domenica 5 agosto 2012

Cinquant'anni senza Marilyn

A Truman Capote aveva confidato la volontà di essere cremata, e il desiderio di vedere le proprie ceneri disperse nell’oceano. E proprio quel geniale, autodistruttivo Capote, in Musica per camaleonti, l’avrebbe poi descritta come «una bellissima bambina», lasciando inviolate tutte le emozioni con cui la diva più famosa del mondo aveva conquistato anche gli spettatori meno impressionabili.
Ma non sono le onde del mare a custodire i resti di Norma Jeane Baker, e a cullarli nel loro eterno infrangersi contro le scogliere della West Coast. Marilyn Monroe – questo il nome con cui si fece conoscere, a partire dalla metà degli anni ’40 – riposa al Westwood Village Memorial Park Cemetery, in quella Los Angeles che il 1° giugno 1926 le aveva dato i natali. La sua vita si spegneva la notte tra il 4 e il 5 agosto 1962, dopo un’overdose di barbiturici che fu subito liquidata come «probabile suicidio».
Con questa tragica uscita di scena, all’età di trentasei anni, il mito di Marilyn veniva consegnato ad un’immortalità che forse era già inscritta nel suo triste destino. Lei che fin da piccola, con occhi sognanti, osservava le impronte dei divi di Hollywood stampate sul cemento dinanzi al Chinese Theatre. Lei che, orfana di padre e mai amata dalla madre, raccontava agli amichetti di essere figlia di Clark Gable, senza sapere che col Rhett Butler di Via col vento avrebbe condiviso il set dell'ultimo film, Gli spostati (1961).
Nella sua folgorante carriera, tanti successi e tante sofferenze. Numerosi amanti, anche celebri, e tre matrimoni – con James Dougherty (1942-1946), Joe Di Maggio (1954), Arthur Miller (1956-1961) –, quattro se si conta anche quello celebrato quasi per gioco a Tijuana, nell’ottobre 1952, con l’amico Robert Slatzer. Una trentina le pellicole a cui prese parte, per la regia dei più importanti cineasti dell’epoca: da John Huston a Billy Wilder, da Howard Hawks a George Cukor, passando per Jean Negulesco, Henry Hathaway, Laurence Olivier. Il ruolo di «Zucchero» nel capolavoro di Wilder, A qualcuno piace caldo (1959), le valse un Golden Globe. E titoli come Niagara, Gli uomini preferiscono le bionde, Come sposare un milionario (1953), Quando la moglie è in vacanza (1955), Il principe e la ballerina (1957) segnarono la sua incontenibile, definitiva irruzione nel firmamento delle stelle di Hollywood.
Non fu infatti la prematura scomparsa a trasformarla in leggenda. Essa creò, semmai, una seconda leggenda, nella quale cominciarono ad aggirarsi – come comparse, ma niente di più – tutti i protagonisti dell’America di allora: John e Robert Kennedy, la mafia, la Cia, l’Fbi con il suo potente direttore J. Edgar Hoover, gli intellettuali di sinistra e dalle pericolose simpatie comuniste… Una leggenda dentro la leggenda, alimentata dai più inquietanti sospetti circa la fine di un’attrice instabile, che poteva essere entrata in possesso di informazioni imbarazzanti.
Marilyn ritratta da Bert Stern (1962)
Perchè Marilyn Monroe era molto più che un’attrice fra le tante, come ebbe a scrivere il grande Norman Mailer nella «biografia romanzata» che dedicò alla diva nel 1973: «Poteva anche avere la voce modesta e la carne morbida della ragazza della porta accanto, ma sullo schermo era più grande che nella vita. Già agli inizi degli anni Cinquanta, l’era di Eisenhower, Marilyn prometteva che sarebbe venuto un tempo in cui il sesso sarebbe stato facile, dolce e democratico per tutti. Il suo stomaco, libero da corpetti o guaine, sporgeva in un pieno ventre di donna, terribilmente inelegante, un’affermazione di un ventre frequentemente inumidito di seme – quel ventre che non avrebbe mai avuto un bambino – e i suoi seni puntavano boccioli e germogli di carne sulla faccia di molti sudati patiti del cinema. Era una cornucopia, dispensatrice di sogni mielati». Un abbagliante sogno erotico collettivo, dunque, inconsapevole anticipazione di una rivoluzione dei costumi che si sarebbe realizzata solo dopo la sua morte: «Al suo apogeo, l’eco della sua piccola e perfetta creazione raggiunse l’orizzonte della nostra mente. Noi la udimmo parlare con quella flebile voce tintinnante così simile a un campanellino, ed esso suonò dopo la sua morte per tutto quel decennio degli anni Sessanta che lei aveva contribuito a creare, attraverso le sue esaltazioni, i suoi spettri e il suo centro magico. [...] Nella sua ambizione, così faustiana, e nella sua ignoranza delle dimensioni della cultura, nella sua liberazione e nei suoi desideri tirannici, nelle sue nobili aspirazioni democratiche intimamente contraddette dal sempre più ampio stagno del suo narcisismo (dove ogni amico o schiavo doveva bagnarsi), possiamo vedere lo specchio ingrandito di noi stessi, la nostra generazione esagerata e ora decisamente sconfitta; sì, essa condusse una ricognizione attraverso gli anni Cinquanta, e alla sua morte ci lasciò un messaggio: “Dateci dentro, ragazzi!”. Ora è lo spettro degli anni Sessanta».
Ebbene, è trascorso mezzo secolo da quella notte d’agosto in cui Marilyn lasciò la vita. A salutare questo anniversario, insieme ad un film con un’acclamatissima Michelle Williams, si sono ammassate decine e decine di pubblicazioni – tra ristampe e opere inedite – su quella che è ancora celebrata come «la donna più bella del mondo». È stata finalmente tradotta in italiano l’opera di Mailer appena citata, Marilyn (Dalai). E oltre al libro da cui è stato tratto il recente film, La mia settimana con Marilyn (Mondadori) di Colin Clark, è d’obbligo segnalare il romanzo noir di J. I. Baker, Il diario segreto di Marilyn (Rizzoli), Gli ultimi giorni di Marilyn Monroe (Rizzoli) di Keith Badman e La donna più bella del mondo (Aliberti) di Andrea Carlo Cappi, nonché i memoir fotografici di Lawrence Schiller, Andrè De Dienes e Bert Stern. Quest’ultimo, in particolare, ebbe in sorte di immortalarla solo sei settimane prima della scomparsa, in un servizio fotografico entrato nella storia. Vi è ritratta una fragile e bellissima bambina, assopitasi cinquant’anni fa. Una stella che non si spegne.

Manuel Lambertini

martedì 31 luglio 2012

«Non dite a mia madre che sono cieco…»

Mohammad Brash
Il testo che segue potrebbe essere stato scritto da uno dei tanti poeti che una «nazione fatta di parole» come quella palestinese ha prodotto nel corso della sua lunga storia... Da Mahmoud Darwish, forse, che aveva eletto la poesia a suprema dimora della propria patria: «Potete legarmi mani e piedi, / togliermi il quaderno e le sigarette, / riempirmi la bocca di terra. / La poesia è sangue del mio cuore vivo, / sale del mio pane, / luce dei miei occhi, / sarà scritta con le unghie, / lo sguardo / e il ferro. / La canterò nella cella della mia prigione / nella stalla / sotto la sferza / tra i ceppi / nello spasimo delle catene. / Ho dentro di me un milione di usignoli / per cantare la mia canzone di lotta». O da Samih al-Qasim, altro celebre poeta e massimo cantore della resistenza. Oppure da quell’Ibrahim Tuqan che proprio nella poesia La mia patria (Mawtini), il futuro inno nazionale, cantava: «la spada e la penna sono i nostri simboli…». Invece lo ha scritto un prigioniero palestinese di trentadue anni, Mohammad Brash. Nel 2000 i cecchini dello Tzahal uccisero suo fratello, appena quindicenne. E nel 2001 un’esplosione gli danneggiò gravemente la vista. Arrestato nel 2003, è attualmente detenuto nel carcere israeliano di Aishel.


«Non dite a mia madre che sono diventato cieco. Quando viene a trovarmi, lei non sa che sono diventato cieco, dopo che i miei occhi si sono ammalati e il buio ha invaso il mio corpo. Lei mi vede ma io non la vedo. Le sorrido da dietro la rete di ferro e faccio finta di vederla, quando mi mostra le fotografie dei miei fratelli, dei miei amici e dei nostri vicini.

Non ditele che sono anni che aspetto un'operazione per avere una cornea nuova e che sono anni che la direzione del carcere rimanda, rimanda e poi rimanda ancora, dando ai miei occhi tutte le ragioni per dimenticare la luce del giorno.

Non raccontatele del mio corpo segnato da ricami di schegge di piombo, né che il mio piede sinistro è stato amputato e sostituito da uno posticcio mentre quello destro è già ammuffito e si sta distaccando dalla vita.

Non raccontatele come un prigioniero perde la cognizione dei sentimenti più elementari, condannato a vedere soltanto ferri e cenere e mai il bianco radioso e i cavalli sellati dal silenzio che guidano verso la speranza.

Ditele che sono vivo, che sono sano, che i miei occhi vedono, che cammino, corro, gioco, salto, scrivo e leggo... Trascino il mio dolore su queste stampelle e sono con mio fratello martire, ora in cielo, e lo sento chiamarmi con la forza del tuono e del fulmine...

Non ditele che non conosco più il sonno, che mi nutro di sedativi per intorpidire le mie membra... che quando mi muovo per cercare le mie cose sbatto contro le sbarre o il corpo di un altro prigioniero, che dorme accanto a me e si alza per aiutarmi ad andare in bagno...

Stare sveglio mi addolora e il sonno mi ha abbandonato. Non dite a mia madre della polvere da sparo che mi è entrata negli occhi riempiendoli di sangue, sulla strada del campo in quel pomeriggio feroce, quando i cecchini mi hanno scelto come bersaglio facendo volare il mio piede lontano.

Prima che il buio mi inghiottisse, si è impressa nei miei occhi l'immagine di un bambino che mi correva incontro, portando una bandiera, e gridava: “Martire! Martire!”

Ditele che non mi basta sognarla, che sono straziato dalla nostalgia di lei, che incido segni sul muro per ricordarla e dimenticare i miei dolori e l’oscurità che mi avvolge.

Ditele che seguo l’ascesa della sua preghiera fino a toccare il cielo, mi fermo e poi a malincuore ritorno per non ferirla con la mia morte, ma rimango sulla porta come se avessi già scelto il mio domani.

Non dite a mia madre che Israele del ventunesimo secolo ha trasformato le carceri in laboratori sperimentali dove coltivare malattie che consumano i nostri corpi lentamente come si strugge la cera delle candele.

Non ditele che ho già imparato i nomi di tutte le malattie più strane e delle medicine più bizzarre e che conosco il sapore di tutti gli anestetici che sono costretto a inghiottire mentre osservo il corpo di Zakarya Issa, amico e fratello, scivolare prima di me nella vita senza vita di un lungo coma.

Non raccontate a mia madre dei malati e delle malattie che accendono nei loro corpi guerre e follia: Ahmad Abu Il-Rub, Khaled Al-Shawish, Ahmad Al-Najjar, Mansour Mauqadeh, Akram Mansour, Ahmad Samarah, Wafa' Il-Bis, Rima Daragmeh, Tareq Asy, Motasem Raddad, Ryad Il-O'mor, Yasser Nazzal, Ashraf Abu Dree, Jihad Abu Hanyeh, tutti massacrati dal carcere e dalla malattia, che uno stato arrogante capace soltanto a dispensare morte e funerali, ci infligge.

Ditele che solo trenta porte mi separano dalla porta di casa e che avanzo di un passo ogni volta che vola un uccello, ditele che il fuoco mi avvampa gli occhi, il filo spinato mi trafigge il petto e che mi rifugio nel suo cuore e nelle sue preghiere».
Mohammad Brash


Poco dopo la diffusione di questa lettera, nell’aprile 2012, l’associazione umanitaria Ad-Dameer ha rilevato la presenza nelle carceri israeliane di ben 4653 detenuti politici palestinesi, tra cui 308 in detenzione amministrativa (un regime carcerario che prevede periodi di detenzione fino a sei mesi senza imputazione né condanna),  218 minori e 7 donne. Lo sciopero della fame indetto da 1600 di loro, protrattosi fino a metà maggio e conclusosi con un lieve, impercettibile miglioramento delle condizioni di detenzione, non ha avuto particolare eco presso i media occidentali, nonostante il negoziato tra i prigionieri e le autorità israeliane abbia visto un forte coinvolgimento dell’Egitto del dopo-Mubarak.

Manuel Lambertini

giovedì 26 luglio 2012

A proposito di Schmitt

Chi volesse accostarsi al pensiero di una delle figure più eminenti e controverse della filosofia politica contemporanea – a quasi trent’anni dalla morte, Carl Schmitt continua ad essere oggetto di vivaci reinterpretazioni – troverà di grande interesse un piccolo libro pubblicato pochi mesi fa da Adelphi, Dialogo sul potere. Di dialoghi, in realtà, il volumetto ne contiene due: il Dialogo sul potere e sull’acceso al potente e il Dialogo sul nuovo spazio, entrambi concepiti per un pubblico vasto e animati da un chiaro intento divulgativo.
Rispettivamente nel giugno 1954 e nell’aprile 1955, i due testi furono recitati e trasmessi da un’emittente radiofonica di Francoforte, con un successo di pubblico che sfidò la pessima fama dell’autore, escluso dal mondo accademico perché compromesso con il regime nazista. E in entrambi i dialoghi, scrive il curatore Giovanni Gurisatti nella postfazione, si può leggere in controluce la difficile condizione vissuta a quel tempo dallo stesso Schmitt, sottrattosi al processo di Norimberga dopo un lungo periodo di internamento. Benché il suo distacco dal Führer e dal nazionalsocialismo avesse preceduto di molti anni il crollo del regime, il giurista di Plettenberg fu chiamato a rispondere di pesanti accuse: «partecipazione diretta o indiretta alla pianificazione di guerre di aggressione, crimini di guerra e crimini contro l’umanità».
Se, tuttavia, il Dialogo sul nuovo spazio prende solo indirettamente le mosse dalle memorie difensive scritte in quella circostanza – per scindere la propria elaborazione «prettamente scientifica» dall’espansionismo hitleriano e dalle teorie dello «spazio vitale» sviluppate da Alfred Rosenberg –, il Dialogo sul potere risulta più chiaramente influenzato dalle traversie personali dell’autore. Vi si legge, infatti, dell’«inevitabile dialettica interna di potere e impotenza in cui qualsiasi potente umano è destinato ad incappare», dell’«anticamera del potere» (camarilla o antichambre, che dir si voglia) e del problema dell’«accesso al vertice».
Dopo essersi interrogato sull’origine del potere – affermando, con Hobbes, che esso non deriva né da Dio né dalla natura, ma dagli uomini, dal loro stato di «generale debolezza», e da un’obbedienza dettata dal comune bisogno di protezione –, Schmitt si preoccupa di identificarne i veri detentori. Ed è qui che le sue riflessioni mostrano i segni degli interrogatori di Norimberga, durante i quali l’autore dei Dialoghi, pur non avendo svolto alcun ruolo di responsabilità all’interno del passato regime, si trovò a difendere «la posizione del Ministro del Reich e Capo della Cancelleria del Reich», nella fattispecie il giurista Hans Heinrich Lammers. A partire allo specifico problema del rapporto tra ministro e dittatore, nel quadro di un regime che conferiva a quest’ultimo poteri discrezionali pressoché illimitati, prendono però forma analisi tuttora inedite e sorprendenti.
Pochi, semplici passaggi, resi ancor più immediati dalla forma dialogica del testo, si strutturano attorno ad una chiarissima premessa: «L’individuo umano nelle cui mani stanno per un momento le grandi decisioni politiche può realizzare la sua volontà solo a determinate condizioni e con determinati mezzi. Anche il principe più assoluto deve fare affidamento su resoconti e informazioni ed è dipendente dai suoi consiglieri. [...] Chi è chiamato a riferire di fronte al potente, o gli fornisce informazioni, è già partecipe del potere, non importa se si tratti di un ministro responsabile della controfirma o di qualcuno che per via indiretta sappia cattivarsi l’attenzione del potente. È sufficiente che egli procuri impressioni e motivazioni all’individuo umano nelle cui mani, per un momento, sta la decisione». Detto in altri termini: «davanti a ogni camera del potere diretto si forma un’anticamera di influssi e poteri indiretti, un accesso all’orecchio del potente, un corridoio verso la sua anima». E con tutte le varianti del caso: «Qui stanno l’uno accanto all’altro il vecchio Fredersdorff, cameriere personale di Federico il Grande, e la nobile imperatrice Augusta, Rasputin e il cardinale Richelieu, un’eminenza grigia e una Messalina. [...] A volte l’anticamera coincide con l’effettiva sala di Stato ufficiale, in cui i dignitari chiamati a riferire si riuniscono in attesa di essere ricevuti. Spesso però si tratta solo di un gabinetto privato». Molte, tuttavia, le peculiarità del totalitarismo nazista: «Quanto più il potere si concentra in un determinato punto, in un determinato uomo o gruppo di uomini come in un vertice, [...] tanto più violenta, accanita e sotterranea diventa anche la lotta tra coloro che occupano l’anticamera e controllano il corridoio. [...] Il potente diventa sempre più isolato quanto più il potere diretto si concentra nella sua persona individuale. Il corridoio lo sradica dal terreno comune e lo innalza in una sorta di stratosfera in cui egli mantiene contatti soltanto con coloro che indirettamente lo dominano, mentre perde i contatti con tutti gli altri uomini su cui esercita il potere, che a loro volta perdono contatto con lui. In casi estremi spesso tutto questo balza agli occhi in modo grottesco».
Che la figura di Hitler rientri in tale casistica è fuor di dubbio. Il Führer, scrive Gurisatti, «si pretendeva non solo onnipotente ma anche onnisciente», con «l’inaccessibilità di un dittatore per il quale un autista o un semplice Gauleiter potevano essere più importanti di un ministro o di un generale». È quanto scrive lo stesso Schmitt, in una memoria difensiva poi pubblicata nelle Risposte a Norimberga: «Hitler emanava disposizioni di contenuto generale e particolare di tutti i tipi; poteva emanare leggi, sciogliere matrimoni, infliggere pene, revocare la patria potestà, a suo piacimento, e poteva farlo pubblicamente o in segreto, a voce o per iscritto, a quattr’occhi o in qualsiasi altra occasione gli andasse bene, con il risultato che il richiamo a un ‘comando del Führer’ alla fine non poteva essere verificato da nessuno…». Ed è così che Schmitt finisce col condannare proprio quell’esercizio arbitrario del potere di cui, tra il 1933 e il 1936, aveva subito il fascino, e sul quale si era retto il mostruoso «soggettivismo» del regime hitleriano. Egli dunque invoca la necessità di impedire gli abusi dell’anticamera «tramite misure razionali e norme costituzionali», pur nella consapevolezza che «nessuna istituzione, per quanto saggia, nessuna organizzazione, per quanto sofisticata, possono eliminare l’anticamera come tale».
Ma le sue analisi si spingono molto oltre, ad una conclusione di più ampio respiro che non esita ad affermarsi come «risultato incontestabile»: il potere è più forte della volontà umana, sia essa buona o cattiva, ed il singolo potente è costretto a muoversi in «una situazione derivante da un sistema di divisione del lavoro cresciuta oltre ogni limite». Il tema caldo è ovviamente quello della tecnica, della bomba atomica, della «potenza dei moderni mezzi di produzione» che «supera la forza degli individui umani che li inventano e li impiegano», così come «le possibilità delle macchine e dei procedimenti tecnici moderni superano la forza dei muscoli e dei cervelli umani». O meglio: «Ciò che produce tutto questo non è più l’uomo in quanto uomo, bensì una reazione a catena da lui provocata. Nella misura in cui oltrepassa i limiti della physis umana, essa trascende anche qualsiasi dimensione interumana di ogni possibile potere di uomini su uomini. Anche la relazione tra potere e obbedienza viene travolta. Assai più della tecnica, è proprio il potere a essere sfuggito di mano agli uomini, e coloro che, con l’aiuto di siffatti mezzi tecnici, esercitano il potere su altri non sono più “tra di loro” con quelli che sono soggetti a tale potere». (Come non intravedere in queste parole un inquietante spaccato del mondo di oggi, assai lontano da quello della Guerra Fredda e tuttavia attanagliato dall’incontrollabile complessità del capitalismo finanziario?).
È proprio in questa constatazione, del resto, che il Dialogo sul potere e il Dialogo sul nuovo spazio trovano il loro principale punto di contatto. Ed è un Carl Schmitt «sobrio e posato» quello che nei due Dialoghi condanna l’arbitrio illimitato del potere, che svela l’eterna relazione dialettica tra potere e impotenza, che disapprova ogni conquista territoriale e che infine ammonisce l’umanità dai rischi di una tecnica «disumana». Egli ormai sembra aver trovato nel «ritorno alla terra» il vero banco di prova del presente: «Colui che riuscirà a catturare la tecnica scatenata, a domarla e a inserirla in un ordinamento concreto avrà risposto all’attuale chiamata assai più di colui che con i mezzi di una tecnica scatenata cerca di sbarcare sulla Luna o su Marte». In definitiva: «Non c’è bisogno che mi auguriate niente di “nuovo”. Avrete certo notato [...] che io rimango presso la terra e sulla terra. Per me l’uomo è un figlio della terra, e lo resterà fintanto che resterà uomo. Saprete sicuramente come inizia la seconda parte del Faust di Goethe: Faust si risveglia da una notte popolata di incubi terrificanti e prova la gioia di una nuova aurora della terra, che lo consola e gli infonde nuova forza. Allora egli saluta il nuovo mondo che gli si sta aprendo con lo splendido verso: Tu sei rimasta, terra, salda anche questa notte».

Manuel Lambertini

venerdì 29 giugno 2012

2 a 1

Cercavo una poesia con cui salutare il mese di giugno, e raggiungere ancora una volta il miserrimo risultato di due post ogni trenta giorni (i lettori non me ne vorranno). Nell’optare banalmente per il tema calcistico, soprattutto per celebrare la perpetuazione del mito che ci vede vittoriosi contro la cupa Germania, la mia attenzione si è immediatamente focalizzata sulle «cinque poesie sul gioco del calcio» di Umberto Saba.
Nel leggere Goal ho pensato di essere colto da deja vu. Salvo poi scoprire di essere ritornato al momento realmente vissuto in cui, alle scuole elementari, cercavo di imparare a memoria questa poesia. Ma era solo la prima sorpesa, viste le incredibili sovrapposizioni con l’esperienza appena vissuta durante la semifinale dei campionati europei…  Non solo l’«unita ebbrezza» della folla (che ieri era un’unica ebbrezza, appunto, con smargiassate che forse al tempo di Saba non erano così diffuse…), ma anche il «vincitore» al cui «collo si gettanno i fratelli», un italiano nero di pelle e di carattere, a cui i compagni di squadra sono proprio saltati addosso.
Che dire? Con tutte queste corrispondenze (che in verità potrebbero presentarsi ad ogni partita di calcio, ma fa niente...) è quasi inevitabile che il significato ultimo del componimento venga messo da parte. E in quanto alla strofa finale... Beh, mai avrei immaginato che alla figura di Gigi Buffon potesse affiancarsi una qualsiasi immagine poetica!


Goal

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla - unita ebbrezza - par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
 - l’altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch’io son parte.

Umberto Saba

Manuel Lambertini

venerdì 22 giugno 2012

Werner Herzog on Death Row

Werner Herzog sul set di Death Row
La posizione di Werner Herzog sulla pena di morte è di «rispettoso dissenso». Ma i quattro episodi della serie Death Row, presentati a Berlino lo scorso febbraio, trasmessi negli Stati Uniti da Investigation Discovery (come già Into the Abyss) e mostrati in anteprima italiana al Biografilm Festival di Bologna (8-18 giugno 2012), hanno il merito involontario di far venire meno quel rispetto, di consumarlo fino all’insostenibilità, di seppellirlo sotto una valanga di dubbi.
Quattro storie, cinque condannati a morte. Chi conosce la filmografia del leggendario cineasta bavarese sa di non potersi aspettare uno sguardo «turbato dalla tematica politicoradicale (diciamolo: debordiana) dello spettacolo», per riprendere le inimitabili parole di Enrico Ghezzi, né si arrischierebbe ad addebitargli una tardiva, estemporanea incursione nel cinema di denucia sociale. Tuttavia, l’inafferabile complessità dell’umano – il vero, grande leitmotiv dell’opera di Herzog – riemerge qui con rinnovata forza, e lo stile asciutto della regia non può che perdere il lucido distacco dei propositi iniziali per rendersi partecipe della condizione dei «colpevoli», dei loro sentimenti, delle loro emozioni.
James Barnes
Di estrema, inquietante efferatezza le gesta di James Barnes, pluriomicida reo confesso, attualmente detenuto in Florida. Arrestato per l’assassinio della moglie, in carcere si è convertito all’Islam e ha confessato un precedente omicidio a sfondo sessuale, che gli è valso la pena di morte. Durante le riprese del film, forse per ritardare o per accelerare i tempi dell’esecuzione, rivela di essersi macchiato di altri due omicidi in età giovanile. «Simpatizzo con la sua ricerca di giustizia procedurale, ma questo non significa che lei mi piaccia», gli dice Herzog all’inizio del loro primo colloquio. Poi il racconto della vita dell’uomo, anche attraverso la testimonianza della sorella gemella Jeannice, torna alle violenze subite in famiglia, alle crudeltà cui sottoponeva gli animali fin dall’età infantile, all’insana attrazione per il fuoco, ai numerosi reati di droga… La sua lucida, onesta consapevolezza stupisce e impressiona. Ha però un attimo di smarrimento quando Herzog gli comunica un messaggio dell’anziano padre, che non ha voluto prendere parte al documentario: «Gli dica due cose: uno, gli voglio bene; due, odio i crimini che ha commesso».
Linda Carty
Linda Carty è l’unica donna di colore e con cittadinanza britannica che si trovi rinchiusa nel braccio della morte. È stata condannata alla pena capitale per l’omicidio di Joana Rodrigues, una giovane donna messicana rapita insieme al figlioletto di appena quattro giorni e trovata senza vita nel bagagliaio di un’automobile. Dopo la nascita della prima figlia Jouvelle – presente qui con una commossa testimonianza – Linda cercava disperatamente di dare un altro figlio al marito. Secondo l’accusa, la donna si sarebbe introdotta nell’abitazione della giovane coppia grazie all’aiuto di alcuni malviventi a cui aveva promesso il ritrovamento di una grande quantità di marijuana: era sua intenzione appropriarsi del bambino. Sempre secondo questa versione, confermata dalle dichiarazioni dei tre spacciatori coinvolti, Linda avrebbe poi organizzato il rapimento del neonato e della giovane mamma, soffocando quest’ultima in assenza dei complici. Lei non ha mai smesso di proclamarsi innocente. E Jouvelle avanza il sospetto di una macchinazione ai danni della madre orchestrata dalla criminalità locale, essendo Linda un’attiva informatrice della DEA, l’agenzia antidroga statunitense. Restano l’inadeguatezza della sua difesa durante tutta la durata del processo e il mancato coinvolgimento delle autorità britanniche, che avrebbero potuto risparmiarle la condanna a morte.
Joseph C. Garcia e George Rivas
L’episodio di Joseph C. Garcìa e George Rivas presenta alcune peculiarità. Non solo ha due uomini per protagonisti, e non solo i fatti che li riguardano vengono raccontati con un taglio più marcatamente documentaristico: la loro vicenda, tra i casi esaminati, è anche quella in cui i tradizionali argomenti a favore della pena-di-morte-come-deterrente giocano il ruolo più importante... Rivas e Garcìa sono due membri del gruppo dei «sette del Texas», una banda di detenuti evasa dal supercarcere di Connally nel dicembre 2000. George Rivas, la mente della fuga, e Joseph Garcìa erano stati precedentemente condannati a trent’anni di carcere, l’uno per una serie di rapine con presa di ostaggi e l’altro per omicidio. Con Herzog, entrambi ripercorrono le loro vite e parlano dell’atto che li ha condotti al patibolo: una rapina compiuta la vigilia di Natale del 2000, dieci giorni dopo l’evasione, e finita con la morte di un poliziotto. Rivas, responsabile materaile dell’accaduto, è onesto, dignitoso, obiettivo. Da professionista della «rapina senza spargimenti di sangue», dice di partecipare al dolore della famiglia della vittima. Benchè del tutto estraneo alla sparatoria, neppure Garcìa tenta di autoassolversi. Ma racconta di aver sognato se stesso, quasi centenario, durante una futura festa di compleanno. E continua a sperare che la premonizione possa essere di buon auspicio... Invece George Rivas non sembra avere il minimo dubbio sul destino che lo aspetta. La sua condanna a morte è stata eseguita il 29 febbraio 2012.
Hank Skinner
Hank Skinner, al momento dell’intervista, ha trascorso più di diciassette anni nel braccio della morte. Condannato alla pena capitale per l’omicidio della fidanzata e dei suoi due figli, si è sempre dichiarato innocente. Su di lui non è mai stato effettuato il test del Dna, e le perizie medico-legali lasciano aperti alcuni interrogativi. Per due volte la Corte Suprema ha rinviato l’applicazione della sentenza. Nel 2010 la notizia della provvisoria sospensione della pena gli arrivò venti minuti prima dell’orario previsto per l’esecuzione: è quindi lo stesso Skinner a poter raccontare l’ultimo viaggio del condannato a morte... Una carovana di auto blindate che in cinque ore attraversa il Texas, con vista su laghi e pianure. Un protocollo curato nei minimi particolari. E infine un ultimo, abbondante pasto. Davanti alle telecamere Hank è garbato, cordiale, facile alla battuta. Talvolta, perfino esplosivo. Parla del bellissimo rapporto con la figlia. E dell’ultima moglie, un’attivista per i diritti umani conosciuta durante la detenzione. Non fa mistero della propria superstizione, anzi sfoggia una certa cultura storico-esoterica. Gli ultimi anni sembrano avergli riacceso qualche speranza.
Se si volesse ricercare un filo conduttore tra queste storie, sarebbe più che opportuno concentrarsi sulla sommessa ma inevitabile deplorazione con cui Herzog guarda alla macchina burocratica e giudiziaria americana, del cui funzionamento – quello sì, disumano – sembra aver acquisito un’ottima conoscenza. Ne è massima espressione, nell’episodio di Linda Carty, uno scambio di battute con l’assistente della procura distrettuale Conney Spence, che durante il processo ha rappresentato l’accusa. Di fronte ai ripetuti ammonimenti della pubblico ministero circa un’eccessiva «umanizzazione» dell’imputata, Herzog risponde con un inappellabile verdetto: «Io non sto facendo un tentativo di umanizzarla. Lei è un essere umano. Punto».

Manuel Lambertini




giovedì 31 maggio 2012

Doppia Congiura

Il terremoto di Messina, 28 dicembre 1908
Altre scosse. Altre macerie. Altre diciassette vite spezzate. L’angoscia di chi ha perso tutto, sempre unica e nuova, non rinuncia al suo antico, amaro sapore, legata com’è alla miserrima condizione umana.
Nel dicembre 1908, all’indomani del terremoto di Messina, il poeta egiziano Hafez Ibrahim (1872-1932) rendeva omaggio alle oltre centomila vittime del più tragico evento sismico nella storia d’Europa: «Ma tu, Messina, non scomparirai nell'oblio [...] Sia pace a te nel giorno in cui sei venuta meno con la tua bellezza, / sia pace a te quando ritornerai ad essere come un tempo il paradiso d'Italia. / Un saluto da ogni essere umano della terra / per ognuno di coloro che sono scomparsi, / di coloro che il lupo ha divorato e i falchi hanno straziato, / un saluto per ciascuno di quelli che hanno versato una lacrima / e un’offerta per ricostruirti, / non elemosina ma giusto tributo di ogni uomo verso il suo simile…». Riproporre oggi i versi che «il poeta del Nilo» affidò alla poesia Il terremoto di Messina, conosciuta anche col titolo di Doppia Congiura, significa fermarsi davanti al dolore delle vittime. E trovare, nel loro ricordo, una giustificazione per rialzarsi. 


Ditemi o stelle, se lo sapete, cosa sta succedendo all'universo:
è l'ira divina o una congiura della terra per castigare l'uomo?
Dio mi perdoni, non è l'una né l'altra, ma la natura stessa delle cose:
nel ventre della terra c'è un tumulto che sprigiona e sconvolge il mare ed il vulcano.
O Signore, qual è lo scampo se mare e terra congiurano contro l'uomo?
Temevo mari, poiché la morte attendeva anche una minima distrazione del capitano:
eccola insinuarsi sotto di noi, sovrastarci, avvolgerci, ora più prossima ora più lontana.
Dunque la terra e il mare hanno per sorte entrambi di tradirci.
Cos'è successo a Messina, doppiamente uccisa nel fiore della sua gioventù?
Le sue incomparabili bellezze sono venute meno all'avvento delle due calamità.

In un attimo è stata risucchiata dal suolo e ricoperta dalle acque,
la sua beltà è perita d'un tratto, si è compiuto il suo fato.
Magari le avessero concesso almeno il tempo di congedarsi dagli amici e dai vicini,
lasciando ai compagni la gioia di incontrarsi, agli amanti di riunirsi.
Terra e monti hanno prevaricato su di essa
e con quale prepotenza l'ha fatto il mare!

Il suolo scoppia di rancore contro di lei
e si spacca da tanto ne ribolle.
Le montagne rispondono lanciando pietre, lapilli e fumo,
i mari a loro volta ingaggiano eserciti di onde tumultuose.
La morte assume diversi colori: qui nero fitto, là rosso vermiglio.
Ha reclutato acque e terra per distruggere tutti e si è fatta aiutare dalle fiamme.
Ha convocato anche nubi possenti che asservono una schiera di fulmini.
Fuggire è impossibile, regna la disperazione e svanisce il coraggio dei valorosi.

[...]

Ahi, Messina, oggi ti affianchi a Pompei ch'era rimasta sola,
vai a tenere compagnia al gioiello della corona romana,
assassinata mentre era ancora intenta al diletto.
La sorte è sopraggiunta mentre la gente doviziosa era nei ritrovi
al suono della musica: amanti appassionati, gaudenti spensierati, giocatori incalliti...
Son tutti morti, così come lo sono or ora i tuoi
ed il sorriso della vita si è offuscato.
Ma tu, Messina, non scomparirai nell'oblio come a lei è toccato,
coloro che hanno edificato l'Italia son grandi costruttori,
finché sussisterà almeno uno di loro, puoi stare tranquilla.
Sia pace a te nel giorno in cui sei venuta meno con la tua bellezza,
sia pace a te quando ritornerai ad essere come un tempo il paradiso d'Italia.
Un saluto da ogni essere umano della terra
per ognuno di coloro che sono scomparsi,
di coloro che il lupo ha divorato e i falchi hanno straziato,
un saluto per ciascuno di quelli che hanno versato una lacrima
e un'offerta per ricostruirti,
non elemosina ma giusto tributo di ogni uomo verso il suo simile.

Scrivete del cielo di Reggio, di Messina, della Calabria, in ogni lingua:
qui è morta ogni impresa, ogni immagine è sbiadita,
si è spento ogni pensiero, ha taciuto ogni canto.

                                                                                                    Hafez Ibrahim

Manuel Lambertini

venerdì 25 maggio 2012

Terremoti

Sette morti. Cinquanta feriti. Seimila sfollati, e danni incalcolabili al patrimonio culturale e al tessuto produttivo della regione. Pensare che un sisma di magnitudo 6 abbia colpito l’Emilia Romagna, in località che la pianura e le nebbie sembravano proteggere da ogni turbolenza, lascia sopresi e sgomenti.
Finale Emilia, Sant’Agostino, San Carlo, Sant’Alberto, Ponte Rodoni di Bondeno: paesi che fino a cinque giorni fa erano poco conosciuti dagli stessi emiliani sono balzati ora all’attenzione dei media per il più imprevedibile degli eventi naturali, e per il carico di morte e distruzione che li ha feriti.
Anna e Gabi, 86 e 37 anni, sono morte di paura. Nevina avrebbe compiuto 103 anni il mese prossimo: le ha tolto la vita la caduta di un calcinaccio, nel suo vecchio casolare di campagna. Leonardo aveva un figlio di 8 anni e una figlia di 18: faceva il turno di notte nella Ceramica Sant’Agostino, ed è morto nel crollo di uno dei capannoni più nuovi di tutto lo stabilimento. Come Nicola, di anni 35, che alla Ceramica era delegato sindacale, e che tra non molto avrebbe dovuto sposarsi. La notte del 20 maggio sostituiva un collega ammalato. Tarik aveva appena ottenuto il ricongiungimento familiare con la giovane moglie Iudad, in arrivo dal Marocco; aveva 29 anni, e da tre lavorava alla Ursa di Bondeno, una fabbrica chimica di polistirene espanso. Sopravvissuto alla prima scossa, era rientrato precipitosamente in fabbrica per «chiudere la valvola del gas», secondo i racconti dei compagni di lavoro. Non ne è più uscito.
Nell’aprile 2009, sul suo indimenticabile Quaderno, Josè Saramago dedicava alcune, lapidarie righe al terremoto a L’Aquila: «Leggo in un reportage sul terremoto degli Abruzzi che i sopravvissuti, disperati, impotenti, si domandano perché mai il destino abbia scelto loro e la loro terra come campo della tremenda catastrofe. È una domanda a cui non ci sarà mai una risposta, ma che invariabilmente ci poniamo quando l’infelicità è venuta a bussarci alla porta, come se in qualche parte dell’universo esistesse un responsabile cui chieder conto dei mali che ci capitano. […] Ci domandiamo perché a noi, perchè a me, e non c’è risposta. Anche Jacques Brel se l’era domandato: “Pourquoi moi? Pourquoi maintenant?” – e morì. È il destino, diciamo, e nel destino non c’è scritta la parola risurrezione. È bene saperlo perché, in verità, il mondo non è fatto per le risurrezioni. Basta già quello che c’è».

Manuel Lambertini