta "irregolare", quando non corrispondono al vostro cliché di donna/moglie/madre stalkizzata, umiliata tra le mura di casa o ridotta al silenzio da uomini intimamene consapevoli di aver perso il loro dominio sociale?
Non mi risulta che per casi come quello di Andreea, così scandalosamente frequenti, vi siate mai prodigate in particolari manifestazioni di solidarietà. Non mi risulta che siate scese in strada a organizzare fiaccolate o che abbiate espresso la vostra vicinanza alle vittime attraverso un qualche tentativo di sensibilizzazione pubblica. E non mi pare nemmeno che abbiate tentato di contrastare culturalmente quel tipo di approccio al problema della prostituzione che obbedisce solo a logiche di ordine pubblico e di decoro urbano, senza prestare la minima attenzione alla necessità di tutelare le prostitute stesse, la loro dignità di persone, il loro diritto di non essere sfruttate e violentate.
Eravate forse troppo impegnate a promuovere le quote rosa ad ogni livello della società? A protestare per la bocciatura della "parità di genere" in Parlamento? A criticare la "satira sessista" e a difendere Laura Boldrini e le deputate Pd dagli insulti "a sfondo sessuale" del Movimento 5 Stelle? Non è che anche per voi, care femministe, la vita di certe donne valga meno di quella di altre?
È di scottante attualità, in Francia, una polemica che vede la maggioranza delle militanti femministe dileggiare e insultare le prostituite organizzate in associazioni volontarie, escludendole da battaglie cui vorrebbero prendere parte al fianco di tutto il genere femminile. Non credo che la posizione delle femministe italiane sia diversa. Non credo, insomma, che abbiano mai messo in discussione l’autoreferenzialità di ideologismi grotteschi e esasperati, lontani anni luce dalle sacrosante lotte di emancipazione del passato; preconcetti che rivelano tutta la loro infausta portata nel momento in cui arrivano a respingere un’umanità a volte sofferente e a volte allegramente disinvolta, ma sempre ferita ed emarginata.
«Nel mondo esiste la bellezza ed esistono gli oppressi», diceva Albert Camus. «Per quanto difficile possa essere, voglio restare fedele ad entrambi».

Manuel Lambertini

mercoledì 30 aprile 2014

Il crimine dell’Occidente

La presente riflessione avrebbe potuto intitolarsi Il crimine della Germania, se la campagna elettorale per le imminenti elezioni europee, tra puerili proclami anti-tedeschi e reazioni perbeniste altrettanto patetiche, non avesse vanificato la possibilità di affrontare serenamente un tema così delicato; e se lo scopo principale di tale riflessione non fosse stato quello di ricordare, a un anno esatto dalla scomparsa, la grande intellettuale francese Viviane Forrester, autrice di un memorabile pamphlet intitolato, appunto, Il crimine dell’Occidente (Ponte alle Grazie, 2005).
Hamas e al-Fatah annunciano il governo di unità nazionale.
Ramallah, 23 aprile 2014.
Partiamo da alcuni semplici fatti di politica internazionale. Primo fatto: la riconciliazione di al-Fatah e Hamas nei Territori palestinesi. I due grandi partiti politici della Palestina occupata –  laico e nazionalista l’uno, islamista l’altro –  entrati in un conflitto fratricida a partire dal 2007, hanno annunciato la volontà di dare vita ad un governo di unità nazionale. Nuove elezioni dovrebbero essere convocate entro i prossimi sei mesi. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, dopo il fallimento dell’ennesima mediazione americana, sembra aver voluto anteporre l’unità del proprio popolo ad ogni altro obiettivo. Attirando a sé un maggiore consenso interno. Ma anche le ire di Israele e degli Stati Uniti. Senza appello la reazione del governo israeliano, nelle parole del primo ministro Benyamin Netanyahu: «L’accordo Olp-Hamas uccide la pace. È un enorme passo indietro. Speravamo che Abu Mazen avesse fatto sua l’idea di uno Stato ebraico e di due Stati-nazione, uno palestinese e l’altro ebraico, e invece ha concluso un patto con Hamas, organizzazione terroristica che vuole distruggerci». Gli ha fatto eco il Dipartimento di Stato americano: «Siamo delusi dall'annuncio di oggi. Questo sviluppo può danneggiare seriamente gli sforzi per la pace». Timide aperture sono invece arrivate dall’Unione Europea. Inascoltata la precisazione finale di Abu Mazen, giunta nella serata del 23 aprile: «L’accordo di oggi [con Hamas] non è in contraddizione con i colloqui di pace con Israele, né con la soluzione dei “due Stati”».
Il presidente dell'Anp Abu Mazen con Ismail Haniyeh di Hamas.
Hamas governa la Striscia di Gaza dal 2007, quando ne prese militarmente possesso dopo essere stata esclusa dal governo dell'Anp, pur avendo di fatto vinto le elezioni parlamentari contro al-Fatah. Il prezzo fu una sanguinosa guerra civile tra fazioni palestinesi che privò la causa nazionale di una effettiva rappresentanza politica: da allora la Cisgiordania è governata da Abu Mazen e da al-Fatah, Gaza si trova sotto il controllo di Hamas e in una condizione di isolamento internazionale.
Ciò che Usa e Israele stanno chiedendo al presidente palestinese Abu Mazen, in breve, è di mantenere uno status quo che vede la Palestina divisa e assoggettata alle esigenze dello Stato ebraico. Una resa senza condizioni. Nulla di diverso da ciò a cui i palestinesi erano stati abituati sin dalla metà degli anni ’90: è lo stesso stato di cose che le offerte israeliane a Camp David, nel luglio 2000, avevano tentato di imporre come base di un accordo definitivo, e che al termine della Seconda Intifada ha finito per consolidarsi con modalità ancor più drammatiche. Una posizione che oggi si colora di tinte tragicomiche. Perché dopo aver lungamente sollecitato i palestinesi a rappresentare una sola ipotesi nazionale, e non due entità territoriali divise e ostili, israeliani e americani vorrebbero costringere Abu Mazen a scegliere tra la pace con Hamas e la pace con Israele. L’Autorità nazionale palestinese, ai loro occhi, non ha ormai altra funzione all'infuori di quella di garantire la sicurezza di Israele. Costi quello che costi. Inclusa, e tutt’altro che deplorata, la prosecuzione della guerra civile con Hamas.
Il segretario di Sato Usa John Kerry tra Shimon Peres e Abu Mazen
al World Economic Forum sul Mar Morto, Giordania, 26 maggio 2013.
Secondo fatto: il 27 aprile, mentre Israele si apprestava a celebrare il giorno del ricordo dell’Olocausto, Abu Mazen ha rivolto un «messaggio speciale al popolo ebraico», definendo la Shoah «il più odioso crimine contro l’umanità avvenuto nell'era moderna». Risposta di Netanyahu: «Anziché tentare di compiacere la comunità internazionale, Abu Mazen farebbe meglio a rompere i rapporti con Hamas»… Di tenore opposto, ma non meno semplicistici, i commenti apparsi sulla stampa occidentale, a partire dal comunicato dell'Associated Press con cui è stata diffusa la notizia: le dichiarazioni del presidente palestinese, secondo l'Ap, «segnano una rara ammissione da parte di un leader arabo delle sofferenze del popolo ebraico durante il genocidio nazista». Su La Stampa Maurizio Molinari, per fare solo un esempio, ha scritto: «È la prima volta che un leader palestinese compie questo passo, rompendo un tabù nel mondo arabo». La prima volta? Anche senza ricordare la visita di Yasser Arafat alla casa di Anna Frank, nel marzo 1998, ogni commentatore dovrebbe avere la consapevolezza che dichiarazioni come quelle di Abu Mazen erano pressoché ordinarie tra i leader arabi del secolo scorso. Il negazionismo arabo è un fenomeno relativamente recente, la cui ascesa ha coinciso in buona sostanza con il riflusso fondamentalista degli ultimi decenni. E se l’insistenza con cui si condanna l’antisemitismo altrui non fosse che un tentativo, anche inconsapevole, di espiare la colpa di un crimine tutto occidentale come fu la Shoah?
È qui che Viviane Forrester ci viene in aiuto. Ebrea nata a Parigi nel 1925, fu costretta alla fuga dalle persecuzioni razziali degli anni ’30 e ’40: «L’orrore che mi prendeva di mira era europeo», avrebbe ricordato in seguito. Scrittrice, saggista, critica letteraria. Autrice di saggi di grande sucesso come L’orrore economico (1996), contro la globalizzazione neoliberista, e Il crimine dell’Occidente (2004), era considerata «la Fallaci di sinistra». Pochi meglio di lei hanno saputo descrivere l’imbarazzante, colpevole posizione del mondo occidentale rispetto al conflitto arabo-israeliano. È scomparsa il 30 aprile 2013.
Viviane Forrester (Parigi, 29 settembre 1925 - Parigi, 30 aprile 2013)
Ne Il crimine dell’Occidente, pubblicato in Francia da Fayard dieci anni fa, la Forrester scriveva: «Israeliani e palestinesi avrebbero potuto e potrebbero ancora distinguere la loro specificità comune in seno allo spazio internazionale e al suo clima paternalistico, tacitamente sprezzante, sempre direttivo, e riconoscere di essere entrambi considerati (con una certa complice preferenza per Israele) come degli ex subalterni promossi alla parità senza convinzione, per generosità, per buona creanza democratica; e i loro tragici conflitti sono visti talvolta con inquietudine, sempre con una degnazione piena di rimprovero, ma soprattutto con la preoccupazione di mantenere relegati altrove, così camuffati, i sommovimenti generati dall'inferno creato per gli ebrei in Europa che avevano determinato e che, occultamente, determinavano ancora il dramma delle due nazioni. […] Bisogna sottolineare che oggi questo Occidente non è evidentemente più quello della seconda guerra mondiale. L’Europa attuale, in particolare, non ha più nulla a che vedere con le sue ore maledette.  […] Per Israele e per la Palestina è ora di togliersi il marchio di quel passato di cui gli uni furono le prede e al quale gli altri furono estranei. Di riconoscere ciascuno la propria indipendenza di fatto e di ammettere di essere entrambi più vicini l’uno all'altro di quanto lo siano certe potenze che pretendono di ravvicinarli. Di non limitarsi più alle scene mediatiche e grandiose in cui le telecamere, ma soprattutto i grandi presidenti americani, estasiati all'idea di un lusinghiero ingresso nei libri di scuola, l’uno dopo l’altro, attraverso gli anni, puntano sui dirigenti palestinesi e israeliani riuniti presso di loro sguardi commossi, lucidi, di mamme trionfanti all'idea di aver finalmente calmato i piccoli o stizzite per non essere riuscite a far intendere ragione a quei ragazzacci. […] Oltre alle evidenti ragioni di politica internazionale, se le grandi potenze sono rimaste così legate a Israele e alla Palestina è proprio perché in Medio Oriente si svolgono ancora, a distanza, da decenni, i prolungamenti della loro peggior storia personale, da cui non riuscivano e non riescono a distaccarsi e le cui prove toccano ancora a coloro che ne furono i martiri e ad altri che ne sono innocenti. Tali potenze speravano inconsciamente di aver trasferito per sempre nel presente di quelle regioni straniere le tracce e le conseguenze del passato funebre che ossessionava le memorie e alterava le coscienze. Si dà il caso che il futuro tragico d’Israele e della Palestina, imprevisto nelle proporzioni che sta assumendo, abbia fatto molto per camuffarlo. Interporvi i propri buoni uffici, sostenervi i ruoli virtuosi di guide e arbitri garantisce le amnistie dell’oblio, assume valore di assoluzione e ristabilisce l’autorità morale di tali potenze, liberandole dai turbini di un passato ricusato».

Manuel Lambertini