martedì 20 novembre 2012

Gaza sotto assedio

È l’inferno. È l’ultimo atto di una tragedia infinita, l’ennesima rappresentazione dello stesso copione di morte. E mentre i palestinesi della Striscia di Gaza rivivono come un incubo i giorni del dicembre 2008, possa levarsi al cielo con le loro preghiere la voce del grande poeta Muin Bseiso, figlio della città di Gaza e della gloriosa nazione palestinese.
Quella che segue è una poesia dolente, lacerata. Una poesia di resistenza e di esilio. E di resistenza nell’esilio. Un atto d’amore per la patria perduta ma mai tradita. Un canto disperato, angoscioso. Ma ebbro di ostinazione.


Stanza 504
(1967)

Ritorneranno, perché sono sempre con noi.
Anche tu, come me, sei sulla lista della morte.
Che aspetti? Ho lasciato loro la porta aperta.
Il mio corpo è il terreno e questo è tempo
di arare e seminare.

Che aspetti? Le previsioni del tempo?
Ho lasciato loro la porta aperta.
Io sono un semenzaio di fiumi.
Stanotte ci sarà la piena con le violente piogge d’aprile.

Che aspetti? I nuovi bollettini? I giornali a mezzanotte?
Apetti la prima pagina e i tipografi?
O la prima sera dei manifesti e dei giornali murali?
Un falegname sta battendo un chiodo per unire due tavole,
le seghe ronzano intorno al collo degli alberi.
Muin Bseiso (Gaza, 1924 - Londra, 1984 )
I prezzi del legname sono alti, stanotte.

Portano in spalla i cedri, le stanze per l’autopsia.
Aspettano i pesci da Shat al Arab,
ed io ho lasciato la porta aperta.
Come mi piace il ghiaccio nei bicchieri
E quanto odio il ghiaccio sui cadaveri!
Un falegname sta battendo un chiodo per unire due mani.

Tu, che quel giorno mi desti un paio di scarpe e una pistola,
non può un proiettile unirci?
Non può una nuvola avvolgerci nello stesso sudario?
Ascoltali… Stanno salendo le scale!
Mi è rimasto un minuto, io ti darò questo minuto
Perché quel giorno tu mi desti un minuto.

Che aspetti? Il mio corpo è un vivaio di fiumi:
migliaia di fiumi zampillano dalle finestre del mio corpo
il terrore ha formato un lago.
Stanno incollando migliaia di manifesti sui muri delle vie,
migliaia di alberi stanno abbatendo,
ed io ho incollato il mio volto sul cielo.
Ah… carne palestinese, cibo per i giornali!
Stanno arrivando, ho lasciato loro la porta aperta.
Io sono il baco e la seta, il mio corpo s’annida nella cruna di un ago.
Migliaia di aghi e di fili, stanno cucendo camicie per alberi.

Che aspetti? Migliaia di giornali stanno sparando alla mia testa,
io sono la prima notizia, un cadavere nel giornale,
e sono l’ultima quando scrivo
un poema contro il ghiaccio e la morte.
Sono arrivati, ho lasciato la porta aperta per loro, e per te.
Io sono un ladro, patria mia,
sono uno che ama e spara con tutti i tuoi fucili.
Fossi stata con me, ora, avremmo combattuto insieme:
li avremmo fatti saltare con una candela.
Quando ho scelto gli alberghi, ho scelto anche le trincee.
Mi hanno ucciso.
Fossi stata con me, avremmo combattuto insieme,
li avremmo fatti saltare con una candela.

                                                                          Muin Bseiso

Muin Bseiso nacque a Gaza City nel 1924. Questa poesia fu scritta nel 1967, quando – al termine della Guerra dei Sei Giorni – Bseiso lasciò definitivamente la Palestina per trasferirsi al Cairo, dopo aver subito arresti e umiliazioni di ogni sorta. Partì poi alla volta di Beirut, dove avviò un’intensa collaborazione con gli organismi culturali dell’OLP, fino all’invasione israeliana del Libano, nel 1982. Si spense a Londra, in esilio, nel 1984.

Manuel Lambertini

mercoledì 7 novembre 2012

Obama Bis

Barack Obama e Giorgio Napolitano, 8 luglio 2009
Il meglio deve ancora venire? Speriamo. Quando Obama vinse le elezioni del 2008, Veltroni disse che avrebbe cambiato il mondo. Fu allora che prendemmo coscienza di quanto sarebbe stato duro il suo primo mandato alla Casa Bianca… E adesso che tutto è andato per il meglio, e che la tensione elettorale degli ultimi giorni è scemata, possiamo dirlo: i vantaggi di avere un presidente democratico sono perlopiù vantaggi “al negativo”, fondati sulla ragionevole speranza che possa astenersi dal commettere gli stessi errori e gli stessi crimini di cui il reazionario di turno non esiterebbe a fregiarsi. A ben guardare, non è una speranza da poco. Aspettarsi qualcosa di più, almeno in questo momento, sarebbe poco saggio.

Manuel Lambertini

sabato 27 ottobre 2012

Tuttobenigni ‘60

«Il 27 di ottobre è il giorno in cui nascono i poeti»: così nel 2005 Adriano Celentano introduceva l’ospite di punta della sua trasmissione più riuscita, Rockpolitick. Difficile dire se sapesse che il 27 ottobre 1736 era venuto alla luce il grande poeta irlandese James Macpherson. O che il 27 ottobre 1901, a Palermo, nasceva Lucio Piccolo. Oppure che il 27 ottobre 1914 la città di Swansea, grande centro del Galles meridionale, dava i natali a Dylan Thomas. Ma poi a chi sarebbe importato? Celentano stava preparando il pubblico ad una nuova, straripante incursione televisiva di Roberto Benigni, che proprio in quei giorni tornava sul grande schermo con il più poetico dei suoi film, La tigre e la neve. Film che deluse, e che la stampa americana liquidò come uno dei peggiori dell’anno: «l’innocenza della sua persona, che una volta era attraente, con il tempo si è inacidita», scrisse ad esempio il Daily News, assai più benevolo delle altre testate… Da allora, il premio Oscar che già con Pinocchio (2002) aveva vinto il Razzie Award come peggior attore protagonista – a solo pochi anni di distanza dal trionfo de La vita è bella (1997) –, ha saputo porre la sua incrollabile popolarità al servizio della riscoperta di Dante e di encomiabili battaglie civili. Talvolta condannato a trasformarsi in opinion leader, ma ancora capace di resistere ad ogni tentazione autocelebrativa.
Roberto Benigni compie oggi sessant’anni, quaranta dei quali trascorsi a calcare il palcoscenico. Molte deliziose immagini tornano alla memoria, e altrettante il futuro ne riserverà. Con l'amara consapevolezza che alcuni dei suoi speciali compagni di viaggio non potranno assaporare questa gioia: Fellini, Troisi, ma anche il non abbastanza compianto Giuseppe Bertolucci.
Ed ora che questo eterno folletto si appresta a rendere omaggio alla Costituzione italiana, il 17 dicembre su Rai 1, come non ricordare le parole che Eugenio Scalfari scrisse dopo aver assisitito alla sua liberatoria apparizione a Sanremo 2011? «Non so come abbiano reagito e cosa abbiano sentito dentro di loro i tanti milioni di telespettatori. So che io me lo sarei abbracciato quel burattino ridente e sudato che è una grande ed amata persona».


Manuel Lambertini

mercoledì 3 ottobre 2012

Novant’anni con La Capria

Novant’anni e non sentirli. Tanti ne sono trascorsi da quel 3 ottobre 1922 in cui Napoli dette alla luce uno dei suoi figli più illustri, e dei più discreti. Il grande scrittore Raffaele La Capria può tagliare l’ambito traguardo in buona salute e perfetta lucidità: «Ho sempre pensato che si diventasse vecchi a 60 anni, e ancora adesso considero tali i sessantenni. Io mi sento più giovane di loro e anche più giovane di me stesso a 80 anni, quando pubblicai L’estro quotidiano». Sei anni fa, un lieve infarto e un intervento al cuore conclusosi con l’applicazione di tre by-pass hanno segnato per lui una rinascita anche letteraria, l’inizio del recupero di due decenni «perduti» tra distrazioni e «false partenze»… «Ho perso, non proprio nel senso di averli sprecati, dieci anni fra il primo e il secondo libro, e altrettanti tra il secondo e il terzo. [...] Nei vent’anni perduti ho scritto articoli per il “Corriere” e solo due libri; per uno che di mestiere fa lo scrittore non sono molti. [...] E così ancora oggi mi domando che scrittore sarei, che persona sarei, se avessi lavorato, se non mi fossi lasciato sfuggire quei vent’anni dalle mani, come fossero sabbia o acqua di mare: avrei scritto altri libri? O libri migliori? Poi penso che tutto quello che ci accade ci doveva accadere, e che in un certo qual modo anche quei vent’anni sprecati fanno parte della mia formazione».
Il suo primo libro, Un giorno d’impazienza, venne pubblicato nel 1952 da Bompiani, su intercessione di Alberto Moravia. Il secondo, Ferito a morte (1961), vinse il Premio Strega ed entrò a pieno diritto tra i capolavori della letteratura italiana del Novecento; anticipò le sperimentazioni stilistiche e strutturali della neoavanguardia e fu fonte di ispirazione per generazioni di scrittori. «Il suo libro mi ha incantato», scrisse in una lettera a La Capria l’editore Valentino Bompiani. Il romanzo, avrebbe poi annotato Claudio Magris, «fonde perfettamente natura e storia, coerenza strutturale della costruzione narrativa (esperta della più rigorosa e sperimentale tecnica romanzesca) e impalpabile poesia del fluire della vita,  percezione sensibile e critica politica, l’istante atemporale dell’epifania esistenziale e la storicità (entrambi incarnati in una Napoli mitica e reale, scevra di ogni oncia di grasso sentimentalpittoresco), pessimismo e felicità, compresenti nel cuore come nella seduzione del mare, fisicità immediata e riflessione». A Ferito a morte seguì, nel 1973, Amore e psiche, da cui egli stesso avrebbe poi preso le distanze, volgendo il proprio stile ad una semplicità dalle profonde implicazioni emotive ed esistenziali. Lo «stile dell’anatra», un approccio ampiamente sviluppato nei lavori successivi: l’anatra che fila leggera sulla superficie dell’acqua, e che nasconde la fatica delle sue zampette annaspanti…
Stabilitosi a Roma dopo aver soggiornato a Parigi e a Londra, La Capria era frattanto divenuto condirettore di «Nuovi Argomenti» e collaboratore del «Corriere della Sera», lavorando anche alla redazione di radiodrammi per la Rai. Numerose inoltre le sue traduzioni: da Sartre a Eliot, da Cocteau a Orwell… In coincidenza con la pubblicazione di Ferito a morte, aveva fatto la sua prima incursione nel mondo del cinema come co-sceneggiatore di Leoni al sole, esordio alla regia di Vittorio Caprioli. Si sarebbero poi avvalsi della sua collaborazione Luigi Comencini, Lina Wertmüller e Alberto Negrin, oltre agli amici di sempre Francesco Rosi (Le mani sulla città, Uomini contro, Cristo si è fermato a Eboli) e Giuseppe Patroni Griffi, come lui formatisi al liceo Umberto I di Napoli, insieme ad Antonio Ghirelli e a Giorgio Napolitano. Al 1966 risalgono invece le sue nozze con Ilaria Occhini: dalla loro unione sarebbe nata Alexandra, anch’ella attrice.
Raffaele La Capria, Francesco Rosi e Antonio Ghirelli
Nel 1974 venne dato alle stampe False partenze, che segnò l’inizio di una nuova e più prolifica stagione della sua carriera letteraria. Fu quindi la volta di titoli come Fiori giapponesi (1979), L’armonia perduta (1986) e La neve del Vesuvio (1988). Nel 1990 raccolse gran parte degli articoli pubblicati negli anni sul «Corriere» in Letteratura e salti mortali. La sua identità partenopea, tanto forte quanto aperta alle contaminazioni, permeò lavori come Capri e non è più Capri (1991),  L’occhio di Napoli (1994) e Napolitan Graffiti (1998), mentre il suo stile sempre più marcatamente colloquiale finì per trasformare i ricordi personali in oggetto privilegiato di narrazione, senza disdegnare la forma vera e propria dell’intervista-confessione: è il caso di Letteratura e liberta. Conversazioni con Emanuele Trevi (2002) e di Me visto da lui stesso. Interviste 1970-2001 sul mestiere di scrivere (2002), a cui può aggiungersi il documentario Chiara Gamberale intervista Raffaele la Capria (2011) di Pierluigi De Pasquale.
Nel 2003, in leggero ritardo sul suo ottantesimo compleanno, la Mondadori ne raccolse le opere in un Meridiano. Tra tutte, all’autore è rimasta nel cuore La mosca nella bottiglia. Elogio del senso comune (1996), una presa di posizione contro il «concettualismo degradante di massa», la dilagante tendenza ad astrarre concetti dalla realtà fino a nascondere la realtà stessa. Oggi, per celebrare i suoi novant’anni, Mondadori pubblica Doppio misto, che riunisce cinque racconti già editi ma qui legati da un fil rouge di perversioni, passioni, silenzi, dolore. Un La Capria ancora perplesso, ancora incantato dalla vita. E ancora capace di essere «profondamente superficiale».

Manuel Lambertini

domenica 30 settembre 2012

Poesia di (fine) settembre

Arietta settembrina

Alfonso Gatto (Salerno, 17 luglio 1909 - Capalbio, 6 marzo 1976)
Ritornerà sul mare
la dolcezza dei venti
a schiuder le acque chiare
nel verde delle correnti.

Al porto, sul veliero
di carrubbe l’estate
imbruna, resta nero
il cane delle sassate.

S’addorme la campagna
di limoni e d’arena
nel canto che si lagna
monotono di pena.

Così prossima al mondo
dei gracili segni,
tu riposi nel fondo
della dolcezza che spegni.

       Alfonso Gatto, Nuove poesie, 1950.

mercoledì 19 settembre 2012

Santiago Carrillo

È morto nel sonno, alla veneranda età di 97 anni, l’ultimo grande leader comunista della storia europea, eroe della resistenza antifranchista e protagonista della transizione democratica spagnola. Santiago Carrillo Solares era nato a Gijon, nelle Asturie, il 18 gennaio 1915. Si è spento ieri nella sua casa di Madrid, durante la siesta pomeridiana.
Oriana Fallaci lo intervistò nel lontano 1975, e spese per lui parole di grande ammirazione: «Gli diventai amica senza difficoltà, e non credo che me ne pentirò mai. Se tutti i comunisti fossero come Santiago Carrillo, il mondo sarebbe più intelligente e più felice». Egli non era solo il «bravuomo che per primo si ribellò a Mosca in nome del socialismo non autoritario», quell’“eurocomunismo” poi abbracciato dal francese Georges Marchais e da Berlinguer. Era proprio un «uomo straordinario: perché eretico e perché intelligente e perché molto buono. Ascoltandolo ti chiedevi se non fosse vero, per caso, che intelligenza e bontà siano la stessa cosa».
Carrillo era all’epoca il segretario in esilio del Partito comunista spagnolo. Aveva già guidato la gioventù socialista unificata e combattuto la guerra civile tra le fila repubblicane. Iscritto al Pce fin dal 1936, ne aveva assunto la guida nel 1960, succedendo alla Pasionaria Dolores Ibàrruri. Stabilitosi a Parigi, si era prodigato in una revisione della pratica marxista che salvaguardasse la Spagna da ogni incontrollabile deriva rivoluzionaria, rigettando lo stalinismo e distanziandosi da Mosca dopo l’invasione della Cecoslovacchia. Alla vigilia della morte di Franco, avvertiva su di sé il peso di un irripetibile appuntamento con la storia. Ad animarlo sopra ogni cosa, la volontà di evitare al proprio paese una nuova guerra civile.
La sua presenza agevolò la legalizzazione del partito comunista nel nuovo assetto costituzionale monarchico, ancora impregnato di eredità franchiste, e offrì un contributo non solo simbolico al processo di democratizzazione più significativo della recente storia europea. Grande valenza simbolica ebbe soprattutto la sua reazione al tentato golpe del 1981: quando gli uomini del colonnello Tejero irruppero al Congesso dei Deputati sparando in aria, Carrillo si mostrò indifferente ai loro ordini; allo stesso modo reagì l’ex-franchista Adolfo Suárez, allora capo del governo. Il cammino della Spagna verso la democrazia raggiunse allora un punto di non ritorno.
Terminata la transizione, Carrillo dovette tuttavia assistere al rapido declino del suo partito. Si dimise da segretario dopo la sconfitta alle elezioni del 1982, nelle quali il Pce raccolse un misero 4 %, e pagò a caro prezzo il  suo “moderatismo”: espulso dal Pce nel 1985, fondò senza successo il Partito dei lavoratori, per ritirarsi dalla vita pubblica nel 1991.
Perché gli fossero resi i dovuti onori si dovette attendere l’azione moralizzatrice di Zapatero, che proprio il giorno del suo novantesimo compleanno fece rimuovere dal centro di Madrid l’ultima statua del generalissimo Franco. Invitò poi il vecchio combattente ad aderire al PSOE, ottenendo come risposta un garbato rifiuto: dopo aver dedicato la vita alla ricerca di un nuovo socialismo, Santiago Carrillo aveva deciso di restare nel suo tempo. E di morire comunista.

Manuel Lambertini

venerdì 17 agosto 2012

Il viaggio di Sir Vidia

V.S.Naipaul (Chaguanas, 17 agosto 1932)
Ovunque vada, le leggende sul suo cattivo carattere lo precedono. Con lui, ogni incontro pubblico potrebbe saltare nel modo più inaspettato, ogni intervista potrebbe essere annullata di punto in bianco, alla prima «domanda stupida». Non si contano i grandi scrittori del passato e del presente che sono stati bersaglio dei suoi sferzanti attacchi, innocenti vittime di giudizi sommari o controparti attive in infuocate polemiche. E a lui non resta che compiacersi del docile, prudente ossequio che gli viene generalmente tributato, ora che è l’individuo più inoffensivo del mondo, costretto al supporto di una sedia a rotelle e amorevolmente assistito dalla moglie Nadira.
Lo scrittore premio Nobel che in tutti i paesi del Commonwealth è semplicemente noto come Sir Vidia, al secolo Vidiadhar Surajprasad Naipaul, ha finalmente tagliato il traguardo degli ottant’anni. Ne aveva ventidue quando, lasciata la natia Trinidad e laureatosi ad Oxford grazie a una borsa di studio, cominciò a lavorare come redattore per una trasmissione della BBC sulle Voci caraibiche. Era povero, e viveva in un basement della Londra popolare. Ma la chiamata della letteratura si faceva sentire già allora, nella volontà incrollabile di rendere giustizia a un genitore sfortunato. Suo padre, Seepersad Naipaul, era stato assunto come cronista al Trinidad Guardian, e aveva coltivato per tutta la vita il sogno di diventare scrittore. Indiano proveniente da una famiglia di braccianti trasferitasi nell’isola caraibica di Trinidad, e sposato a una donna di più nobile lignaggio, inseguiva un riscatto sociale che non arrivò mai. E che solo la consacrazione letteraria del più brillante dei suoi figli avrebbe idealmente realizzato.
Dopo l’esordio con Il massaggiatore mistico (1957) furono pubblicati Elezioni a Elvira (1958) e la raccolta di racconti Miguel Street (1959), fino al più famoso Una casa per Mr Biswas (1961), romanzo ambientato tra le capanne di fango di Trinidad e chiaramente ispirato alla storia del padre. Apprezzato, tra gli altri, da Elio Vittorini, fu il libro che dette un primo, importante impulso alla fortuna internazionale di Naipaul. Da un viaggio in India – la terra dei suoi progenitori, visitata per la prima volta all’età di trent’anni – nacque poi Un’area di tenebra (1964), mentre In uno Stato libero (1971) conquistò il prestigioso Booker Prize, che ne decretò la definitiva affermazione nel mondo delle lettere inglesi. Seguirono ancora opere celebri e discusse come Alla curva del fiume (1979), Tra i credenti (1981), I coccodrilli di Yamoussoukro (1984), L’enigma dell’arrivo (1987) e Una via nel mondo (1994),  nelle quali il tema caldo dell’identità razziale e culturale potè fondersi con una nuova visione della letteratura, capace di annullare ogni differenza tra narrativa, saggistica e travelougue. Il Nobel giunse nel 2001, per «avere unito narrazione percettiva e osservazione incorruttibile in opere che ci costringono a vedere la presenza di storie soppresse». Nella motivazione dell’Accademia di Svezia, Naipaul venne definito «un moderno philosophe», prosecutore di quella «tradizione che ebbe origine con  Lettere persiane e Candido»; e fu accostato ancora una volta a Jospeh Conrad, quale «analista del destino degli Imperi in senso morale: ciò che essi fanno agli esseri umani». «La sua autorità di narratore» aveva trovato il proprio fondamento, infine, «nella memoria di ciò che altri hanno dimenticato, la storia dei vinti».
Con Nadira, alla cerimonia di consegna del Nobel
Ma la stessa vita di V. S. Naipaul, raccontata con rara crudezza e senza censure nel libro The World Is What It Is (2008) di Patrick French, finisce con l’essere più coinvolgente di ogni suo romanzo, più illuminante di ogni suo saggio. È infatti con l’ambizione di presentare un’immagine obiettiva dello «scrittore» che Sir Vidia rivela al suo biografo sconcertanti episodi di vita coniugale, tutti ai danni della prima moglie, Patricia Hale. Pat, la donna che restò al suo fianco per più di quarant’anni e che gli fu anche preziosa collaboratrice letteraria, non dovette sopportare solo i furori di un uomo dal carattere notoriamente difficile. Era già malata di cancro quando, nel maggio 1994, si trovò a leggere un’intervista che il marito aveva appena rilasciato al New Yorker, e nella quale confessava la sua irresistibile attrazione per le prostitute. Raccontava anche di avere una perfetta intesa sessuale con un’amante argentina, Margaret Gooding: relazione assai diversa, disse, da quella che lo legava alla moglie, dei cui consigli sul piano lavorativo continuava però a fare tesoro… «Ne ha sofferto», avrebbe poi ammesso Naipaul. «Si potrebbe dire che l’ho uccisa. È un po’ così che ritengo siano andate le cose». La salute di Pat peggiorò, infatti. E l’insensibilità di Sir Vidia scomparve soltanto nelle ultime ore di vita della moglie, quando si fermò al suo capezzale per leggerle alcune toccanti pagine di Dickens. Lady Naipaul sprofondò nel coma e morì il mattino seguente. Ma già il giorno della sua cremazione, Sir Vidia si preparava ad accogliere a casa un’avvenente giornalista pakistana, conosciuta durante uno dei suoi ultimi viaggi, e chiedeva alla governante di comperare le olive a lei tanto gradite. Appena due mesi dopo, Nadira Alvi sarebbe diventata la sua seconda moglie.
«Si può certo leggere e amare un libro indipendentemente dalla storia dell’autore», ha scritto Bernardo Valli su Repubblica dopo la pubblicazione del libro di French. «Ma conoscere la sua intenzione poetica e le sue qualità personali aiuta anche il lettore semplice, senza l’ambizione di essere un critico, a entrare più in profondità in quel che legge. A sentire quel che c’è dietro. A stabilire un rapporto, quasi carnale, con il romanzo. Nei libri di V. S. Naipaul si avvertono le ferite inflittegli dalla vita. Le vedi sanguinare».
Milano, 6 luglio 2012 
Non stupiscono allora il crudo realismo dei suoi scritti, la sua prosa tagliente, asciutta, mai piacevole. E nemmeno lo scetticismo con cui ha sempre guardato alla sorte dei popoli del Terzo Mondo, incapaci di liberarsi dell’eredità coloniale e condannati ad imitare gli antichi padroni. Per snobismo, o per il gusto della provocazione, non ha neppure esitato a manifestare una certa insofferenza di fronte alle velleità intellettuali del genere femminile: lo scrivere delle donne sarebbe, a suo avviso, «molto diverso», e rifletterebbe il loro «sentimentalismo», la loro «visione ristretta del mondo». In Fedeli a oltranza (1998) aveva invece osservato gli effetti dell’«imperialismo islamico» sulle popolazioni convertite di Indonesia, Iran, Pakistan e Malesia, ravvisando nell’Islam il chiaro proposito, mai esistito in altri imperi, di cancellare dai popoli sottomessi ogni traccia delle tradizioni preesistenti. Edward Said, oltre a definire il libro una «catastrofe intellettuale», accusò Naipaul di avere offerto un consapevole sostegno alle «mitologie coloniali sui neri e sugli wogs» (i latini in senso spregiativo) in altre opere come The Middle Passage (1962) e Un’area di tenebra (1964). E Salman Rushdie, nel denunciare la sua vicinanza a formazioni nazionaliste indù quali RSS, WHP e BJP, lo definì «un compagno di viaggio del fascismo» che «disonora il premio Nobel».
Lui ha sempre cercato di «non essere allineato a nulla», di sfuggire ad ogni visione politico-ideologica per concentrarsi su un’osservazione il più possibile fedele alla realtà. I suoi scritti, lontani anni luce da qull’immagine caricaturale che le tante schermaglie giornalistiche hanno contribuito a diffondere, ci mostrano un civilissimo conservatore britannico, dalla braminica superbia. Uno scrittore che non ha mai smesso di inseguire l’idea di una letteratura distaccata e scevra di preconcetti, non meno illusoria delle illusioni che vorrebbe smascherare. Ma nell’infliggere questa pratica innanzitutto a se stesso, nel non lesinare nemmeno gli aspetti più scabrosi della propria esistenza, V. S. Naipaul riesce nell’impresa di riscattare la sua smodata ambizione, restituendo dignità ad un talento di irripetibile fulgore.

Manuel Lambertini