sabato 28 febbraio 2015

Tra fracasso e silenzio

Leggere oggi questi versi di Wisława Szymborska – a oltre tre anni dalla morte della grande poetessa polacca, di cui La fine e l’inizio (1993) fu l’ultima opera data alle stampe prima dell’assegnazione del Premio Nobel, nel 1996 – significa vedersi scorrere davanti agli occhi le immagini degli sgozzamenti dell'Isis, raffinatissime nella tecnica, o le colonne di carri armati ucraini schierate lungo il Donbass, dove torna a farsi vivo il «contrasto tra sangue rosso e neve bianca». Perché più di ogni altro sentimento l’odio sa scaldare il cuore dell’uomo, «sa creare bellezza». Riempie le piazze e gli stadi. Scrive pagine di storia. Si serve della giustizia e ha l’ultima parola sulla fratellanza, sulla compassione, sul dubbio.


L’odio
di Wisława Szymborska

Guardate com'è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via.
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all'inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell'alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
 – lui solo.

Wisława Szymborska, La fine e l’inizio, 1993.

lunedì 5 gennaio 2015

Pino Daniele


A chi gli chiedeva se avesse paura della morte, a fronte di condizioni di salute già precarie, Pino Daniele opponeva un nettissimo diniego: «La morte? È la più grande bugia della vita».
La sua voce limpida e il suo cuore schietto, da artista allergico ai bluff dei professionisti dello spettacolo, erano entrati da decenni nel linguaggio quotidiano del popolo partenopeo, e le sue canzoni risuoneranno ora più forti che mai nei vicoli di una Napoli dalla bellezza sempre amara e struggente.
Terra mia, scritta oltre trent'anni fa, più di ogni altra potrebbe accogliere tutti i Sud del mondo in un abbraccio fraterno: dal Mediterraneo arabo all’Africa nera, alle impietose periferie delle metropoli latinoamericane. Una perla di poesia e sofferenza, un grido di dolore e di speranza in cui la «vita che se ne va» e la nera mestizia delle preghiere sembrano ricongiungere mare e cielo fino a sciogliersi in un eterno profumo di libertà.

mercoledì 24 dicembre 2014

Giovanni Bersani

Per tutti restava «il senatore», anche se la sua quarantennale carriera politica non si era protratta oltre il 1989. Nel percorrere un cammino costellato di successi, Giovanni Bersani aveva stretto amicizia con tutti i più grandi costruttori di pace del pianeta, da Albert Schweitzer a Madre Teresa di Calcutta, da Dom Helder Camara a Nelson Mandela. Oscar Luigi Scalfaro, durante la sua ultima visita sotto le Due Torri, gli rivolse un saluto colmo di affetto. E Romano Prodi parlava di lui con una riconoscenza che sfiorava la devozione. Si è spento serenamente oggi, alla veneranda età di cento anni, illuminando per un momento una concezione della politica tanto alta da non potersi mai davvero scindere dall'etica della carità.
Deputato DC per sei legislature, dal 1948 al 1976, nel 1952 fu scelto da De Gasperi come sottosegretario al Lavoro e alla Previdenza Sociale. Trascorse la settima legislatura a Palazzo Madama, per poi candidarsi al Parlamento Europeo, del quale aveva già fatto parte in qualità di membro nominato dal governo. Eletto nel 1979, aderì al Partito Popolare Europeo e venne riconfermato nel 1984.
A distinguerlo, in quegli anni, fu soprattutto il contributo che seppe offrire all’associazionismo cattolico, superando brillantemente gli ostacoli che un terreno sfavorevole come quello emiliano deve avergli riservato... Militò nelle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani (ACLI), delle quali fu vice-presidente, e poi nel più conservatore Movimento Cristiano dei Lavoratori (MCL). Nel 1972 fondò il Comitato Europeo per la Formazione e l’Agricoltura (CEFA) e avviò importanti progetti di cooperazione con la Repubblica Democratica del Congo, la Tanzania, il Kenya, la Somalia, il Cile, l’Argentina, i Paesi della ex Jugoslavia, il Marocco e il Guatemala, coinvolgendo e responsabilizzando le comunità locali. Nel 1997, infine, diede vita alla Fondazione Nord-Sud per la solidarietà internazionale, una onlus che favorisce lo sviluppo agricolo, sanitario e infrastrutturale dei Paesi poveri, operando secondo le pratiche del microcredito e del commercio equo e solidale.
Giovanni Bersani era un centenario vitale e non domato, fedele a quel pensiero sociale cristiano di cui la sua carriera politica e il suo impegno umanitario sono stati esemplare testimonianza. Nell'ultimo decennio gli attestati di stima gli erano piovuti da ogni parte. Nel 2004 il Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna ne aveva sollecitato la nomina a senatore a vita, attraverso una risoluzione accolta col plauso generale e sottoscritta da tutti i gruppi. Con un’adesione ancor più entusiastica e trasversale, nell'ottobre 2010, era stato accolto l’appello de Il Resto del Carlino di proporlo come candidato al Nobel per la Pace. Ma una volta di più il «senatore» Bersani si era schernito. Aveva chiesto di tagliare corto, di lasciar perdere, con l’operosità umile e schiva dell'uomo abituato a pensare al futuro. Senza concedersi autocelebrazioni di sorta.


Manuel Lambertini

domenica 21 settembre 2014

Il miracolo di Leonard Cohen

Leonard Cohen (Montreal, 21 settembre 1934)
C’è tutto Leonard Cohen nel duplice proposito di festeggiare l’ottantesimo compleanno con l’uscita di un nuovo album e con la vagheggiata riscoperta, dopo molti anni, del vizio della sigaretta. Ci sono il suo innato senso della disciplina e un fondo di radicalismo mai tradito, la fremente esaltazione e l’autodenigrazione. Nei prossimi giorni forse sapremo se la promessa di riprendere a fumare sia stata onorata; il nuovo disco è invece realtà: Popular Problems, in uscita il 23 settembre, si annuncia come il più "politico" dei suoi tredici album – nel cupissimo scenario di un’umanità disorientata da tragedie come l’11 settembre o l’uragano Katrina – e sembra preannunciare un’altra attesissima tournée.
«Viviamo prigionieri di un senso di paura e di sconfitta, minacciati da forze oscure che modificano le nostre vite», ha detto anche di recente, ribadendo quello che è sempre stato un punto fermo della sua poetica. «Tutti soffriamo, tutti siamo impegnati in una lotta per il reciproco rispetto. Dobbiamo cominciare a riconoscere che il nostro dolore è uguale a quello degli altri, che la nostra battaglia è legittima quanto quella dei nostri nemici».
Leonard Cohen e il maestro Roshi,
scomparso il 27 luglio 2014 a 107 anni.
Elementari necessità economiche ne avevano costretto il ritorno sulle scene, nel 2008, a seguito di una frode commessa ai suoi danni dalla manager Kelley Lynch: dopo essersi ritirato per circa sei anni nel monastero zen di Mount Baldy, a Los Angeles, ospite dell’amico e maestro Kyozan Joshu Sasaki Roshi, Cohen aveva scoperto che il suo conto in banca era stato prosciugato e i diritti d’autore delle  canzoni venduti. Rimessosi in pista, sarebbe incredibilmente riuscito a sconfiggere il fantasma del massacrante tour dell’album The Future (1992), che lo aveva fatto risprofondare negli abissi della depressione, e a regalarsi una volta per tutte il piacere del confronto col pubblico.
Se si potesse ripercorrere con uno sguardo il romanzo della sua vita, lo si vedrebbe studiare il Talmud e l’arte dell’ipnosi nella Montreal degli anni ’40, e imbattersi con incontenibile meraviglia nelle poesie di Federico García Lorca. Lo si ritroverebbe nell’isola di Idra, in Grecia, insieme all’amata Marianne e all’amico poeta Irving Layton; oppure all’Avana, in attesa di poter difendere la Revolución da un eventuale attacco americano; o ancora nel deserto del Sinai, a cantare per le truppe israeliane schierate nella guerra del Kippur e a scrivere il testo di Lover, lover, lover, poi dedicata «agli eserciti di entrambe le parti».
È attraverso la sua opera, le sue poesie in musica, che ciascuna di queste pagine viene illuminata con rigore ed eleganza, in un miracoloso vortice di fede, amore, perdizione, misericordia. Vi si ritrovano, tutte insieme, le donne della sua vita: Suzanne Verdal, la ballerina «mezza matta» della casa «vicino al fiume», che gli offre «tè ed arance venute dalla Cina»; Marianne Ihlen, la musa di So Long, Marianne; ma anche Joni Mitchell, l’algida Nico – protagonista della disperata One Of Us Cannot Be Wrong – e Janis Joplin, ricordata nella struggente Chelsea Hotel; poi Suzanne Elrod, madre dei suoi due figli, Adam e Lorca, la fotografa Dominique Issermann, l’attrice Rebecca de Mornay, la pianista Anjani Thomas e altre ancora.
Leonard Cohen e il chitarrista Javier Mas
È un universo, quello di Cohen, dove l’amore carnale e la fede sembrano concorrere in egual misura ad alleviare le sofferenze umane e a riempirle di senso, come nel brano che lo ha reso immortale, quell’Hallelujah scritta in cinque lunghi anni, e nell'ancor più intensa If It Be Your Will: «Lascia che la tua misericordia si riversi / su tutti questi cuori che bruciano all'inferno / se è tua volontà / di farci stare bene». Quando, in un’intervista del 1994, gli fu chiesto quale canzone avrebbe voluto scrivere, la sua risposta fu: «If It Be Your Will. E l’ho scritta io».
«Se conoscessi il luogo in cui abitano le canzoni lo visiterei più spesso», è una delle sue battute più frequenti. E oggi che ha dichiarato di aver prodotto Popular Problems sotto l’influsso di un’ispirazione torrenziale, sembrano trovare conferma le parole della sua biografa Sylvie Simmons, secondo cui il tour del 2008 e l’album Old Ideas del 2012 gli avrebbero fatto raggiungere quella condizione di leggerezza e serenità che aveva sempre cercato. Sono stati invece smentiti coloro che avevano visto Old Ideas come un congedo, per quanto ancora incisivo e disinvolto: Leonard Norman Cohen, ebreo osservante «nato con l’abito» e monaco zen dal sorriso obliquo, non ha in programma alcun commiato.


Manuel Lambertini

lunedì 11 agosto 2014

Dio salvi i senatori a vita!

Da sinistra: Renzo Piano, Elena Cattaneo,
 il Presidente del Senato Pietro Grasso e Carlo Rubbia.
Palazzo Madama, Roma, 4 settembre 2013.
Della riforma costituzionale approvata in prima lettura al Senato – che al pari di tutti gli sgangherati pacchetti di riforme «istituzionali» o «strutturali» visti finora avrà come principale funzione quella di riempire le scalette dei talk show per i prossimi quindici anni – all’opinione pubblica italiana non potrebbe importare di meno. Lo ha scritto Scalfari su Repubblica, lo si sente dire in ogni bar di ogni provincia d’Italia. E riguardo allo stesso disegno di legge, non c’è stato quasi nessuno che abbia avuto lo slancio di criticare l’abolizione dell’istituto dei senatori a vita. Persino sul sito web del Fatto Quotidiano si poteva leggere lo stucchevole tweet: «Riforme, aboliti i senatori a vita. Finalmente una misura che allevia l’esistenza a milioni di disoccupati». Insomma: ci sono tutti gli elementi perché sia io a occuparmi dell’argomento.
Se la riforma del Senato dovesse uscire immutata dal lungo iter parlamentare che la attende, i cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica resterebbero in carica sette anni. Una scelta deliberata il 4 agosto, lo stesso giorno in cui si è votato il mantenimento dell’immunità parlamentare: «Per rispetto ai nostri padri costituenti non possiamo distruggere qualcosa che è stato immaginato come corollario della nostra Costituzione», ha detto il capogruppo del Pd Luigi Zanda… E con ragione! Benché i maligni possano covare il sospetto che la sua deferenza fosse rivolta più a Berlusconi che ai «padri costituenti», non è dato vedere alcun valido motivo per riservare ai 100 membri del futuro Senato un trattamento di sfavore rispetto ai ben 630 deputati che dell’immunità continuerebbero a beneficiare!
Ora, anche alla luce della spiccata sensibilità istituzionale del senatore Zanda, sarebbe forse scandaloso voler sapere come mai ai senatori a vita sia toccata una sorte diversa? Credo sia giusto chiederselo, anche rischiando di porsi al di fuori di un comune sentire che li irrideva ormai da anni. Stiamo parlando di figure a cui sono molto affezionato, lo ammetto. Addirittura resto fermamente convinto che nessun altro istituto dell’Italia repubblicana sia stato all’altezza delle proprie funzioni quanto quello dei senatori a vita, anche nei casi di persone nominate per chiare ragioni di opportunità politica.
Da sinistra: Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano,
Rita Levi-Montalcini, Carlo Azeglio Ciampi, Carlo Rubbia.
Palazzo del Quirinale, Roma, 20 aprile 2009.
La sola voce levatasi in loro difesa, per quanto ne so, è stata quella di Elena Cattaneo, che peraltro si è limitata a sottolineare come «una buona parte della politica voglia effettivamente fare a meno di molte competenze per decidere in autonomia». In autonomia dai «parrucconi», certo, ma anche dal resto della cittadinanza, e col beffardo pretesto di «tagliare le spese». Anzi, se c’è un elemento di coerenza nelle ultime riforme istituzionali è proprio la sistematica riduzione degli spazi della democrazia e della rappresentanza. Quali benefici potranno mai scaturire da un Senato non elettivo, composto di persone nominate dai sindaci e dai consiglieri regionali? Una situazione surreale, ridicola. Soprattutto alla luce del consenso di cui le stesse riforme sembrano godere in Parlamento e nel Paese, e dell’insofferenza con cui sono guardati i «dissidenti».
Ecco, l’abolizione dei senatori a vita non è che un piccolo segnale di questa deriva “barbarica”, nel senso neutro della parola: l’ostentata ignoranza del linguaggio della politica, il dilettantesco disprezzo per i suoi meccanismi, per le sue incastellature formali, per i suoi simboli. Davvero si può gioire di fronte all’abolizione di un istituto che dal 1948 ad oggi ha annoverato tra i propri dignitari personalità come don Luigi Sturzo, Ferruccio Parri, Eugenio Montale, Pietro Nenni, Eduardo De Filippo, Norberto Bobbio, Mario Luzi, Rita Levi-Montalcini, Giulio Andreotti, Claudio Abbado? Se non è barbarie questa… Eppure sarebbe ingiusto addebitare ogni responsabilità al governo Renzi: i Cinquestelle avevano perfino proposto l’abolizione totale del Senato, con l'ovvia conseguenza che anche le leggi di revisione costituzionale avrebbero dovuto essere approvate dalla sola Camera!
Non c’è dubbio: i protagonisti della nuova politica italiana, tutti imbevuti di un berlusconismo peggiore dell’originale, stanno liquidando una storia più grande di loro. Con quale criterio logico lo stiano facendo, poi, rimane un mistero. Perché assegnare al Capo dello Stato la prerogativa di nominare cinque senatori «per meriti illustri» precisando poi che gli effetti di tali meriti si estingueranno dopo sette anni, senza possibilità di un secondo mandato? La mia è un’obiezione più di forma che di merito, una riserva quasi estetica: che senso ha tutto questo?
Al di là dell’irrisoria riduzione dei costi prevista dall’operazione, l’unico valido motivo che potrebbe animarla sarebbe l’intima certezza che non esistano né esisteranno più eccellenze pari a quelle del passato, insieme a un’incrollabile convinzione nell’idea che non possano esservi meriti tanto alti da implicare l’assegnazione di una qualsiasi carica pubblica «a vita».
Ebbene, io intendo combattere l’una e l’altra idea: per tenere viva la gratitudine e il senso di meraviglia nei confronti di chi, nel presente, illustra «la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». Chi meglio potrebbe occupare gli scranni di Palazzo Madama tra Dario Fo, Umberto Eco, il già citato Eugenio Scalfari, Stefano Rodotà, Pietro Citati, Giorgio Albertazzi, Marco Pannella, Gino Strada, Francesco Guccini, Ennio Morricone, Carla Fracci, Renzo Arbore? Quanti nomi dovremmo ancora aggiungere!
Lo scranno di Giulio Andreotti
Alcuni di loro onorerebbero l’investitura regalandoci grandi interventi e indimenticabili furori, altri vi rinuncerebbero il giorno stesso della nomina, come già fecero Arturo Toscanini e Indro Montanelli. Quest’ultimo, in particolare, era convinto che il potere andasse tenuto «a debita distanza»: «In questo mondo in cui tutti si scannano per ficcarsi in, io sono nato out, e out devo restare», scrisse al presidente Cossiga. È il caso di dire che sbagliò, se si considera quello che avrebbe potuto dare. Ed era anche clamorosamente sbagliata la famosa battuta sul berlusconismo in cui affermava: «Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino». L’ultimo decennio gli ha dato torto, e oggi Berlusconi è più in che mai: detta l’agenda politica al governo e alle opposizioni, è entrato a far parte del loro stesso codice genetico. Solo il futuro dirà se Montanelli avesse invece ragione quando emetteva un altro lapidario verdetto, tremendamente rinunciatario ma mai smentito dai fatti: «In Italia si può cambiare soltanto la Costituzione. Il resto rimane com’è».

giovedì 17 luglio 2014

Johnny Winter

John Dawson Winter III
(Beaumont, Texas, 23 febbraio 1944 - Zurigo, 16 luglio 2014)
Un cappellaccio da texano da cui spiovevano lunghi capelli bianchi, che sotto le luci dei riflettori diventavano fosforescenti; braccia magrissime ma vigorose, disseminate di tatuaggi. Johnny Winter, settant'anni compiuti a febbraio, si è spento improvvisamente in un hotel di Zurigo, a pochi giorni dal suo ultimo concerto in Austria.
Albino come il fratello Edgar, che per tutta la vita lo ha accompagnato in giro per il mondo, era considerato uno dei più grandi chitarristi blues in attività; talento e carisma gli avevano però fatto oltrepassare i confini del genere, e il suo virtuosismo con la chitarra slide poté arricchire di interpretazioni memorabili alcuni tra i più grandi classici rock, da Johnny B. Goode di Chuck Berry a Highway 61 Revisited di Dylan.
Calcava le scene dall’età di quindici anni, con dedizione e disciplina, tra abusi di alcol e droghe e collaborazioni straordinarie. Appena diciassettenne, si dice avesse convinto il già celebre B.B. King a cedergli palco e chitarra, entusiasmando un pubblico di soli neri. Al suo primo album, The Progressive Blues Experiment (1968), avevano partecipato musicisti del calibro di Willie Dixon e Little Walter. Nel 1969 si era esibito all’ultima giornata del Festival di Woodstock, un’esperienza che fin da allora parve segnare in modo indelebile tutta la sua carriera. Aveva poi condiviso il palcoscenico con Jimi Hendrix e gli era stata attribuita una breve relazione con Janis Joplin. Il suo nome, non solo tra i cultori dell’electric blues, sarebbe entrato nello stesso Pantheon di John Lee Hooker, Jimmy Page, Eric Clapton, Allman Brothers e Lynyrd Skynyrd.
Johnny Winter al Festival di Woodstock nel 1979
Nelle vesti di produttore gli si deve la rinascita musicale del suo mito di gioventù, Muddy Waters, di cui ha prodotto dischi come Hard Again (1977), I’m Ready (1978) e King Bee (1981): Waters lo avrebbe definito «il mio figlio adottivo».
Tra gli album di maggior successo, Saints & Sinners (1974), Nothin’ But The Blues (1977), l'amatissimo Guitar Slinger (1984) e Let Me In (1991), oltre a un numero sterminato di registrazioni live. Premiato con il Grammy Award nel 2004 per I’m a Bluesman, la rivista «Rolling Stone» lo ha collocato al 63esimo posto tra i 100 migliori chitarristi di tutti i tempi. Sono infine freschi di realizzazione il documentario Johnny Winter: Down and Dirty (2014), presentato in occasione del suo settantesimo compleanno, e l'album Step Back, che sarà pubblicato postumo.
Reduce di un’esistenza vissuta sulla strada, Winter era stato in Italia solo poche settimane fa, alla fine di maggio, per esibirsi in un mini tour di tre date a Roma, Udine e Mezzago. Nel febbraio 2012 aveva invece fatto tappa al Teatro Novelli di Rimini, con la tournée dell’album Roots. Ebbi il privilegio di incontrarlo lì. Insieme alle poche persone che si erano radunate davanti al teatro qualche ora prima del concerto, vidi parcheggiare il camper sul quale riposava. Erano appena arrivati dall'Est Europa, ci disse una sua giovane assistente, ma se avessimo aspettato qualche minuto saremmo stati ricevuti uno alla volta. Quando arrivò il mio turno, fui accompagnato al suo tavolo. Mi trovai davanti una creatura nobile, esile, fragilissima; i capelli mi sembrarono più radi, forse perché raccolti dietro a un grande cappello da cowboy. Capii subito che era diventato quasi cieco; ricordo l’impegno e la fatica con cui autografò la piccola fotografia che gli avevo portato, chinando il capo quasi fino a sfiorarla col viso.
Rimini, 25 febbraio 2012
Forse per una suggestione legata al luogo dell’incontro, mi venne in mente l’oracolo ermafrodita di Fellini Satyricon, gallina dalle uova d’oro di una corte dei miracoli decisa a sfruttarne fino in fondo le doti e la fama. Prima di andare via volli stringergli la mano, e per attirarne l’attenzione dovetti toccargli le dite: restai stupito dalla risolutezza della sua presa, da quanta forza avesse conservato; e scacciai ogni pensiero cinico. Johnny Winter sapeva che ad affollare i suoi concerti erano persone legate a una leggenda del passato, già appagate e spesso incapaci di pretendere alcunché dalle nuove performance di un così grande sopravvissuto. Ma non poteva vivere in modo diverso. Era scritto che il suo cammino dovesse interrompersi senza attese, nella frugalità di un luogo senza importanza, come in una sublime e dolente improvvisazione blues.
Sempre su un palco, sempre sulla strada. Gli sia lieto il prossimo viaggio.

Manuel Lambertini

sabato 10 maggio 2014

Dove siete, femministe?

Con l’arresto di Riccardo Viti, responsabile della morte di Andreea Cristina Zamfir e di indicibili violenze ai danni di un numero imprecisato di prostitute nella provincia di Firenze, il caso del "mostro di Ugnano" è da considerarsi chiuso. Eppure a me resta un interrogativo che covava ormai da tanto tempo. Dove sono le attiviste per i diritti delle donne, in particolare quelle di orientamento progressista, ogni volta che a subire violenza è una prostituta?
La tragedia di Andreea ha suscitato molta compassione, perché la sua storia non poteva lasciare indifferenti: era molto giovane, aveva un marito e due figli; e pare stesse vivendo una condizione di povertà, sfruttamento, violenza domestica, tossicodipendenza.
Ma se la vittima avesse avuto un profilo biografico appena diverso, meno tormentato, e se la scelta di prostituirsi fosse stata del tutto volontaria e consapevole, che differenza avrebbe fatto in relazione alla gravità del delitto? Qualcuno può forse credere che una violenza carnale – se non la morte più atroce – debba essere compresa tra le normali conseguenze del vendere il proprio corpo?
Eccoci al punto. Dove siete, femministe? Dove siete quando le vittime della violenza di genere violano i vostri dogmi con una condotta "irregolare", quando non corrispondono al vostro cliché di donna/moglie/madre stalkizzata, umiliata tra le mura di casa o ridotta al silenzio da uomini intimamene consapevoli di aver perso il loro dominio sociale?
Non mi risulta che per casi come quello di Andreea, così scandalosamente frequenti, vi siate mai prodigate in particolari manifestazioni di solidarietà. Non mi risulta che siate scese in strada a organizzare fiaccolate o che abbiate espresso la vostra vicinanza alle vittime attraverso un qualche tentativo di sensibilizzazione pubblica. E non mi pare nemmeno che abbiate tentato di contrastare culturalmente quel tipo di approccio al problema della prostituzione che obbedisce solo a logiche di ordine pubblico e di decoro urbano, senza prestare la minima attenzione alla necessità di tutelare le prostitute stesse, la loro dignità di persone, il loro diritto di non essere sfruttate e violentate.
Eravate forse troppo impegnate a promuovere le quote rosa ad ogni livello della società? A protestare per la bocciatura della "parità di genere" in Parlamento? A criticare la "satira sessista" e a difendere Laura Boldrini e le deputate Pd dagli insulti "a sfondo sessuale" del Movimento 5 Stelle? Non è che anche per voi, care femministe, la vita di certe donne valga meno di quella di altre?
È di scottante attualità, in Francia, una polemica che vede la maggioranza delle militanti femministe dileggiare e insultare le prostituite organizzate in associazioni volontarie, escludendole da battaglie cui vorrebbero prendere parte al fianco di tutto il genere femminile. Non credo che la posizione delle femministe italiane sia diversa. Non credo, insomma, che abbiano mai messo in discussione l’autoreferenzialità di ideologismi grotteschi e esasperati, lontani anni luce dalle sacrosante lotte di emancipazione del passato; preconcetti che rivelano tutta la loro infausta portata nel momento in cui arrivano a respingere un’umanità a volte sofferente e a volte allegramente disinvolta, ma sempre ferita ed emarginata.
«Nel mondo esiste la bellezza ed esistono gli oppressi», diceva Albert Camus. «Per quanto difficile possa essere, voglio restare fedele ad entrambi».

Manuel Lambertini