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sabato 11 aprile 2015

Judith Malina

Judith Malina (Kiel, 4 giugno 1926 - Englewood, New Jersey, 10 aprile 2015)
Con la scomparsa di Judith Malina la controcultura americana del ‘900 ha perso una delle sue icone più tenaci e appassionate. Impossibile renderle un giusto tributo senza rievocare l’intensa stagione in cui, con il marito Julian Beck, animò il rivoluzionario progetto del Living Theatre: più che una compagnia teatrale, una comune di attori e artisti, insediatasi nella New York del secondo dopoguerra e decisa ad estendere gli orizzonti dell’avanguardia espressionista al mondo della vita quotidiana.
Nata a Kiel nel 1926, in una famiglia ebraico-tedesca, Judith Malina era emigrata negli Stati Uniti con i genitori; aveva poi frequentato la scuola del grande drammaturgo Erwin Piscator: di qui l’incontro con Beck e la nascita, nel 1947, del nucleo storico del Living Theatre. 
Poco più che ventenni, Julian e Judith dettero vita ad un teatro lontanissimo dai lustrini di Broadway. Il teatro di poesia dei primi anni ’50 cedette presto il passo ad una forma di metateatro che – anche con la rivisitazione dell’opera di Pirandello – puntava al diretto coinvolgimento del pubblico. Riscoprirono poi l’eredità di Antonin Artaud e il teatro della crudeltà, in cui la violenza del mondo reale veniva esorcizzata e condannata attraverso la sua rappresentazione. Se The Connection (1959) raccontava la giornata di un eroinomane, in The Brig (1963) i membri della compagnia accettarono di sottoporsi ad autentiche vessazioni, frustati e umiliati dalla stessa Malina, per lo sconcerto e la pietà degli spettatori.
Dopo un processo politico e alcune settimane di detenzione, nel 1964 i fondatori del Living Theatre intrapresero un viaggio in Europa che si sarebbe protratto fino al 1970: gli spettacoli realizzati in quel periodo – Mysteries and Smaller Pieces (1964), Frankenstein (1965), Antigone (1967) e Paradise Now (1967) – furono un’imprescindibile fonte di ispirazione per le contestazioni giovanili del Sessantotto. Nel 1969 Beck e Malina presero anche parte al film collettivo Amore e rabbia, nell’episodio Agonia, diretto da Bernardo Bertolucci. Tra le pellicole a cui Judith Malina avrebbe partecipato nel corso degli anni, da ricordare Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) di Sidney Lumet – al fianco dell’adorante amico Al Pacino –, China Girl (1987) di Abel Ferrara, Radio Days (1987) di Woody Allen, Risvegli (1990) di Penny Marshall e soprattutto La famiglia Addams (1991) di Barry Sonnenfeld.
Judith Malina e Julian Beck in carcere in Brasile (1971)
Rimandato il ritorno negli Usa, e dopo numerose defezioni in seno alla compagnia, i coniugi Beck si trasferirono nel Brasile oppresso dalla dittatura militare. Con l’intento di realizzare un «teatro da guerriglia» rivolto al sottoproletariato delle periferie, cominciarono la lavorazione dell’ambizioso ciclo L’eredità di Caino, che sarebbe proseguita per tutto il decennio successivo senza essere mai portata a compimento. Arrestati nel ‘71 con l’accusa di possesso di droga, furono espulsi dal Paese dopo due mesi di carcere.
Ma per Judith Malina la prova più difficile si presentò all'inizio degli anni ’80, quando al marito fu diagnosticato un cancro allo stomaco: Julian Beck morì il 14 settembre 1985, all'età di sessant'anni, lasciando a Judith la pesante responsabilità di portare avanti il grande progetto del Living. Le si affiancò Hanon Reznikov, che nel 1988 divenne il suo secondo marito. Anche a lui si dovette l’ancor più febbrile attività degli anni successivi: stabilitosi sulla Terza Strada di Manhattan, il Living realizzò nuovi spettacoli di denuncia sociale come Humanity, Rules of Civilty, Echoes of Justice e The Zero Method.
Dopo un altro periodo itinerante, tra il 1999 e il 2003 la compagnia si stabilì in Italia, nella provincia di Alessandria, dove videro la luce Anarchia, Utopia, Capital Changes e Not in my name, feroci atti d’accusa contro la guerra, lo sfruttamento del sistema capitalistico e la pena di morte. Durante i giorni del G8 di Genova andò poi in scena Resist Now!, a sostegno della protesta no global. Neanche l’improvvisa morte di Reznikov, nel maggio 2008, abbatté l’impegno dell’infaticabile Judith: da sola terminò la realizzazione di Eureka! e nel 2010 scrisse Red Noir, coltivando ancora nuovi piani di lavoro.
Bologna, 8 luglio 2013
Prima che le condizioni di salute e l’indigenza la costringessero a ritirarsi presso la Lillian Booth Home, una casa di riposo per artisti del New Jersey, era tornata in Italia un’ultima volta nel 2013. A Bologna, dove aveva assistito a una proiezione dell’Edipo re di Pasolini – con l’amato Julian Beck nei panni dell’indovino cieco Tiresia – e ricordato le vittime della strage di Ustica con uno spettacolo recitato insieme a Silvia Calderoni della compagnia riminese Motus, The plot is the revolution. Dalla sua piccola sedia a rotelle, anche in quell’occasione, dette prova di uno spirito sempre battagliero, mai piegato dagli anni e dagli eventi. A chi le chiese di definire il Living Theatre rispose che era sempre stato una «lotta per l’azione, per dare potere agli spettatori»: «Ora li chiamiamo partecipanti, sempre di più il nostro teatro diventa esperienza in cui i partecipanti possono far sentire il loro potere di cambiare, con la speranza che quando finisce lo spettacolo portino fuori il bisogno di opporsi a ciò che è contro il loro sentimento e il loro desiderio».

sabato 19 novembre 2011

La notte è piccola per noi


Alice ed Ellen Kessler, Manuel e Veronica, Teatro Nuovo, Repubblica di San Marino, 18 novembre 2011

Che dire? Un blitz da manuale, no? Soprattutto se considerate che è stato magistralmente eseguito in un Paese straniero, la Repubblica di San Marino, e in un teatro che non avevo mai sentito nominare (come ogni altro teatro di San Marino, del resto). Insieme ad Alessandro Benvenuti, a Rosalinda Celentano e ad altri quindici attori, Alice ed Ellen Kessler hanno appena iniziato la tournee di un nuovo spettacolo: Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Spettacolo di cui non avevo i biglietti e che sapevo di non poter vedere, purtoppo, nonostante il personale di sala mi abbia gentilmente invitato ad assistere agli ultimi cinque minuti. L'invito, inutile dirlo, non è caduto nel vuoto.
Posso immaginare la faccia di chi ha avuto la pazienza di leggere fino a qui… “E tu sei andato a San Marino solo per una foto con le gemelle Kessler? Senza nemmeno vedere lo spettacolo???”
Affermativo!
Non lasciatevi ingannare dalla nostra apparente tranquillità e dall’atmosfera distesa che la macchina fotografica ha maledettamente consegnato ai posteri: le ragazze avevano fretta, ed erano sotto il fuoco incrociato dei più temibili acchiappavip della Romagna. Il bottino, viste le condizioni, è stato più che soddisfacente: foto con Benvenuti, con la Celentano e con le Kessler insieme, oltre ad un autografo razziato alla sola Alice.
Diciamo subito una cosa: la ragazza sulla sinistra non è un’intrusa. Si chiama Veronica. A dirla tutta, l’intruso sono io, visto che se non fosse stato per lei e per Cristian non avrei potuto aggiungere le gemelle Kessler agli oltre 1230 personaggi che ho accalappiato negli ultimi sette anni… Non sto scherzando: lì al centro mi do fastidio da solo, se penso che Veronica non ha avuto il tempo di farsi scattare altre fotografie. C’è solo una cosa positiva: se vorrà continuare a guardare questa foto senza moti di rabbia, non dovrà mai litigare con me!
Avrete capito: sono stati Cristian e Veronica a venirmi a prendere alla stazione di Forlì e ad accompagnarmi a San Marino in macchina. Più il ritorno, naturalmente. E che ritorno…
A operazione ultimata, raggiungo con loro la stazione di Forlì, poco prima dell’una di notte. Come previsto, per Bologna non ci sono più treni. Bisogna scendere a Rimini con un Espresso dell’1.07 (l’unico possibile) e risalire al capoluogo emiliano con un altro Espresso delle 2.30. Oppure con un Intercity delle 3.39. Rispettivi orari di arrivo a Bologna: 3.30 e 4.39. Faccio il biglietto per Rimini. Poco dopo l’altoparlante annuncia un leggero ritardo. Cinque minuti che diventano dieci, poi quindici, poi venti, poi trenta. Poi il colpo più duro: «Annuncio ritardo. Il treno Espresso 16.17 proveniente da Milano Centrale e diretto a Bari Centrale delle ore 1.07 arriverà con 60 minuti di ritardo, diversamente da quanto già annunciato. Ci scusiamo per il disagio». Il treno delle 2.30 che da Rimini mi avrebbe dovuto portare a Bologna ormai era perso. “C’è sempre quello delle 3.39”, mi azzardo a pensare in quel momento... “Forse quello ho ancora qualche speranza di prenderlo, almeno se riesco a partire da qui per le 3.00”. Macché! A colpi di annunci, il ritardo dell’Espresso 16.17 sarebbe più che raddoppiato, toccando quota 2 ore e 35 minuti. Il treno in questione ha fatto la sua comparsa alle 3.40, tra il sollievo dei pugliesi che affollavano la stazione, ma solo dopo essersi assicurato che il mio treno per Bologna delle 3.39 fosse già partito da Rimini! Ve la faccio breve: dopo aver regalato 4 euro e 40 cent. a Trenitalia con un biglietto per Rimini non utilizzabile (anche 4 centesimi sarebbero stati troppi, visto il destinatario), ho passato la notte a Forlì aspettando un treno, stavolta puntuale, delle 4.59 (Trenitalia deve aver pensato che farlo passare alle cinque sarebbe stato più scoraggiante). Insomma: sono arrivato a Bologna che mi era già cresciuta la barba, mentre gli uccellini, intirizziti dal freddo, cominciavano a cinguettare e mio padre faceva colazione.
«Fai poco casino, alla mattina presto!» mi ha detto.
«Non è mattina presto» gli ho risposto. «È sera tardi».

Manuel Lambertini

mercoledì 26 gennaio 2011

Mario Scaccia

A Mario Scaccia la vita ha risparmiato l'umiliazione di chi vede svanire la propria lucidità. E noi non possiamo che ricordare, con immensa gratitudine, il privilegio di aver potuto gustare fino all'ultimo i frutti del suo straordinario talento. A novant’anni, questo mattatore del teatro italiano continuava a calcare le scene, e dispensava emozioni e sorrisi con una generosità tutta votata al divertimento. Se ne è andato questa notte, al Policlinico Gemelli, per le complicazioni seguite a un intervento chirurgico. Un male incurabile lo aveva costretto a sospendere lo spettacolo Interpretando la mia vita, che era andato in scena al Teatro Arcobaleno di Roma fino al dicembre scorso.
Figlio di un noto pittore, era nato nella capitale nel 1919. Iscrittosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica nel 1945, dopo aver trascorso in Africa gli anni della Seconda Guerra Mondiale, esordì nel ’46 con Woyzeck di Büchner e si diplomò nel ‘48. In quasi settant’anni di carriera, spaziò dal teatro al cinema, dagli sceneggiati televisivi alla conduzione radiofonica. Entrato nella Compagnia Anton Giulio Bragaglia del Teatro Ridotto di Venezia, recitò accanto a Erminio Macario e a Vittorio Gassman. Lavorò anche con Ettore Petrolini, di cui molti anni più tardi interpretò Chicchignola, e con Eduardo De Filippo, che eccezionalmente gli permise di utilizzare il suo camerino del Teatro San Ferdinando di Napoli.
Da raffinato caratterista, prese parte a innumerevoli film, senza disdegnare nulla di ciò che era popolare: da La fiammata (1952) di Blasetti, che ne segnò l’ingresso nel mondo del cinema, a Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio (1983) di Luciano Martino, passando per Il mattatore (1960) e A porte chiuse (1961) di Risi, A ciascuno il suo (1967) e La proprietà non è più un furto (1973) di Petri, e Le farò da padre (1974) di Lattuada, fino al film collettivo Signore e signori, buonanotte (1976), in cui interpreta il Cardinal Piazza-Colonna nell’episodio Il Santo Soglio. Per Luigi Comencini, dopo aver partecipato al film Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano (1969), recitò anche nel celebre sceneggiato tv Le avventure di Pinocchio (1972).
Ma la parte migliore della sua inesauribile vitalità si riversò sul teatro. Risale infatti al 1961 la nascita della Compagnia dei Quattro, che Scaccia fondò insieme a Valeria Moriconi, a Franco Enriquez e a Glauco Mauri. Da Molière a Goldoni, da Machiavelli a Ionesco: oltre al già citato Chicchignola di Petrolini, il maestro Scaccia prestò il proprio volto al Fra’ Timoteo della Mandragola, all’Arpagone dell’Avaro, all’ebreo Shylock del Mercante di Venezia e persino a Madame Latour de Il signore va a caccia di Feydeau.
Negli ultimi tempi, la sua proficua collaborazione con l’editore bolognese Paolo Emilio Persiani aveva permesso la pubblicazione del dvd La mandragola, per la regia di Edoardo Sala, e dell’autobiografia Interpretando la mia vita. Nel blog dell’istrionico artista, curato dalla stessa casa editrice, si legge che la morte di Scaccia avviene «in concomitanza con l’uscita del suo ultimo libro, Per amore di una rima», una raccolta di poesie nella quale vengono presentati al pubblico «i versi che il maestro ha scritto dalla fine degli anni ‘30 fino ai nostri giorni». Se potesse commentare questa fortuita coincidenza, il grande Mario Scaccia non esiterebbe a congratularsi con il giovane editore… E mentre fioccano i messaggi di cordoglio da parte delle istituzioni e del mondo della cultura, torna alla memoria una saggia massima di Sant’Agostino, già sottoscritta da Mario Monicelli, alla quale l'illustre defunto è rimasto fedele tutta la vita: «Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra».

Manuel Lambertini