sabato 11 gennaio 2014

Il mistero del falco

Ariel Sharon
(Kfar Malal, 26 febbraio 1928 - Ramat Gan, 11 gennaio 2014)
L’ex primo ministro israeliano Ariel Sharon è morto dopo aver trascorso gli ultimi otto anni in uno stato vegetativo. La cessazione delle sue funzioni vitali, in fondo, ha solo fatto da suggello finale ad un’epoca che sembrava già lontanissima.
Nel momento dell’estremo saluto, l’immagine che ne hanno trasmesso i media internazionali e le dichiarazioni dei grandi della Terra è stata quella di «un patriota al servizio del suo Paese» (Angela Merkel) che «ha avuto il coraggio di dialogare con i palestinesi» (François Hollande), di prendere «decisioni coraggiose per il perseguimento della pace» (David Cameron). Tutti lo hanno ricordato, in definitiva, come «un falco sulla via della pace».
Ma la sua lunga parabola politica, che getta la propria ombra sull’intera storia dello Stato di Israele, è quasi uno sberleffo a tutti gli steorotipi più ricorrenti sul Medio Oriente, e alla retorica dei “falchi” e delle “colombe” in particolare. Pare che lo smantellamento degli insediamenti israeliani della Striscia di Gaza, ordinato dal suo governo nel 2005, abbia cancellato in un sol colpo ogni traccia di una vita che fino ad allora aveva avuto come stella polare il più sistematico e indiscriminato uso della forza.
Dalla strage di Sabra e Chatila del 1982 – perpetrata dai cristiano-maroniti libanesi di Elie Hobeika con la connivenza dell’esercito israeliano – alla provocatoria visita sulla Spianata delle Moschee del 2000 – che scatenò la Seconda Intifada palestinese, consegnandogli però una netta vittoria elettorale – fino all'invasione della Cisgiordania con l’«Operazione Scudo difensivo» del 2002 e alle innumerevoli esecuzioni extragiudiziarie dei leader della rivolta palestinese: si faceva vanto di essere un «guerriero» sempre con le armi in pugno, un «bulldozer» insofferente ai codici militari e alle lungaggini della politica. Persino il ritiro dalla Striscia di Gaza, alla luce della sua vicenda umana, richiede una rilettura assai diversa da quella corrente.
Ariel Sharon durante l'invasione israeliana del Libano (1982)
Comunque la si pensi sul suo conto, infatti, significherebbe disonorarne la memoria non ricordare che per Sharon il piano di disimpegno unilaterale da Gaza non era mai stato concepito come il primo passo di un processo negoziale con i palestinesi, ma come l’unica rilevante cessione territoriale che potesse essere concessa ad una autonomia palestinese completamente assoggettata alle esigenze di sicurezza dello Stato ebraico.
Fu lui stesso a dichiararlo, in un’intervista rilasciata nell'agosto 2005 a Nahum Barnea e Shimon Shiffer per il quotidiano Yedioth Ahronot: «Già nel 1988, in una riunione dei ministri del Likud, dissi che avremmo dovuto decidere a cosa rinunciare, altrimenti saremmo stati costretti a tornare ai confini del ’67». E aggiunse: «I coloni hanno fatto molto. Se non fosse stato per loro oggi non saremmo a Hebron, Gush Etzion, Ma’aleh Adumim, Ariel, Eli, Shilo e Beith El». «E la valle del Giordano?» chiesero Barnea e Shiffer, riferendosi alla fascia di insediamenti formatasi nella zona orientale della Cisgiordania che impedisce ai palestinesi l’accesso alle acque del fiume Giordano. «La aggiunga pure alla lista», rispose il premier. «Insieme alle alture che dominano la pianura costiera e l’aeroporto».
Lo smantellamento forzato degli insediamenti ebraici costruiti illegalmente sulla Striscia di Gaza, inutile dirlo, fu un duro colpo per l’opinione pubblica israeliana e per l’elettorato del Likud in particolare, ma eliminò gli ingenti costi legati alla protezione dei coloni, oscurò la parallela, inarrestabile colonizzazione della Cisgiordania e rafforzò Israele sul piano diplomatico. Viste in quest’ottica, le reazioni della comunità internazionale, che allora celebrò Ariel Sharon e che oggi lo piange, altro non sono che la consacrazione di un indubbio successo.

Manuel Lambertini

lunedì 6 gennaio 2014

Bersani by Beppe Grillo

Immagine apparsa sul blog di Grillo il 27 febbraio 2013

«Rispetto più il nano perché sai cos'è, un disonesto, che i finti amici come Gargamella, che fa l'imbonitore in giro.»
(Beppe Grillo, 8 febbraio 2013)

«Bersani è uno stalker politico. Da giorni sta importunando il M5S con proposte indecenti invece di dimettersi, come al suo posto farebbe chiunque altro. E' riuscito persino a perdere vincendo. Ha superato la buonanima di Waterloo Veltroni.»
(Beppe Grillo, 27 febbraio 2013)

«Bersani ha avuto un pregio, quello di apparire umano, un grande pregio in un mondo di politici artefatti e costruiti a tavolino come dei pupazzi in vendita ai grandi magazzini della politica. In fin dei conti, la sua volontà di smacchiare il giaguaro si è avverata. Credo che abbia sempre saputo che i suoi veri nemici non erano i Cinque Stelle, ma alcuni dei suoi compagni di partito e personaggi delle istituzioni. Bersani, ti aspettiamo, non fare scherzi.»
(Beppe Grillo, 6 gennaio 2014)

Grazie a Grillo per averci ricordato che si può cambiare punto di vista senza perdere la coerenza... E per non aver concluso il post di solidarietà a Pier Luigi Bersani con la consueta frase: «Alla fine ne resterà solo uno»!

venerdì 13 dicembre 2013

Sempre Compagno, Jack Hirschman

Jack Hirschman (New York, 13 dicembre 1933)





Io non faccio schiavi
e la mia schiavitù è un respiro

sono una cosa del nulla
sono meno che, e più

io con zero
dieci
E in tale felicità
resisto a ogni cosa tranne
che al tuo saccheggiarmi
il tuo arrivare e frugare
la mia risata di stracci
il mio caos d’immondizia
sono un bidone della spazzatura
sono spazzaturaincantesimo
che trema e si contorce
sono la colla di un dio morto
spalmata su tutto
il tuo corpo
dove i manifesti
per la manifestazione di domani
sono incollati
e i graffiti
sono scarabocchiati
con sangue e sperma.





Jack Hirschman è fatto così. Ogni sua poesia – come questa, Io non faccio schiavi (1997) – nasce da un irriducibile bisogno di cambiare il mondo. Ed oggi che compie ottant’anni, mi torna alla mente ciò che disse il suo amico Alberto Masala durante un incontro pubblico di alcuni anni fa: dopo i Cantos di Ezra Pound, se non ci fosse stato Jack Hirschman con i suoi Arcani il XX secolo si sarebbe chiuso con un pericoloso sbilanciamento a favore delle destre.
In Volevo che voi lo sapeste (Multimedia edizioni, 2004), una selezione di poesie scritte tra il 1952 e il 2004, l’universo di Hirschman si rivela attraverso un susseguirsi di immagini forti, a volte gioiose e a volte dolenti, come la vita. Dapprima un linguaggio sperimentale, tra Joyce e la Beat Generation. Poi gli omaggi a tanti amici, vicini e lontani. Quindi la passione per la cabala. E la Rivoluzione. L’indignazione che si fa poesia. La scrittura come affronto allo squallore della società dei consumi, come semplice e sfrontata ricerca dell’immateriale. I muri del Bronx, bucherellati dai proiettili dei gangster. Sigourney Weaver, uccisa e gettata in un fosso dai nazisti. Una madre che tiene per mano suo figlio, e che con lui attraversa la vita fino alla morte, sfidando lo scherno della folla con il suo amore. E il Washington Square Garden, dove un uomo sdraiato sull’erba piscia in aria «formando un cerchio dorato». Con lui, tantissimi altri uomini, intenti a rovistare nei bidoni dell’immondizia, senza casa e senza cibo, ma ancora ricchi di forza poetica.
Basta guardarlo, questo brigante in bretelle, con i capelli e i baffi grigi, per capire dove trovi gli ultimi residui di umanità. Nei sobborghi della Grande Mela e di San Francisco, Hirschman è un emarginato tra gli emarginati. Poeta in una società profittatrice. Comunista nella pancia del capitalismo. Ma sognatore incontrollabile. Nei suoi versi, il ladro continua a rapinare le banche gridando: «Buon compleanno, Stalin!». Tina Modotti rivive nella lotta. Fratelli sconosciuti ne approvano le idee rivoluzionarie, toccando la sensibilità del suo animo con imprevedibili gesti di solidarietà. E la sua palla nera continua a scagliarsi contro finestre e muri, mentre la calce sgretolata riesuma una vecchia scritta: SOLLEVATI, NUOVA CLASSE, SOLLEVATI!



Manuel Lambertini

mercoledì 11 dicembre 2013

Il maestro di Porto

Voci sempre più insistenti insinuano che abbia stretto un patto col Diavolo, per prolungare oltre i limiti dell’umano una vita incredibile e prodigiosa. Accade qualcosa di simile in uno dei suoi film più famosi, I misteri del convento (1995), dove l’equilibrio di una coppia di coniugi giunta nel monastero di Arrabida viene infranto dalla presenza di un mefistofelico custode (Luís Miguel Cintra), che seduce lei (Catherine Deneuve) e offre irresistibili tentazioni a lui (John Malkovich).
A Manoel de Oliveira, invece, la tentazione di riporre la macchina da presa non è mai venuta: «Mi chiedono perché faccio cinema. Non lo so: è come chiedermi perché respiro». Oggi compie 105 anni, ed è il regista più longevo e prolifico del mondo. «Questo de Oliveira, non vedo l’ora che muoia!», diceva scherzosamente Monicelli, lamentando l’oscuramento che il collega portoghese infliggeva a chiunque fosse un po’ meno vecchio di lui.
Manoel de Oliveira
(Porto, 11 dicembre 1908)
Nato nel 1908 in una famiglia agiata di Porto, studiò presso un collegio gesuita a La Guardia, in Galizia. Nella sua prima vita condivise con il fratello maggiore Casimiro una forte passione sportiva, distinguendosi nel salto con l’asta, nel ballo e soprattutto nelle corse automobilistiche. Accantonata l’idea di intraprendere la vita circense, approdò al cinema all'età di vent'anni, nel 1928, come interprete di un piccolo ruolo secondario in Fátima milagrosa, del regista italiano Rino Lupo. In seguito recitò anche in uno dei primissimi film sonori portoghesi, A Cancao de Lisboa (1933) di José Cottinelli Telmo. La visione di Berlino - Sinfonia di una grande città (1927) di Walter Ruttman ispirò il suo primo documentario da regista, Douro, Faina Fluvial (1933), accolto negativamente dal pubblico ma elogiato da una parte della critica e da Luigi Pirandello. Tra le sue influenze cinematografiche, Chaplin, Eric von Stroheim, Dreyer, Eisenstein. E il surrealista Luis Bunuel.
Manoel de Oliveira con la moglie Maria Isabel
Passarono quasi dieci anni prima che potesse realizzare il suo primo lungometraggio di finzione, Aniki-Bóbó (1942), un film dalle forti tinte neorealiste su due ragazzini di Porto che si contendono le attenzioni di una loro coetanea. Successivamente fu la sua avversione al regime fascista di Salazar ad allontanarlo dal cinema. Una dopo l’altra, tutte le sue sceneggiature vennero bocciate dal Segretariato Nazionale per l’Informazione, il ministero della propaganda dell'Estado Novo. In quegli anni di silenzio si occupò dell’azienda vinicola di famiglia. Nel 1940 aveva sposato Maria Isabel Brandão de Meneses de Almeida Carvalhais, classe 1918, madre dei suoi quattro figli.
Dopo essersi recato in Germania per studiare l’uso del colore nel cinema, nel 1956 realizzò il primo film a colori portoghese, Il pittore e la citta, un documentario ancora una volta ambientato a Porto. Ai cortometraggi Il pane (1959) e I quadri di mio fratello Julio (1959) seguì Atto della primavera (1963), che il critico Henrique Costa definì «il primo film politico del Portogallo»: è la rappresentazione della Passione di Cristo in un piccolo villaggio di contadini, un’opera nella quale la Resurrezione di Gesù arriva dopo un crudo alternarsi di immagini di guerra e di morte. Il cattolicesimo, ebbe a dire Oliveira, «è una religione che permette il peccato. Io non ho mai detto di essere cattolico, perché essere cattolici è molto difficile. Preferisco pensarmi come un grande peccatore».
Nell’ottobre 1963, mentre Atto della primavera veniva proiettato nelle sale di Parigi, il regista fu arrestato dalla PIDE, la polizia politica portoghese, e interrogato per dieci giorni: a liberarlo fu l’interessamento dell’amico Manuel Meneres, un influente sostenitore del regime.
La censura si abbatté anche sul cortometraggio La caccia (1964): l’ultima scena del film, un uomo che sprofonda nelle sabbie mobili mentre i presenti litigano tra loro, dimenticando di prestare soccorso, gli fu fatta sostituire con un finale edificante.
Con l’uscita di scena di Salazar, nel 1968, e soprattutto dopo la Rivoluzione dei Garofani, perse gran parte della propria ricchezza personale, ma acquisì una totale libertà artistica. «Ad un’età in cui molti uomini pensano alla pensione, Oliveira è emerso dall’oscurità come uno dei principali modernisti degli anni ’70, alla pari di Straub, Syberberg e Duras», scrisse il critico statunitense J. Hoberman.
La caccia (1964)
I quattro film realizzati nel decennio compreso tra il 1971 e il 1981 sono stati classificati dalla critica sotto la denominazione di «tetralogia degli amori frustrati». Il passato e il presente (1971), Benilde o la Vergine Madre (1975), Amore di perdizione (1978) e Francisca (1981): quattro storie accomunate dalla presenza di amanti che soffrono, e che sembrano votate a dimostrare l’impossibilità di raggiungere l’amore assoluto nella vita terrena; in ciascuno di questi film la vita di coppia viene turbata da un elemento esterno – sia esso un altro uomo, un’altra donna o un’entità soprannaturale – che partecipa al lento sprofondare degli amanti negli abissi della disperazione.
Dopo Francisca si dedicò nuovamente al documentario, per poi dare corpo al titanico progetto de La scarpina di raso (1985), un’opera della durata di sette ore tratta dall’omonimo testo teatrale di Paul Claudel, lo struggente racconto di un amore impossibile ai tempi del colonialismo. Nel ruolo del protagonista maschile, Luís Miguel Cintra. Il film non uscì nelle sale, ma fu proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia, dove Manoel de Oliviera ricevette un Leone d’oro speciale. Il premio aprì la strada ad una lunghissima sequela di riconoscimenti internazionali; una consacrazione a cui il maestro di Porto reagì intensificando i propri ritmi di lavoro.
Fu così la volta del film sperimentale Il mio caso (1986) e de I cannibali (1988) – tratto da un racconto di Álvaro de Carvalhal e in linea con la tradizione satirica di Bunuel – che segnò l’esordio di Leonor Silveira. Le tappe più significative della storia del Portogallo vennero ripercorse in No, o la folle gloria del comando (1990), in una riflessione di più ampio respiro sul tempo, la memoria, la morte. Le più grandi opere letterarie della storia umana – dalla Bibbia a Dostoevskij, a Nietzsche – trovarono un’originale rappresentazione ne La divina commedia (1991); e gli ultimi momenti della vita del grande scrittore romantico Camilo Castelo Branco, il «Balzac portoghese» morto suicida nel 1890, furono raccontati ne Il giorno della disperazione (1992).
Michel Piccoli in Ritorno a casa (2001) di Manoel de Oliveira
Dopo aver rinunciato a un’ambiziosa trasposizione di Madame Bovary, giudicata troppo costosa dal produttore Paulo Branco, si avventurò in una profonda esplorazione dell’animo femminile in La valle del peccato (1993), tratto da un testo ispirato a Flaubert della grande scrittrice Augustina Bessa-Luís. Con La cassetta (1994) offrì poi un esempio di «teatro vitale» in cui alcune maschere senza nome – un oste, una prostituta, un cieco che chiede l’elemosina, sua figlia, suo genero – mettono in scena la vita quotidiana di un quartiere povero di Lisbona, in un apologo universale sugli anacronismi e le differenze sociali.
Venne infine il tempo delle collaborazioni con i grandi nomi del cinema europeo e mondiale, per quelli che sarebbero diventati i suoi titoli più noti. Da I misteri del convento (1995) con Catherine Deneuve e John Malkovich, a Party (1996) con Michel Piccoli, da Viaggio all’inizio del mondo (1997), l’ultimo film con Marcello Mastroianni, a Ritorno a casa (2001), ancora con Malkovich, Deneuve e un acclamatissimo Piccoli nel ruolo del protagonista. Fino ai più recenti Un film parlato (2003), Specchio magico (2005), Bella sempre (2006), che rivisita Bella di giorno di Bunuel con Bulle Ogier al posto di Catherine Deneuve, O Estranho Caso de Angelica (2010), con protagonisti il nipote Ricardo Trêpa e Pilar López de Ayala, e Gebo e l’ombra (2012) con Michael Lonsdale, Claudia Cardinale e Jeanne Moreau, presentato alla 69esima Mostra di Venezia.
Manoel de Oliveira a Porto nel marzo 2013
Raccontare il cinema di Manoel de Oliveira è estremamente difficile. E non solo perché la sua filmografia, così ricca di riferimenti letterari e filosofici, si snoda in un arco di tempo lungo ottant’anni. Ma anche perché ogni sua storia trasforma la razionalità in mistero, operando un’inscindibile fusione di fantastico e reale: «Il fantastico ci accompagna, è accanto a noi, sempre. Il fantastico è a fianco della realtà. Come spiegarlo? Il fantastico, è l’ombra del reale». Restano dunque tante domande, e un’insaziabile voglia di raccontare storie. Fermare in un fotogramma la vita che sfugge, preservare memoria di ciò che è stato, immortalare esperienze, emozioni; questo il significato più profondo del cinema di Oliveira: «Un film non è la realtà. Che cos’è un film? Un film è un fantasma, non è la vita. D’altra parte, la vita non esiste, è anch’essa un fantasma. Senza i libri, senza gli storici, senza la memoria non resterebbe alcuna traccia. L’istante è fugace. Per lottare contro l’oblio, l’uomo ha una specie di bisogno di rifare ciò che lo ha colpito, la volontà di conservare ciò che è degno di nota. Si può rappresentare ciò che è successo: è il teatro; si può rappresentare ciò che si è visto per strada, in un qualsiasi dramma. Ma queste rappresentazioni teatrali sono altrettanto fugaci, come la vita stessa: il cinema apporta un elemento molto importante, la fissazione. Il cinema fissa le cose».

Manuel Lambertini

giovedì 5 dicembre 2013

Nelson Mandela

La meditazione

Nelson Mandela (Mvezo, 18 luglio 1918 - Johannesburg, 5 dicembre 2013)

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.

La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.

È la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.

Ci domandiamo: “Chi sono io per essere brillante,
pieno di talento, favoloso?”

In realtà chi sei tu per NON esserlo?

Siamo figli di Dio.

Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.

Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicché gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.

Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.

Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.

Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.

E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

                                                                               Nelson Mandela

venerdì 29 novembre 2013

Stavolta voto Civati

Avevo giurato a me stesso che quelle dell’anno scorso sarebbero state le mie ultime primarie del Pd. Mai avrei immaginato che quella che malgrado tutto ho continuato a considerare la mia parte potesse popolarsi di figuri irritanti e indisponenti quanto i membri della destra berlusconiana. E invece le facce di bronzo dei dirigenti storici e molte delle nuove leve renziane – riciclati e voltagabbana in testa – hanno fatto sì che questo accadesse più e più volte. Dopo la mancata elezione di Prodi al Quirinale, poi, quel proposito era diventato una decisione definitiva, una certezza incrollabile. Al punto che ero arrivato a riconoscermi in un post pro-Grillo largamente diffuso sui social network, a firma di Michele Darling: «L’elettore democratico vota il meno peggio. Ma giura, giura sempre: “È l’ultima volta!”. L’elettore democratico è sempre Nanni Moretti. Il Moretti di allora, così come il Moretti […] sul palco a Napoli accanto a Bersani. Perché l’elettore democratico, quand’è sul palco, tutto sommato è felice, si limita a dei buffetti sulla guancia: “Sono qui – ha detto il regista – perché nonostante lo spot elettorale ‘Smacchiamo il giaguaro’, voterò il Pd”. L’elettore democratico è l’elettore “nonostante”».
Nel sentirmi preso in mezzo, mi ero ripromesso di non cascarci più. L’unico motivo che avrei considerato valido per mettere una croce sul simbolo del Pd, dicevo, sarebbe stata la certezza di poterne decretare l’esplosione finale. Insomma, l’epilogo degno di un partito nel quale un terzo dei rappresentanti parlamentari era stato capace di pugnalare alle spalle il proprio padre fondatore nel nome di miserabili interessi correntizi. E invece andrò a votare, alle primarie dell’8 dicembre. Anche stavolta. E voterò Giuseppe Civati.
Parte svantaggiato, Civati. Non ha alle spalle il favore dei media e dei poteri forti, di cui Renzi gode da oltre due anni. È anche inviso all’establishment del Pd di provenienza diessina, che ha ancora una certa influenza sui militanti e che è mobilitato a sostegno di Cuperlo. A differenza dell’uno e dell’altro, Civati non sembra coltivare un disegno egemonico sul partito: chiede più democrazia interna, più apertura, più possibilità di partecipazione per gli iscritti e i militanti.
Nel suo programma si possono leggere proposte come la riduzione dei componenti dell’Assemblea Nazionale e della Direzione; un bilancio completo, aperto, comprensibile, partecipato, che superi le opacità legate alla struttura federale del partito e alle fondazioni che lo sorreggono; l’adozione di meccanismi che favoriscano capillarmente la partecipazione e le occasioni di deliberazione collettiva (referendum interni e assemblee di discussione); la promozione di forme di autofinanziamento “a progetto”, in favore delle realtà periferiche.
E ho citato solo alcune delle proposte riguardanti la sua idea di partito. Perché l’8 dicembre si eleggerà il segretario del Pd, non il candidato premier del centro-sinistra. Non sono sicuro che i cittadini che si receranno alle primarie abbiano chiaro il concetto, e ho come l’impressione che il vantaggio di Renzi sia legato anche a questo equivoco… L’elezione di Renzi alla segreteria del partito comporterebbe una mutazione antropologica del Pd verso destra, come fu per il Psi di Craxi: una banda di yuppies folgorati sulla via dell’edonismo reaganiano che trovò poi la propria collocazione naturale tra le fila berlusconiane. Però non mi si dica che a non votare Cuperlo si spiana la strada al sindaco di Firenze. Pretendere che anche stavolta possa dare ascolto a questa voce sarebbe troppo. È arrivato il momento di rischiare, punto e basta. Ne riparleremo al secondo turno, se ci sarà.
Anche perché a differenza di Cuperlo, Pippo Civati parla chiaro. E ha un’abitudine sconveniente: prende posizione prima che le decisioni vengano assunte. Prima che i giochi si chiudano. Mai è capitato di sentirlo lamentare le conseguenze di un dibattito a cui si fosse guardato dal prendere parte, per meglio trarre vantaggio dai fallimenti altrui. Per la Presidenza della Repubblica aveva votato Rodotà con il Movimento 5 Stelle, esponendosi poi a favore di Prodi. Si era detto contrario alle larghe intese prima che venissero stipulate, non dopo. E senza dilettarsi in stucchevoli esercizi ricattatori. Aveva chiesto le dimissioni della Cancellieri prima del voto parlamentare, e non – come ha fatto furbescamente Renzi – a giochi ormai conclusi. Un partito guidato da lui potrebbe quantomento gettare le basi di un’intesa con la società civile fondata sulla lealtà e su un confronto finalmente aperto.
Ma il sindaco Renzi viene presentato in ogni servizio giornalistico come «il favorito». Scalfari lo ha recentemente definito «un grande venditore di se stesso», «un avventuriero» di talento. Un formidabile free-rider politico, dovremmo aggiungere, funambolico, capace come nessun altro di sfruttare le opportunità del momento e di pescare voti a destra a colpi di battute e di argomenti vuoti. Non risponde alle domande che gli vengono fatte, ma a quelle che vorrebbe sentirsi fare.
Che la politica si faccia anche così è convinzione ormai diffusa. E forse possiamo solo attaccarci alla speranza che Renzi voglia dirottare verso una politica di centro-sinistra i voti raccolti a destra. Ovvero la speranza che stia prendendo per i fondelli un corpo elettorale abituato a premiare i grandi illusionisti. Ma veniamo da un ventennio in cui la politica è stata fatta solo così, e in Renzi non è dato vedere proprio nessun cambiamento. Ancor più inquietanti appaiono poi le sue vaghe proposte politiche, tutte orientate allo smantellamento del welfare, alla flessibilità selvaggia del lavoro, all’umiliazione delle organizzazioni sindacali e dei piccoli pensionati. Altro elemento di continuità con un passato che si vorrebbe avviare alla rottamazione.
Insomma, chi potrebbe ricordare Matteo Renzi se non il Berlusconi del ‘94? Forse a questa domanda retorica c’è una risposta. Però dobbiamo allargare lo sguardo all’Europa, oltremanica. Il nostro uomo è Tony Blair. The Boy. Il leader del New Labour, l’ex premier britannico alfiere della Terza Via. E questo ci consente di chiudere con una nota di colore. Perché è fresca di stampa la notizia che Rupert Murdoch abbia divorziato dalla moglie Wendi Deng a causa di una love story che lei avrebbe intrattenuto proprio con Blair. Inutile dire che l’irresistibile ascesa del giovane Tony dovette molto alla sua amicizia con Murdoch, e al sostegno espressogli dai tabloid di Murdoch durante tutte le tre campagne elettorali che lo videro vincitore. Il marketing, si sa, è importante. A ciascuno il suo tycoon. Il guru di Blair era Murdoch, “lo Squalo”; quello di Renzi si chiama Giorgio Gori: già dirigente Fininvest, ex direttore di Canale 5, fondatore della Casa di Produzione Televisiva Magnolia – quella del Grande Fratello e dell’Isola dei Famosi, per intenderci – e attuale marito di Cristina Parodi. Arriviamo sempre con vent’anni di ritardo, noi italiani. E siamo sempre più sfigati degli altri.

Manuel Lambertini

giovedì 7 novembre 2013

Il secolo di Camus

Albert Camus
(Mondovi, 7 novembre 1913 - Villeblevin, 4 gennaio 1960)
«Io non sono un filosofo. Non credo abbastanza alla ragione per credere a un sistema. Quello che mi interessa è sapere come bisogna comportarsi. E più precisamente come ci si può comportare quando non si crede in Dio o nella ragione».

Forse, a cento anni dalla nascita, lo scrittore – e filosofo – Albert Camus non avrebbe potuto ricevere omaggio migliore della biografia dedicatagli da Michel Onfray, L’ordine libertario (Ponte alle Grazie, 2013). Un’opera che nel ripercorrere la «vita filosofica» di Camus rimarca l’importanza centrale delle sue umili origini e delle sue vicende umane.
Nato nel 1913 a Mondovi, in Algeria, in una famiglia povera, perse il padre all’età di un anno e si trasferì ad Algeri con la madre, il fratello maggiore e la nonna materna. Minato fin da giovanissimo da una forma acuta di tubercolosi, si laureò in filosofia nel 1936 con una tesi su Plotino e Agostino, affiancando allo studio un’intensa attività politica e pubblicistica. Alcuni dei saggi scritti in quel periodo furono raccolti nel volume Il rovescio e il diritto (1937). Dopo aver aderito al movimento antifascista Amsterdam-Pleyel nel ’33 e al partito comunista nel ’34, fu licenziato dalla redazione di Soir-Républicain nel 1940 sotto le pressioni del governo coloniale. Si trasferì a Parigi pochi mesi più tardi. Nei drammatici anni dell’occupazione nazista, durante i quali non fece mancare il proprio sostegno alla resistenza, e nell’immediato dopoguerra, furono concepite molte delle sue opere più note: Lo straniero (1942), Il mito di Sisifo (1942), Caligola (1944), La peste (1947) e Lo stato d’assedio (1948).
Alla fine degli anni ‘40 Camus era ormai parte del circolo di intellettuali parigini legati all’editore Gallimard, con Jean-Paul Sartre, André Breton, André Malraux e molti altri. Ma le sue forti tendenze libertarie, talvolta in netto dissenso con l’ortodossia marxista-leninsta, unite ad una condanna senza appello del totalitarismo stalinista, portarono al suo definitivo isolamento dopo la pubblicazione de L’uomo in rivolta (1951), oggetto di una dura polemica con Sartre.
Jean-Paul Sartre e Albert Camus (1944)
Nelle parole di Michel Onfray, intervistato da Magazine Littéraire nel 2012, Camus è «il libertario per eccellenza, altrimenti detto: l’uomo libero», ben lontano dagli «anarchici guardiani del tempio» che «hanno sempre bisogno di compulsare Bakunin o Kropotkin per sapere cosa devono pensare». A renderlo unico, secondo Onfray, è proprio la sua formazione da autodidatta, nonché il fatto di essere «un uomo che non dipende dalla tribù, che non si costruisce guardandosi nello specchio della storia»: «Camus, figlio di poveri, fedele al suo ambiente d’origine, non intercala mai la sua biblioteca tra il mondo e se stesso, al contrario della gran parte degli intellettuali e dei filosofi che vanno per la maggiore. Se deve ragionare sulla miseria, non si chiede cosa ne dicessero Marx ed Engles, perché lui l’ha vista a casa sua, in una famiglia senza padre e con una madre disabile. Non commenterà un commentario, ma dirà cosa ha visto: quale metodo migliore per un filosofo?».
L’ingombrante reputazione con cui Camus è arrivato fino a noi è però quella di «filosofo dell’assurdo», che finisce per inserirlo a forza nel clima storico e culturale dell’esistenzialismo. Un tema, l’assurdità della condizione umana, che Camus delineò nelle pagine de Lo straniero ben prima di dedicarvi un’esplicita trattazione teorica.
Lo straniero (1942)
Meursault, il protagonista del romanzo, è un normale impiegato franco-algerino che trascorre le sue giornate nella più totale indifferenza. È straniero all’amore, alla paura della morte, all’amicizia, alla religione, e a tutte le passioni che riempiono l’esistenza degli altri esseri umani. Seppellisce senza una lacrima la madre appena morta in un ospizio. Il giorno dopo decide di andare al mare, incontra un’ex collega di ufficio, Maria, e con lei inizia una relazione. Finché, su una spiaggia assolata, dopo una lite nella quale non era direttamente coinvolto e che sembrava essersi risolta, uccide un arabo con quattro colpi di pistola. Senza un reale motivo. E senza cercare giustificazioni alla sua condotta neanche in sede processuale, affrontando un’evitabilissima condanna a morte con la stessa impassibilità. Nelle sagge parole del pubblico ministero che chiede la sua testa, «il vuoto dell’animo quale si ritrova in quest’uomo diventa un abisso dove la società può perire». Meursault non si conforma a nessuno dei dettami della società che non sia in linea con la propria natura. Ma la sua insensibilità, che pareva mostruosa, diventa profondamente umana nel momento in cui egli rifiuta convenzioni sociali che gli sembrano false, forzose, infelici, innaturali. Ed in attesa dell’esecuzione, grida al prete che gli fa visita in cella tutto ciò che ha imparato dalla sua breve vita, la vanità dell’esistenza e l’inevitabile trionfo della morte, su ogni uomo e su tutte le fedi; una verità crudele, che però non intende rinnegare: «Era come se avessi atteso sempre quel minuto… e quell’alba in cui sarei stato giustiziato. Nulla, nulla aveva importanza e sapevo bene il perché. […] Dal fondo del mio avvenire, durante tutta questa vita assurda che avevo vissuta, un soffio oscuro risaliva verso di me attraverso annate che non erano ancora venute e quel soffio uguagliava, al suo passaggio, ogni cosa che mi fosse stata proposta allora nelle annate non meno irreali che stavo vivendo. Cosa mi importavano la morte degli altri, l’amore di una madre, cosa mi importavano […] Dio, le vite che ognuno si sceglie, i destini che un uomo si elegge, quando un solo destino doveva eleggere me e con me miliardi di privilegiati che […] si dicevano miei fratelli?».
Nel protagonista de Lo straniero non si scorgono solo i disperati abissi del nichilismo senza uscita, ma anche le premesse creatrici de L’uomo in rivolta. «È una verità ancora negativa,» quella di Meursault, scrisse lo stesso Camus, «senza la quale però nessuna conquista di sé e del mondo sarà mai possibile». Per dirla con Nicola Chiaromonte: «Il sentimento della natura e della felicità naturale da una parte; quello della mortalità dell’uomo dall’altra. Questa dualità è un […] aspetto fondamentale di ciò che egli chiama assurdo. L’assurdo, in Camus, non è un concetto, ma uno stato d’animo: lo stato d’animo di un uomo che, sapendosi mortale, non può accettare, del mondo, che ciò che s’accorda con questo sentimento, ossia in sostanza il rispetto incondizionato della vita in quanto ricerca della sola felicità possibile: la felicità naturale».
"La libertà non è che una possibilità di essere migliori"
Albert Camus, Resistenza, Ribellione e Morte (1961)
A metà strada tra l’apatia di Meursault e l’uomo in rivolta c’è il mito di Sisifo. L’eroe che dopo aver sfidato gli dèi viene condannato per l’eternità a spingere un masso su una montagna, per vederlo ricadere ogni volta che raggiunge la cima, è eletto a simbolo dell’assurdità dell’esistenza umana. Una esistenza che vede confrontarsi l'indifferenza e l'opaca irragionevolezza dell’universo con «il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell’uomo». E l’uomo deve rendersi protagonista di una vera «rivolta metafisica», un movimento individuale che lo veda ribellarsi «contro la propria condizione e contro l’intera creazione», per rivendicare il diritto ad «un’unità felice» che fronteggi «la sofferenza del vivere e del morire». Egli deve affermare che «noi siamo davanti alla storia e la storia deve fare i conti con questo noi siamo che a sua volta deve mantenersi nella storia». Il noi siamo si concretizza nel valore della dignità umana «che non posso lasciare avvilire in me stesso e neppure negli altri»; un valore supremo, che nessun potere ha il diritto di calpestare; la cui violazione non può essere giustificata da alcun ideale o fine superiore; e che rifiuta qualsiasi forma di assolutismo.
È dunque nell’affermazione della propria libertà e nella gioiosa lotta contro una condizione assurda che l’essere umano può aspirare alla felicità: «Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».

Manuel Lambertini