domenica 24 aprile 2011

Vittorio Arrigoni

Vittorio Arrigoni con una bimba di Gaza
«Restiamo umani». Erano le due parole con cui «Vik Utopia», al secolo Vittorio Arrigoni, concludeva i suoi articoli. È il titolo del libro che ne raccoglie gli scritti. E sarà il nome della spedizione navale che tenterà di forzare il blocco israeliano della Striscia di Gaza: «Freedom Flotilla Stay Human».
Con l’uccisione di Arrigoni i fondamentalisti islamici hanno spento la voce più libera e più appassionata della causa palestinese. Il suo nome aveva acquisito grande notorietà tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009: mentre l’esercito israeliano assediava la Striscia di Gaza, durante quell’operazione Piombo Fuso che avrebbe provocato circa 1300 vittime, Vik era l’unico testimone occidentale presente sul campo, e il blog Guerrilla Radio divenne in quei giorni il più visitato d’Italia. Gli uomini che lo hanno strangolato appartenevano ad una cellula salafita legata ad al-Qaeda che la polizia di Hamas sembra avere già smantellato. Oggi Bulciago lo ha salutato per l’ultima volta, con la stessa commozione con cui nei giorni scorsi gli avevano reso omaggio gli abitanti di Gaza.
Del suo assassinio hanno parlato proprio tutti… Lungi dall’associarsi al cordoglio del presidente Napolitano («Questa barbarie terroristica suscita repulsione nelle coscienze civili»), il deputato di Iniziativa Responsabile Giancarlo Lehner, con alle spalle due condanne per diffamazione aggravata, ha voluto rendere pubbliche le proprie autorevoli riflessioni: «Sorprende che il presidente della Repubblica abbia potuto spendere parole di solidarietà per Arrigoni, un povero ragazzo, certo, confuso e sfortunato, eppur complice di Hamas, conclamato militante antisemita e antisionista, ammazzato da chi lo ha voluto superare a sinistra nell’antisemitismo». E in quanto ad autorevolezza, non poteva mancare l’opinione di Maurizio Belpietro… «Lasciamolo là», titolava Libero a tutta pagina, mentre l’editoriale del direttore si scagliava contro la richiesta dei familiari di non far transitare il corpo del cooperante in territorio israeliano: «Che il giovane volontario lombardo odiasse tutto ciò che gli ricordava la stella di David è noto. Sul suo blog si possono leggere le parole con cui accusava il premio Nobel per la pace Simon Peres di sterminare i bambini con le bombe al fosforo bianco, o il disgusto con cui rifuggiva dai libri di scrittori israeliani favorevoli al dialogo con i palestinesi come Amos Oz e Abraham Yehoshua, definendole pagine sporche di sangue. E dunque comprendo che la madre – la quale ha dichiarato di condividere le opinioni del figlio e di essere orgogliosa di lui – voglia idealmente proseguirne la battaglia, a nome di coloro i quali Vittorio riteneva essere gli unici e i soli oppressi». Non si è fatto attendere neppure il commento di Pierluigi Battista, che dalle pagine del Corriere della Sera imputava ad Arrigoni un «odio […] assoluto nei confronti dello Stato di Israele, descritto e demonizzato nel suo blog come l’espressione di ogni nefandezza, la manifestazione di uno scandalo storico che non ammetteva mediazioni e non concedeva nulla, ma proprio nulla, alle ragioni del Nemico». Per non parlare di Radio Israel, che lo ha liquidato come un «utile idiota», o del macabro «Arrivederci, Arrigoni» che campeggiava su Stop the Ism, il sito ultrasionista americano in guerra con i pacifisti dell’International Solidarity Movement: nei giorni dell’operazione Piombo Fuso, il gestore del sito Lee Kaplan aveva persino auspicato l’eliminazione del «terrorista» Arrigoni, colpevole di fare da scudo umano alle ambulanze che trasportavano i feriti di Gaza.
"Vik Utopia" con Handala, il bambino
palestinese nato dalla penna di Naji al-Ali
Informazione di regime e industria mediatica sembrano essersi coalizzate per sminuire, svilire e affossare il valore di un sacrificio che mai comprenderanno. Però non hanno tutti i torti. Vittorio Arrigoni vedeva nel dramma palestinese il paradigma di ogni ingiustizia. La sua adesione alla causa era davvero «totalizzante, assoluta, mistica, senza riserve, dubbi, sfumature», per dirla ancora con Battista. Le sfumature, nella sua esperienza quotidiana, rischiavano effettivamente di perdersi dinanzi al numero delle vittime palestinesi, sei volte superiore a quello dei morti israeliani, e svanivano di fronte ai crimini di guerra perpetrati dallo Tzahal. Vik pensava anche che Israele fosse uno Stato di apartheid, come ha polemicamente fatto notare Belpietro: la sua opinione ricalcava quella di Nelson Mandela e dell’arcivescovo Tutu. Condivideva il destino e le sofferenze della gente di Gaza. Era la voce dei senza volto. E non poteva tollerare che Roberto Saviano scendesse in piazza dalla parte di Israele (per giunta in una manifestazione organizzata da Fiamma Nirenstein!), né che Marco Travaglio si schierasse con un governo, quello israeliano, responsabile di continue violazioni del diritto internazionale. Facile, dunque, additarlo come antisionista, come antisemita. Accuse già sperimentate con successo sullo scrittore Josè Saramago, sul compositore Mikis Theodorakis, sull’ex presidente americano Jimmy Carter, sullo storico israeliano (ed ebreo) Ilan Pappé, sull’UNRWA, sull’ONU e così via… Denunciare i crimini israeliani, di questi tempi, non paga. Anzi: il punto di forza dei sionisti acritici sta proprio nell’allarmismo con cui preconizzano un fantomatico revival antisemita, nel vittimismo con cui si ergono a minoranza sempre discriminata e sempre zittita da orde di militanti filo-palestinesi, quasi non fossero loro stessi (e il loro ignobile silenzio) a dominare i media occidentali.
Mani «amiche» hanno ucciso Vittorio Arrigoni, ripetevano maliziosamente gli opinionisti di cui sopra. Ma la sua causa non è morta. Nessuno, tra gli amici e i familiari, sembra essersi lasciato andare allo sconforto, allo scetticismo, al disincanto: nessuno si è sentito tradito dal popolo palestinese. E di lui resterà quel grido disperato e testardo, più forte di ogni schiamazzo. Ancora una volta, restiamo umani. O torniamo ad esserlo.

Manuel Lambertini

lunedì 4 aprile 2011

I sessant’anni del «Principe» De Gregori

Il sessantesimo compleanno, nella quarantennale carriera di Francesco De Gregori, coincide con un nuovo inizio. Trent’anni dopo il tour di Banana Republic, canta di nuovo insieme a Lucio Dalla in Work in Progress (2010), e torna ad infiammare i teatri di tutta Italia.
Tra indimenticabili successi e qualche momento di sconforto, il «Principe» dei cantautori italiani ha attraversato con ostinazione una straordinaria avventura artistica, oggi ripercorsa dal volume di Claudio Fabretti Francesco De Gregori. Fra le pagine chiare e le pagine scure (Arcana edizioni, 2011). Dagli esordi al Folkstudio di Roma nel 1970 al primo tour con Antonello Venditti, e all’album Theorius Campus (1972). Poi la visibilità come cantante solista grazie ad Alice, e il successo con Rimmel nel 1975. Di qui la collaborazione con Fabrizio De Andrè, che per lui sarebbe rimasto un insostituibile punto di riferimento, e il successivo album Bufalo Bill (1976), realizzato con la partecipazione di Lucio Dalla e Ivan Graziani. «Dylaniano fino al midollo», il 2 aprile 1976, durante un concerto al Palalido di Milano, De Gregori fu “processato” sul palco dai collettivi studenteschi con l’accusa di ricevere cachets troppo alti e di non destinarli alle lotte operaie. Dopo un ritiro di due anni, riapparve sulle scene accompagnato dalle note di Generale e di Ma come fanno i marinai (1978), preludio del lungo sodalizio con l’amico Dalla. Poi si susseguirono canzoni come Viva l’Italia (1979), Titanic (1982), La storia (1985), Il bandito e il campione (1993)… Fino alla più recente Vai in Africa, Celestino! (2005), che già suona come un classico.
A dispetto del pur autorevole filone narrativo-storico-politico, è nelle canzoni d’amore «virate a tinte fosche», scrive Fabretti, che si è consumata «la sua più importante rivoluzione semantica e concettuale». È sempre stato un artista libero, Francesco De Gregori. Sempre in equilibrio sul crinale delle emozioni. Sempre combattuto tra il rischio di una dolcezza forzata e i più coinvolgenti afflati narrativi. Ed è proprio per questo che al «Principe» De Gregori si deve perdonare tutto. Anche quel carattere impossibile che negli ultimi anni sembra essersi attenuato. E perfino il suo inossidabile legame con Marco Pannella!


Manuel Lambertini

giovedì 17 marzo 2011

150 anni



«I leghisti al Consiglio regionale lombardo rifiutano l’inno di Mameli. Per il resto vanno a caccia di poltrone e presidenze… nazionali». A esordire con queste parole, alla vigilia del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, è un editoriale di Giorgio Vecchiato pubblicato on line da Famiglia Cristiana. Ieri il Card. Bertone si è recato al Quirinale con un messaggio di Papa Benedetto XVI: «L'unità d'Italia, realizzatasi nella seconda metà dell'Ottocento ha potuto aver luogo non come artificiosa costruzione politica di identità diverse, ma come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo». Invece per gli uomini del Carroccio l’«identità nazionale forte e radicata» sembra esser questione di stati d’animo, oltre che di opportunità politica: due giorni fa i consiglieri regionali leghisti in Lombardia disertavano l’aula al momento dell’inno di Mameli, tra alzate di spalle e polemiche di facciata...
«Rifiutarsi di cantare l'inno di Mameli, anzi rimpiazzarlo al bar con brioche e cappuccino, - fa notare ancora Famiglia Cristiana - è uno di quei giochetti che danno ai protagonisti un brivido gladiatorio, non comportano rischio alcuno, procurano titoli sui giornali e spazi in tv». I leghisti «non cantano l’inno nazionale e nemmeno vogliono ascoltarlo: ma se vengono in ballo presidenze di banche e direzioni di enti, anch’essi nazionali come Mameli; se oltre alle manovre romane c’è da occupare poltrone regionali, provinciali, comunali e rionali; se insomma si tratta di distribuire posti e prebende ad ogni livello, la Lega è già piazzata in prima linea. Oggi, a spregio dell’inno, la brioscina alla buvette. Domani antipasti, tartufi e caviale, primi piatti a piacere, secondi con carne, pesce  e cacciagione assortita, eventuali aggiunte fuori menu, dessert. E bicarbonato in ampolla con l’acqua del Po, per mandar giù tutto. Se serve, cantando».
Persino il critico musicale dell’Osservatore romano, Marcello Filotei, ha velatamente polemizzato con la Lega: «Ascoltando il Nabucco per intero, chi non fa propri i valori dell'unità, potrebbe cogliere l’occasione se non per cambiare idea - solo i visionari come Mazzini riconoscono tanto potere alla musica - almeno per scegliere un altro compositore di riferimento».
I leghisti, com’è noto, non riescono a liberarsi dalle irresistibili pulsioni secessioniste; ma almeno la “questione romana” sembra essersi risolta per il meglio… «La Conciliazione - ha scritto il Santo Padre nel suo messaggio a Napolitano - doveva avvenire tra le Istituzioni, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto. Anche negli anni della dilacerazione i cattolici hanno lavorato all’unità del Paese». Insomma: il non expedit di Pio IX e la sua esortazione a non partecipare alla vita politica italiana sono acqua passata. «Passate le turbolenze causate dalla “questione romana”, giunti all'auspicata Conciliazione, anche lo Stato Italiano ha offerto e continua ad offrire una collaborazione preziosa, di cui la Santa Sede fruisce e di cui è consapevolmente grata». Collaborazione che oggi si concretizza in una questua annuale di 4 miliardi di euro: soldi pubblici deliberatamente elargiti alla Chiesa. Ma questa è un’altra storia.

Manuel Lambertini



sabato 12 marzo 2011

Nilla Pizzi


La regina della musica italiana ci ha lasciato. Nilla Pizzi, che avrebbe compiuto 92 anni il 16 aprile, era ricoverata da tre settimane in una clinica milanese. L’album di inediti annunciato per quest’anno non vedrà mai la luce: ora l’interprete più popolare degli anni ’50 è patrimonio esclusivo della storia della canzone. Censurata dal regime fascista perché troppo sensuale, la sua straordinaria vocalità accompagnò gli entusiasmi del secondo dopoguerra, colonna sonora leggera e distesa dei valori tradizionali, dei patimenti d’amore, delle sofferenze degli umili e dell’emigrazione italiana all’estero. Resterà per sempre l’icona della «bella canzone popolare, quella che ti fa cantare alle feste, ai matrimoni, alle scampagnate, in corriera. Cose che portano il buonumore, l'allegria e magari qualche bel ricordo».
Adionilla Negrini Pizzi era nata nel 1919 a Sant’Agata Bolognese, e per tutta la vita ha portato con sè la genuinità saggia e gioviale  della sua terra. Appena diciottenne, nel 1937 vinse il concorso di bellezza “5000 lire per un sorriso”; fu poi assunta all’Eiar, e cominciò ad esibirsi con l’orchestra Zeme. Dopo un breve allontanamento dalle scene, nel 1946 entrò nell’orchestra del maestro Cinico Angelini, con cui ebbe una relazione sentimentale. Il 1951 la vide trionfare al primo Festival di Sanremo, con Grazie dei fior, e aggiudicarsi anche la seconda posizione insieme ad Achille Togliani, grazie al brano La luna si veste d’argento. L’anno successivo fu protagonista di un record rimasto imbattuto, conquistando da sola le prime tre posizioni, con canzoni destinate a imprimersi nell’immaginario collettivo: Vola colomba, Papaveri e papere e Una donna prega. La sua avventura artistica proseguì tra film, trasmissioni radiofoniche, partecipazioni televisive e qualche amore tormentato (prima con Luciano Benevene, col quale duettò, tra l’altro, in Avanti e indrè; poi con Gino Latilla, che per lei tentò il suicidio). Al Festival del 1958 si classificò seconda, dopo Nel blu dipinto di blu di Modugno: ma lo stesso brano, L’edera, un anno dopo vinse Canzonissima.
Nel rievocare gli anni d’oro della carriera, avrebbe successivamente paragonato l’ascesa al successo ad una scala: «Ad un certo punto, se sei fortunato, tocchi la cima, come ho fatto io nei primi anni '50. E allora l'importante e’ trovare il modo giusto di scendere. Io ho cercato di scendere senza scivolare e senza rompermi il collo. Così mi sono sistemata sul mio gradino, da dove ho continuato a cantare, a far serate, a divertirmi».
Prima di essere colpita da ischemia, nel 2003, annunciava di voler intraprendere il tour estivo di uno spettacolo con Platinette. Già nel 2001, con la supervisione di Paolo Limiti, aveva interpretato una versione rap di Grazie dei fiori insieme alla boyband 2080, e a Ferragosto dello stesso anno era stata madrina del Gay Pride di Torre del Lago (Lucca). Dal 2008, inoltre, rinnovava il proprio sostegno all’Istituto Ramazzini di Ozzano dell’Emilia, esibendosi con l’amico Giorgio Consolini in favore della ricerca sul cancro. Commentando la sua apparizione al 60esimo Festival di Sanremo, nel 2010, Mario Luzzatto Fegiz l'aveva ricordata come un’«artista che negli anni d'oro spiccava non solo per la tecnica vocale, ma per il carattere sincero ed emotivo (che la portò poi a dichiararsi fino all'ultimo attratta dal fascino di Bettino Craxi). La regina di Casetta in Canadà e Papaveri e Papere (che lei ha sempre sostenuto essere una canzone-metafora sul dominio dei ricchi sui poveri) offriva un'immagine pubblica rassicurante, ma il privato conosceva anche la burrasca della passione come il suo amore per Gino Latilla, marito della sua migliore amica Carla Boni. Ma per il pubblico, con la sua voce rotonda, accattivante e lineare, era il simbolo della donna che “stimola ma non stordisce”».
Durante la sua ultima apparizione in tv, nel corso della trasmissione Minissima 2010 dedicata ai settant’anni di Mina, il conduttore Paolo Limiti lesse una lettera indirizzatale dalla “Tigre di Cremona”: «Carissima Nilla, tu sei sempre stata la regina. Bastava chiamarti Nillapizzi, tutto attaccato, come se fosse un soprannome più elegante di ogni metafora. Sei sempre stata bella. Io ho imparato molto dalla tua voce. Ed è giusto ammetterlo, finalmente. Ho cercato di arrotondare la voce, di schiacciarla, di infantilizzarla, di mascolinizzarla, di strapazzarla, di renderla più autorevole proprio nelle emissioni, ho lavorato sulle vocali e sulla doppie come tu hai sempre suggerito, magari inconsciamente. Grazie, Nilla. Ti mando un grande bacio. E lasciami dire che ti vogliamo bene, che sei sempre tu la regina. Ti voglio bene. Tua Mina».  


Manuel Lambertini

«A brigante, brigante e mezzo!»

Molti dei promotori dell’appello che segue hanno aderito alla manifestazione di oggi, in difesa della Costituzione repubblicana e della scuola pubblica. Il recente disegno di legge sulla giustizia è l’ultimo, umiliante attacco ai fondamenti della Carta costituzionale. E questa volta Berlusconi non ha nemmeno tentato di nascondere la natura ad personam del provvedimento: «Se avessimo avuto questa riforma della Giustizia vent'anni fa si sarebbe evitata l'esondazione, l'invasione della magistratura nella politica. E quelle situazioni che hanno portato, nel corso della storia degli ultimi venti anni, a cambiamenti di governo. Tangentopoli non sarebbe mai esistita. Questa riforma è come una liberazione che aspettavo dal 1994». Una simile dichiarazione, da sola, dovrebbe convincere l’opposizione a contrastare senza se e senza ma la «riforma epocale» pubblicizzata in questi giorni. Qualche settimana fa, proponendo il blocco a oltranza del Parlamento, Andrea Camilleri ha suggerito un’infallibile linea di condotta, resa celebre dal mai abbastanza compianto Sandro Pertini: «A brigante, brigante e mezzo!».




«Il governo Berlusconi, e la sua maggioranza parlamentare obbediente perinde ac cadaver, è entrato in un crescendo di eversione che mira apertamente a distruggere i fondamenti della Costituzione repubblicana e perfino un principio onorato da tre secoli: la divisione dei poteri. Di fronte a questo conclamato progetto di dispotismo proprietario chiediamo alle opposizione (all’Idv che si riunisce domani, al Pd che dell’opposizione è il partito maggiore, ma anche all’Udc e a Fli, che ormai riconoscono l’emergenza democratica che il permanere di Berlusconi al governo configura) di reagire secondo una irrinunciabile e improcrastinabile legittima difesa repubblicana, proclamando solennemente e subito il blocco sistematico e permanente del Parlamento su qualsiasi provvedimento e con tutti i mezzi che la legge e i regolamenti mettono a disposizione, fino alle dimissioni di Berlusconi e conseguenti elezioni anticipate. Se non ora, quando?»

Andrea Camilleri
Paolo Flores D’Arcais
Dario Fo
Margherita Hack
Franca Rame
Barbara Spinelli
Antonio Tabucchi

Manuel Lambertini


lunedì 28 febbraio 2011

Annie Girardot

Annie Girardot in una scena de I compagni (1963)
Annie Girardot «si è spenta serenamente» all’ospedale Lariboisière di Parigi. Aveva 79 anni. Nel 2006 era stata colpita dal Morbo di Alzheimer. Le erano accanto la figlia, Giulia Salvatori, e la nipote Lola Vogel. La triste notizia, sui media italiani, è inspiegabilmente passata sotto silenzio.
A regalarle grande notorietà fu Luchino Visconti, che nel 1960 le offrì il ruolo di Nadia in Rocco e i suoi fratelli. Al fianco di un venticinquenne Alain Delon e del futuro marito Renato Salvatori, Annie Girardot prestò il proprio volto al personaggio tormentato e commovente di una prostituta contesa tra due uomini. Una donna bellissima e indecifrabile: una creatura destinata ad espiare, da vittima sacrificale, non solo l’ipocrisia della mentalità dominante, ma anche il troppo amore dei suoi amanti, e l’emarginazione a cui la Milano industriale e borghese costringeva gli immigrati meridionali.
Jean Cocteau la definì «il più bel temperamento drammatico del dopoguerra». E Mario Monicelli le affidò un’altra interpretazione memorabile nel più sottovalutato dei suoi film, I compagni (1963). Ancora una prostituta, un’accompagnatrice d’alto bordo, nella Torino delle prime rivolte operaie. Una figura fintamente disinvolta, di umili origini ma con ricchi clienti, in apparenza affrancatasi da un destino ignobile e mortificante. L’incontenibile affetto per la sua limpida vitalità, nello sguardo di Monicelli come in quello di chiunque la osservi, non degenera mai nel paternalismo; e la sua stessa coscienza sembra risvegliarsi grazie al fugace incontro con il professor Sinigaglia: un Marcello Mastroianni nelle vesti di agitatore rivoluzionario, che introduce il germe dello sciopero tra i lavoratori tessili torinesi.
In Italia, il nome di Annie Girardot è legato ad opere indimenticabili. È stata protagonista de La donna scimmia (1964) di Marco Ferreri, per il quale recitò anche ne Il seme dell’uomo (1969) e in Dillinger è morto (1969). Ha lavorato, tra gli altri, per Sergio Corbucci, Paolo e Vittorio Taviani, Francesco Maselli, Ugo Gregoretti, Duccio Tessari, Luigi Comencini e Giuseppe Patroni Griffi... Ma anche in patria riuscì a togliersi non poche soddisfazioni. Come la lunga e proficua collaborazione con Claude Lelouch. O come il Premio César, che le fu assegnato due volte, nel 1977 con Il caso del dottor Gailland di Jean-Louis Bertucelli e nel 2002 con La pianista di Michael Haneke.
In questi ultimi anni, la malattia non l’aveva completamente sottratta alle scene. Alla pubblicazione dell’autobiografia Partir, revenir (2003) – e per testimoniare la disperata lotta dell’attrice contro l’Alzheimer – si erano aggiunti il libro La Memoire de ma mère (2007) di Giulia Salvatori e un documentario di Nicolas Baulieu, Annie Girardot. Ainsi va la vie (2008).

Manuel Lambertini

sabato 26 febbraio 2011

B. di Bobbio

Quindici anni fa Norberto Bobbio diede alle stampe il libro Tra due Repubbliche (Donzelli, 1996). Di quell’opera, alcuni illuminanti stralci furono ripresi in un’edizione di Critica liberale del marzo 2004, due mesi dopo la morte dell’autore, e pubblicati anche da L’Espresso. Parole che potrebbero essere scritte oggi. E che la dicono lunga sull’anomalia del potere berlusconiano. Sui suoi tratti ricorrenti e insieme spiazzanti. Sull’entusiasmo con cui è stato accolto il suo dissoluto autoritarismo, nell’esaltazione delle spregiudicatezze più sfacciate.
Un volume curato da Michelangelo Bovero, Il futuro di Norberto Bobbio (Laterza, 2011), ora raccoglie numerosi e autorevoli interventi in memoria del grande filosofo. Al convegno da cui è tratto il libro hanno partecipato, tra gli altri, Giorgio Napolitano, Remo Bodei, Stefano Rodotà, Antonio Cassese, Luigi Bonanate, Mario G. Losano, Michael Walzer, Ernesto Garzòn Valdes e Stephen Holmes. «Norberto Bobbio manca alla cultura e alla vita civile del nostro presente», ha scritto nella prefazione Michelangelo Bovero, professore ordinario di Filosofia Politica all’Università di Torino. «Manca la sua proverbiale chiarezza, che non è soltanto uno stile, una dote di nitore nella scrittura: è un modo di pensare, di affrontare i problemi andandovi al cuore, superando equivoci e confusioni, involontarie o interessate. Tuttavia – anche questa è un'idea condivisa – l'opera sterminata che Bobbio ci ha lasciato è in grado, per la sua misura “classica”, di offrire orientamenti per la comprensione della nostra realtà, in parte già mutata rispetto al tempo, anzi ai diversi tempi, in cui è stata elaborata».
Per certi aspetti, sembra proprio che nelle righe che seguono il nostro presente ci sia tutto. Il protagonista incontrastato della Seconda Repubblica, forte di un potere mediatico senza eguali, si è ormai insinuato nel patrimonio genetico della nazione. E non lascia immaginare alcun orizzonte politico alternativo.


Ambra e l’Unto del Signore
«Sono comparsi, […] come si è detto, partiti personali. Ma la novità assoluta e strabiliante di Forza Italia sta nell’essere, come dire?, il primo partito personale di massa. Chi ha votato Forza Italia non ha scelto un programma, ha scelto una persona, quel signore sempre elegantissimo, che conosce bene l’arte di attrarre l’attenzione su di sé con il suo eloquio, la sua maniera disinvolta e accattivante di muoversi e di rivolgersi al proprio pubblico, anche raccontando di tanto in tanto, con la perizia del vecchio comico, una barzelletta; sempre sorridente, sicuro di sé, abile semplificatore di concetti economici tanto da renderli alla portata di tutti; bravissimo nel farsi compiangere come vittima di complotti, di cospirazioni, di tradimenti, ingenuo bersaglio di nemici cattivi e perfidi alleati. L’avrete pur visto qualche volta quando preceduto dal suo inno entra in un grande salone gremito di gente, che al suo arrivo si alza in piedi e per alcuni minuti grida: “Silvio, Silvio”. Lui è l’Unto del Signore (e i vescovi lo hanno lasciato dire), il suo principale avversario è un Giuda; lui fa dire ad Ambra giovinetta prima maniera durante la campagna elettorale: “Il Padreterno tifa Berlusconi, perché Occhetto è un demonio”; lui in pubblico, davanti a milioni di spettatori, per asseverare una sua verità giura sulla testa dei suoi figli; lui è uno che “ha sempre ragione”. Sembrava negli ultimi tempi avesse messo giudizio, ma or non è molto ha detto di essere investito della Grazia di Stato, parole oscure e di difficile interpretazione, a meno che volesse dire semplicemente stato di grazia, ma efficacissime per convincere i suoi seguaci che lui è una spanna al di sopra degli altri. Una delle caratteristiche ben note e documentate della “personalità autoritaria” è l’assoluta fiducia in se stessi, nelle proprie possibilità di risolvere i più difficili problemi non solo per se stessi ma anche per gli altri. Il suo motto preferito è: “Lasciate fare a me, lavoro per voi”. Perché non è riuscito a mantenere le promesse di cui si era servito per vincere le elezioni? Perché non lo hanno lasciato lavorare. Parla sempre in prima persona. Lui guida, gli altri seguono.
Ricordate la fotografia del drappello dei bianco-vestiti in tuta sportiva che facevano la salutare corsa mattutina? Silvio era in testa, gli altri, i suoi fedeli collaboratori, lo seguivano ansimanti ma felici nell’adempimento del loro obbligo di servizio. Ricordo la facezia di un anonimo che nel vedere la scenetta commentò: “Mi è venuta un’idea / lo dirò con una battuta: / vestivano i servi un dì la livrea / oggi la tuta”. Non ammette di essere smentito. A chi lo contesta risponde che non è stato capito o aveva bonariamente scherzato. Il Polo delle libertà smantella lo Stato sociale? Ma chi l’ha mai detto? Si attribuisce il compito di proteggere i valori cristiani minacciati dal “comunismo ateo”. Guida il Polo per le libertà, ma nel settore decisivo per la garanzia delle principali libertà, la formazione dell’opinione pubblica, la cui libera espressione è il fondamento di uno Stato libero, detiene il monopolio delle televisioni private, facendo nascere quella incompatibilità tra la sua attività di imprenditore e quella di protagonista della vita politica che è stata chiamata eufemisticamente “conflitto di interessi”».


Da allora, quel «Satana» di Achille Occhetto ha abbandonato la politica attiva. E Ambra Angiolini si è redenta: ha vinto il David di Donatello grazie a Ferzan Ozpetek e al suo film Saturno contro, gira l’Italia con uno spettacolo di Stefano Benni e manifesta per la dignità della donna. Ad Annozero, il 17 febbraio, ha dato prova di intelligente autoironia.
Il profilo di Berlusconi, invece, non sembra aver subito variazioni di rilievo. La sua straordinaria capacità comunicativa non si è affatto esaurita. Le «toghe rosse» e la minaccia comunista hanno conservato un posto d’onore nel suo corredo propagandistico, insieme ad un inesauribile repertorio di barzellette. Come pure rimane immutata la sua visione personalistica della vita istituzionale: il ben noto «ghe pensi mi», che è arrivato a compromettere l’approccio degli italiani alla politica, avvelenandolo di indifferenza. Le televisioni di sua proprietà continuano a esaltare la corruzione dei costumi, gettando discredito sulla libera informazione e sulla magistratura indipendente. Le leggi ad personam, negli anni successivi alla morte di Bobbio, si sono susseguite ad un ritmo incalzante; e oggi, in pieno Rubygate, si riaffacciano con inaudita prepotenza nel dibattito parlamentare. Anche recentemente ha giurato sulla testa dei suoi figli: quando negava di avere ricevuto prestazioni sessuali a pagamento… I «nemici cattivi» a cui alludeva il filosofo torinese sono sempre gli stessi: i comunisti, insidiosamente travestitisi da democratici, subdolamente infiltratisi nella magistratura e nella scuola pubblica. Invece il fronte dei «perfidi alleati» si è allargato alla destra postfascista e agli eredi della Democrazia Cristiana, mentre la Lega sembra essersi inserita con disinvoltura nella corte del sultano. I servi, poi, non mancano, siano in tuta o in livrea. Ultimamente si chiamano «Responsabili». Sono il movimento più trasversale della storia repubblicana. Hanno costituito un gruppo parlamentare per tenere in vita il governo Berlusconi. E nel tentativo di assicurarsi un lauto vitalizio a spese dello Stato.

Manuel Lambertini