venerdì 11 novembre 2011

Pupi Avati, artigiano di cinema

Confeziona film ad una velocità impressionante, con ritmi di lavoro che il trascorrere degli anni ha perfino reso più incalzanti. Dall’esordio con Balsamus, nel 1968, a Il cuore grande delle ragazze, Giuseppe Avati detto Pupi vanta una filmografia di circa quaranta titoli, a cui si aggiungono alcune serie tv di grande successo. Da anni accompagna la promozione del film appena realizzato con le riprese dell’opera che seguirà, non senza aver elaborato la sceneggiatura ancora successiva... E su ogni nuovo set la “famiglia Avati” si allarga, accoglie i nuovi arrivati e non trascura gli amici di sempre, guidata dal paziente rigore di Pupi e sorretta dall’espansiva magnanimità del fratello Antonio, colonna portante della DUEA Film e indispensabile compagno d’avventura. Nel libro autobiografico Sotto le stelle di un film (Il Margine, 2008) è proprio quest’ultimo a confessare il segreto della prolificità avatiana: «Noi facciamo tanti film non perché siamo più bravi degli altri, ma perché ne abbiamo più bisogno degli altri, perché ogni nuovo film con i suoi anticipi finanziari ci permette di pagare i conti del film precedente e consente alla nostra società di vivere».
Al bolognese Pupi Avati il cinema ha offerto quel successo che la musica aveva negato, riscattando aspirazioni artistiche bersagliate dal sarcasmo provinciale e platealmente derise dalla cultura del bar. Quando, dal 1959 al 1962, suonava nella «Rheno Dixieland Band», era certo di poter diventare un grande clarinettista jazz; ma fu l’entrata nel gruppo di Lucio Dalla, con il suo umiliante talento, a stroncargli ogni ambizione. Assunto come impiegato alla Findus, trascorse nella nota azienda di surgelati il periodo meno gratificante della sua vita, benché la sicurezza economica di quegli anni gli abbia permesso di sposare l’amata Nicola Turri: nel 1966 nacque la loro prima figlia, Maria Antonia, seguita da Tommaso nel 1969 e da Alvise nel 1971. Ma in quel periodo fermentò anche il suo amore per il cinema: folgorato dalla visione di Otto e mezzo e imbattutosi, a Ferrara, nel set de La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, si lasciò conquistare da questa nuova infatuazione.
Nel 1966 diresse uno spettacolo musicale che fu inscenato al Teatro Duse di Bologna; poi la sua amicizia con il jazzista Romano Mussolini gli permise di lavorare come aiuto regista in Satanik (1968) di Piero Vivarelli. La sceneggiatura del suo primo film venne sottoposta a tutti i produttori dell’epoca, finchè un anonimo industriale accettò di finanziarne la realizzazione: Balsamus, l’uomo di Satana, con protagonista Bob Tonelli, poté faticosamente comparire sulle scene, regalando ad Avati almeno l’attenzione della critica. Dopo il fallimento del film che seguì, Thomas…Gli indemoniati (1969), decise di trasferirsi a Roma, dove la madre Ines gestiva una piccola pensione. Malgrado le molte difficoltà economiche, fu proprio il nuovo clima a infondergli fiducia: libero dal timore di essere additato come un fallito, poté entrare a far parte del salotto di Laura Betti – un ambiente che presto avrebbe abbandonato – e conoscere meglio il mondo del cinema. Collaborò infatti alla sceneggiatura dell’ultimo film di Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), nell’attesa di portare a termine un proprio progetto.
La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone uscì nel 1974, prodotto da Giovanni Bertolucci per la Euro International e reso possibile dalla generosità di Ugo Tognazzi, che accettò senza cachet il ruolo di protagonista. La formula produttiva cambiò radicalmente dopo le disavventure del film successivo, Bordella (1975), sceneggiato con la collaborazione di Maurizio Costanzo e posto sotto sequestro per oscenità. Nell’intento di svincolarsi da ogni nocivo condizionamento, il regista fondò la A.M.A. Film, insieme all’inseparabile Antonio e al producer Gianni Minervini. Scommettendo su una pellicola a basso costo, la nuova società produsse l’esempio più alto di gotico padano, La casa dalle finestre che ridono (1976). Il film, come ha evidenziato Antonello Sarno, segnò l’ingesso di Avati «in quella categoria di autori certamente promettenti (che, con un termine orrendo e di vaga derivazione sindacale, oggi si definisce “artigianato” cinematografico) nella quale resterà per parecchio tempo, prima di raggiungere il traguardo della definitiva e simultanea consacrazione da parte della critica e del pubblico» (A. Sarno, Pupi Avati, Il Castoro, 1992, p. 46). Operazioni altrettanto felici della A.M.A. Film furono Tutti defunti… tranne i morti (1977) con Carlo Delle Piane, Aiutami a sognare (1981) e Zeder (1982), oltre a serie televisive quali Jazz Band (1978) e Cinema!!! (1979), trasmesse da Rai Uno in prima serata. A deludere le aspettative fu invece lo sfortunato Le strelle nel fosso (1978), un’incantevole fiaba contadina in perpetua corrispondenza con il sovrannaturale. Il sodalizio con Minervini proseguì fino al 1983: dopo lo straordinario esito di Una gita scolastica, che vide la prima apparizione del giovane Nik Novecento, i fratelli Avati poterono dare vita ad una factory del tutto autonoma, la DUEA Film.
Quest’ultima iniziativa – la cui energia, dopo un quarto di secolo, non può certo dirsi esaurita – ha dato al cinema italiano piccoli capolavori come Festa di laurea (1985), Regalo di Natale (1986), Storia di ragazzi e di ragazze (1989) e Il testimone dello sposo (1997). Nel corso della sua lunga maturazione, il regista è poi approdato ad una singolare esperienza negli Stati Uniti, seguendo il mito del cornettista Leon “Bix” Beiderbecke. Dopo l’impegnativo Bix: un’ipotesi leggendaria (1991), girato a Davenport, nella casa natale del protagonista, la provincia americana avrebbe fatto da location ad altri suoi film: da Fratelli e sorelle (1992) a L’amico d’infanzia (1994), fino al recente Il nascondiglio (2007). Ma tra ripetute avventure d’oltreoceano e appassionate incursioni nel Medioevo – prima con Magnificat (1993) e poi con il kolossal I cavalieri che fecero l’impresa (2001) – a imporsi sarebbe stata, ancora una volta, quella riflessione sulla famiglia e sui rapporti padre-figlio da sempre presente nella cinematografia avatiana. La cena per farli conoscere (2006) e Il papà di Giovanna (2008), come ha fatto notare Federico Pontiggia su «Il Fatto Quotidiano», potrebbero così essere collocati all’interno di un’ideale “trilogia sui padri”, giunta poi a compimento con Il figlio più piccolo (2010).
Tra i registi italiani, nessuno sembra attingere idee ed emozioni dalla propria storia personale con la stessa naturalezza di Pupi Avati. Ha saputo raccontare Bologna solo dopo averla lasciata: si è calato nei luoghi fisici dell’infanzia e in quelli ideali della memoria, riscoprendo una città con cui non è ancora avvenuta una piena riconciliazione. Per il duplice rifiuto dell’impegno politico e della sottomissione al mercato, ha ottenuto da Goffredo Fofi l’appellativo di «Truffaut dell’Italietta»: nel restare fedele al credo cattolico e a idee politiche vagamente democristiane, Avati ha scelto una forma di emarginazione che si è rivelata alquanto stimolante… Muovendosi tra l’horror e la commedia, tra il grottesco e il drammatico, il suo cinema ha creato un genere del tutto nuovo, contraddistinto da una predilezione spesso derisa per i buoni sentimenti ma incapace di rinnegare il fascino del lato oscuro dell’anima umana. «Deluderò qualcuno – ha scritto in Sotto le stelle di un film – ma tutti i film di genere horror [...] li ho fatti con l’obiettivo di spaventare, e basta. Non voglio giustificarli con istanze superiori. È stato il resettare me stesso nei riguardi del mezzo, rimettermi alla prova per vedere se ero ancora capace di produrre emozioni primarie. Niente di più. Nessun altro intento artistico o filosofico».
Eppure, neanche i film horror possono ritenersi estranei a quell’«Avati touch», per usare la felice espressione di Tullio Kezich, che regala una delicata grazia ad ogni tipo di narrazione. Le sue opere più sentite sono pervase da una religiosità personale e intrisa di cultura contadina, nella credenza dal sapore antico che il trascendente possa manifestarsi attraverso l’immediatezza della natura. Le sue storie, sempre corali e sommesse, nascono dal quotidiano e cercano di entrare in intimità con lo spettatore. Gli eroi di questi piccoli film sono uomini semplici e insicuri, persone ingenue e mai cresciute del tutto, destinate ad essere tradite e ridicolizzate. Ma sono anche «perdenti senza rassegnazione», come li ha definititi lo stesso Avati, capaci ogni volta di nutrirsi delle più vane speranze. A venticinque anni di distanza, Carlo Delle Piane e Silvio Orlando hanno vinto la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia per ruoli molto simili, rispettivamente con Una gita scolastica e Il papà di Giovanna. Entrambi interpretavano timidi professori liceali – e del medesimo liceo, il Galvani – intenti a difendere le loro illusioni. Ancor più ingenui erano poi i personaggi interpretati da Nik Novecento, scoperto per caso da Antonio Avati e prematuramente scomparso: al secolo Leonardo Sottani, Nik resta la più commovente incarnazione della genuinità e del candore, la più autentica personificazione dell’innocenza che si ricordi nel cinema italiano.
Una nota anomalia del metodo avatiano riguarda proprio la selezione e la direzione degli attori. «L’organizzazione del film assomiglia un po’ agli inviti a cena» ha spiegato una volta Pupi. «Cerchi di mettere insieme le persone con le quali hai piacere di stare, ma che immagini stiano bene tra di loro, a tavola. E così, per i film, io diramo gli inviti prima di sapere esattamente quello che farò, ed è la risposta all’invito che crea in me quella sorta di piccolo brivido, di piccolo entusiasmo, che mi è indispensabile per scrivere la storia. È proprio questo raccontare e riraccontare [alle persone chiamate] che crea in me stesso quell’accumulo di materiale che poi mi è indispensabile nel momento in cui vado a scrivere» (A. Sarno, op. cit., p. 118). A lungo coordinata dall’aiuto regista Cesare Bastelli, col supporto di fidati professionisti quali Riz Ortolani per le musiche, Pasquale Rachini per la fotografia e Amedeo Salfa per il montaggio, la factory non ha mai separato il proprio destino da quello di Gianni Cavina, presente fin dai tempi di Balsamus. A lui si sono aggiunti, negli anni, attori celebri e sconosciuti, improbabili personaggi televisivi e talenti inaspettati: da Mariangela Melato a Ezio Greggio, da Elena Sofia Ricci a Cesare Cremonini, passando per Katia Ricciarelli, Ines Sastre e Francesca Neri, solo per citarne alcuni. «Ma uno studio più attento – ha scritto il critico Lorenzo Pellizzari – rivelerebbe la costante presenza di caratteristi e figuranti che nell’immaginario del regista più che una squadra vengono a comporre un vero e proprio piccolo mondo» (Antonio Maraldi, Il cinema di Pupi Avati, Centro Cinema Città di Cesena, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», p. 13-14).
Un mondo che non sarebbe lo stesso senza la famigerata “terapia Avati”. L’ha vissuta il grande Carlo Delle Piane, riabilitato da Tutti defunti… tranne i morti dopo un periodo di commedie di serie B. Vi si è sottoposto con entusiasmo Diego Abatantuono, sdoganatosi dai film precedenti grazie a Regalo di Natale. E ha tentato di praticarla anche Massimo Boldi, nel meno noto Festival (1996). «La prima volta che ho incontrato Pupi è stato per Il nascondiglio» ha ricordato di recente un’attrice assai lontana da necessità di questo tipo, Laura Morante. «Lui subito ha premesso: “ti avverto che in questo film dovrai essere brutta”. Poi nel secondo film mi ha detto: “vorrei che tu rinunciassi ad essere intelligente”… A Pupi piacciono o gli attori che può scoprire e tirare fuori dal nulla, oppure quelli sul viale del tramonto. Io suppongo di essere della seconda categoria…».
Dopo la tiepida accoglienza ricevuta dagli ultimi due film – Il figlio più piccolo con Christian De Sica e la stessa Laura Morante, e Una sconfinata giovinezza (2010), assai più doloroso e commosso – Il cuore grande delle ragazze (2011) figurava tra i favoriti alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Non ha vinto, ma per la critica Avati è ormai «il Balzac della celluloide». La sua leggerezza, semplice e nostalgica come l’odore del biancospino, insospettabilmente ed innocentemente licenziosa, non è più imputabile di sentimentalismo.

Manuel Lambertini

giovedì 20 ottobre 2011

L’uomo dalla pistola d’oro

«Sic transit gloria mundi». Laconico e calzante il commento dell’ex-sodale italiano, Silvio Berlusconi. Così passa la gloria di questo mondo. Muammar Gheddafi è stato ferito e giustiziato sul posto da una folla in stato di isteria collettiva. Trascinato nella polvere. Spogliato della camicia da combattente. Calpestato. Difficile dire se a ucciderlo sia stata l’eccitazione dei ribelli o un preciso ordine del Consiglio nazionale di transizione. I capi degli insorti avevano dichiarato di volerlo catturare vivo, ma la sua ingombrante figura – anche nel più penoso dei processi farsa – non avrebbe rinunciato a mettere in imbarazzo le vecchie conoscenze della nuova Libia. Lui che era al potere dal ’69, tra voltafaccia e colpi di teatro, e che nella sua ultima primavera aveva assistito ad un numero impressionante di tradimenti. Primo fra tutti, quello di Mustafa Abd al-Jalil, ministro della Giustizia dal 2007 al 2011 ed oggi segretario del Cnt, bersaglio nel 2010 delle proteste di Human Rights Watch e Amnesty International.
Secondo le testimonianze dei presenti, l’ex rais implorava i suoi nemici: «Non sparate, non sparate». Lo ha confermato anche Mohammed Al-Bibi, il ventenne che avrebbe scoperto il tunnel dove si era nascosto, dopo che aerei Nato avevano messo fuori uso il convoglio che lo scortava. Galvanizzato dall’entusiasmo dei compagni d’armi, il ragazzo sorrideva davanti alle telecamere brandendo la pistola d’oro che il colonnello portava sempre con sè. Ma la ricostruzione degli avvenimenti è grossolana, non verificabile e non credibile, funzionale alla rimozione di una resistenza sorprendente, imprevista, prolungatasi fino alle estreme conseguenze, fino all’ultimo respiro. Versione contraddittoria e lacunosa, scandita da una ridda di voci contrastanti e offuscata da innumerevoli incongruenze. In alcune immagini si vede l’ex presidente della Jamahiriya camminare con le proprie gambe. In altre, girate poco dopo, lo si vede riverso a terra senza vita, coperto dalla polvere e dal sangue. Nessuna corsa in ambulanza, contrariamente a quanto dichiarato nelle prime ore, e nessun tentativo di salvargli la vita.
Non ci sono dubbi: il vecchio leone è morto con le armi in pugno. Seguitava a rivendicare la propria diversità rispetto agli altri leader arabi, Ben Ali e Mubarak in testa, e ha preferito l'onore alla vita. Fedele alla migliore tradizione della tragedia shakespeariana, si era asserragliato nella sua Sirte, al fianco degli ultimi fedelissimi, e non tra i Tuareg del deserto o in un qualsiasi altro esilio dorato. Stavolta è impossibile non associarsi all’epitaffio di Giuliano Ferrara: «Le persone sane di mente e di cuore sanno che è stato, oltre che un assassino, anche un grande combattente». E il vagito della Libia che verrà è ora inascoltabile, perché la primavera araba ha appena esalato l’ultimo respiro. Tra grigi burocrati, militari riciclati e inaddomesticabili sgherri col coltello tra i denti.

Manuel Lambertini

martedì 18 ottobre 2011

Andrea Zanzotto


Esistere psichicamente (1957)

Da questa artificiosa terra-carne
esili acuminati sensi
e sussulti e silenzi,
da questa bava di vicende
- soli che urtarono fili di ciglia
ariste appena sfrangiate pei colli -
da questo lungo attimo
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
da tutto questo che non fu
primavera non luglio non autunno
ma solo egro spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono:
tale la verità geme a se stessa,
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.
Chiarore acido che tessi
i bruciori d’inferno
degli atomi e il conato
torbido d'alghe e vermi,
chiarore-uovo
che nel morente muco fai parole
e amori.

                                   Andrea Zanzotto (10 ottobre 1921 – 18 ottobre 2011)

Manuel Lambertini

lunedì 26 settembre 2011

Wangari Maathai

Bologna, Palazzo D'Accursio, 11 maggio 2010
Se ne è andata «il 25 settembre 2011 dopo una lunga e coraggiosa lotta contro il cancro», si legge sul sito internet del Green Belt Movement, l’organizzazione non governativa che ella stessa aveva fondato nel 1977 e che da allora combatte la deforestazione del continente africano. Prosegue il comunicato: «La dipartita della Professoressa Maathai è prematura ed è una grandissima perdita per tutti coloro che la conoscevano - come madre, parente, collega, modello, e eroina; o che ammiravano la sua determinazione nel rendere il mondo un posto più pacifico, più sano e migliore».
Tra le grandi personalità africane, nessuna al pari di Wangari Maathai è riuscita a indirizzare la propria realizzazione professionale verso una così alta condivisione delle improcrastinabili battaglie a difesa dell’ambiente. Nata a Nyeri il 1° aprile 1940 in una modesta famiglia di etnia kikuyo, nel 1966 si laureò in Scienze Biologiche all’Università di Pitthsburg, grazie alla borsa di studio che il programma “Ponte aereo Kennedy” forniva agli studenti africani più meritevoli. Nel 1971 fu la prima donna dell’Africa Orientale a ricevere un dottorato di ricerca, e poi la prima a dirigere un dipartimento universitario in Kenya: al 1976 risale infatti la sua nomina a capo del dipartimento di Anatomia Veterinaria presso l’Università di Nairobi.
Il Green Belt Movement vide la luce l’anno successivo, su sollecitazione del Consiglio Nazionale delle Donne del Kenya, che la stessa Maathai avrebbe successivamente presieduto. Oggi, dopo oltre tre decenni di attività e grazie alla partecipazione di tremila donne, l’associazione può vantare una campagna di riforestazione che conta circa 30 milioni di alberi piantati con il coinvolgimento delle piccole comunità locali. Un impegno che è valso a Wangari Maathai il soprannome di Mama Miti, “mamma degli alberi”. Non mancarono neanche i riconoscimenti internazionali… Nel 1984 le venne assegnato il Right Livelihood Award, noto come il Nobel alternativo, in seguito conferito ad un’altra icona ecofemminista, Vandana Shiva. E nel 2004, dopo vent’anni di lotte - anche contro il governo di Daniel Arap Moi, la cui polizia non esitò a picchiarla mentre stava piantando alberi nella foresta di Karura, nei pressi di Nairobi - la parlamentare e neo sottosegretaria al Ministero dell’Ambiente fu insignita del Premio Nobel per la Pace. Quello vero. In omaggio al «suo operato nel campo dei diritti delle donne, perché il suo lavoro ha ispirato moltissimi altri attivisti, perché ha saputo conciliare la scienza e il lavoro democratico». Per «il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace».
Durante la cerimonia di consegna del premio, pronunciò un discorso dall’enorme slancio profetico: «Sono passati trent’anni dall’inizio del nostro lavoro. Le attività che devastano l’ambiente e le società proseguono senza sosta. Oggi ci troviamo di fronte ad una sfida che richiede un cambiamento nel nostro modo di pensare, affinchè l’umanità smetta di minacciare il proprio sistema di supporto vitale. Siamo chiamati ad aiutare la Terra a guarire le sue ferite, e a guarire la nostra – anzi, ad abbracciare l’intera creazione in tutta la sua diversità, bellezza e meraviglia. [...] Nel corso della storia, arriva un momento in cui l’umanità è chiamata a passare ad un nuovo livello di coscienza, per raggiungere un terreno morale superiore. Un tempo in cui dobbiamo liberarci delle nostre paure e trasmetterci speranza a vicenda. Quel tempo è adesso».
Da allora girò il mondo ripetendo sempre lo stesso messaggio: «In tutte le analisi dei problemi dell’Africa, c’è una risorsa che spesso non viene apprezzata: gli africani stessi». E l’immensa saggezza dell’Africa non è certo scomparsa con lei. Quell’Africa ancora dilaniata dalla povertà. Culla di un’umanità distratta. Terra insanguinata da eterni conflitti. Ma madre amorevole di una donna dolce e ostinata, capace di reggere sulle proprie spalle il peso di questo opprimente fardello. Un carico che ora grava sulle generazioni che verranno, alleggerito soltanto dalla forza del suo esempio.

Manuel Lambertini

venerdì 16 settembre 2011

Donne che odiano Madonna

Andrea Riseborough, Madonna e Abbie Cornish
1° settembre 2011
Trovarsi a un metro di distanza dalla Regina del Pop non è un’esperienza che possono vantare molti. A me è successo quindici giorni fa durante la 68esima Mostra di Venezia, all’imbarcadero dell’Hotel Excelsior. Con alcuni amici stavo seguendo il grande press agent Enrico Lucherini, convinto che fosse in procinto di accogliere qualche ospite importante… A ragione, pensavamo si trattasse dei protagonisti di Sangue caldo, la fiction di Canale 5 con Asia Argento, Manuela Arcuri e Gabriel Garko. Ma l’atmosfera di sovreccitazione che aleggiava tra i presenti ci ha fatto pensare subito a qualcosa di più grosso... Poi è arrivata la conferma: la conferenza stampa di presentazione del film W. E. era appena finita, e Madonna Louise Veronica Ciccone stava per entrare in Hotel. Preceduta da un numero considerevole di guardie del corpo, la guardo sbarcare sulla passerella di fronte ai fotografi. Un bodyguard mi vede giocherellare con la macchina fotografica: si avvicina con aria grave e me la fa mettere via. Intanto Madonna ha raggiunto un gruppetto di fans urlanti, raccolti dietro le transenne. Firma un paio di autografi. Poi il volume delle urla sale, la piccola folla comincia a spingere, una guardia del corpo è costretta ad appoggiarsi di peso alla transenna. La fanno entrare dopo pochi secondi. Per un momento me la trovo di fronte. Dall’interno del corridoio che dà nella hall, la vedo agitare in aria le braccia e lanciarsi in un sospiro liberatorio, prima di scambiare una risata complice con la ragazza che la tiene a braccetto. Poi i bodyguard la indirizzano in un corridoio laterale, di cui ci viene opportunamente sbarrato l’accesso.
La mia storia con Madonna finisce qui. E mi ha lasciato la piacevole impressione di aver assistito alla autosospensione di un mito costruito dal nulla; mito temporaneamente rimosso, messo in ombra da un più urgente desiderio di tranquillità. Ma a quei giorni risale anche l’incubazione di una polemica che è deflagrata solo ora, dopo la pubblicazione dell’intervista che la Regina del Pop ha rilasciato a Oggi. Chiamata ad esprimere un giudizio su Berlusconi, si è limitata a rispondere: «Cosa penso di Berlusconi? Non vorrei parlarne adesso. Ma il settimanale inglese Economist ha già detto tutto, no?». Molto probabilmente il riferimento è ad un recente titolo: «Perché Silvio Berlusconi è inadatto a governare l’Italia». Apriti cielo! I berluscones non hanno esitato a dare battaglia. Il sottosegretario Giovanardi ha colto la palla al balzo: «Molto intelligente l’attacco all’Italia e a Berlusconi della signora Ciccone. Riprende un giornale inglese, The Economist, che pontifica da un Paese in cui, ad agosto, abbiamo visto rivolte sociali senza precedenti e certamente avrà sentito cosa ha detto il premier inglese a commento di una città come Londra messa a ferro e fuoco; l’Inghilterra è un Paese in preda a un evidente sfascio delle strutture familiari, a una disgregazione totale della società. Insomma se il pulpito cui si ispira Madonna è quello inglese allora possiamo stare tranquilli». E poi la ciliegina sulla torta: il pensiero politico della popstar «non conta nulla. Gli italiani sanno che è una supermiliardaria e non è che la gente si lasci irretire da questi satrapi ricchi e viziati. Tra l’altro, la signora Ciccone è apertamente per le famiglie omosessuali, quindi schierata palesemente contro la nostra cultura e la nostra Costituzione che non prevedono famiglie gay». Già, la gente non si lascia irretire da questi satrapi ricchi e viziati… E gli italiani non resterebbero certo a guardare, se qualcuno di questi supermiliardari calpestasse la loro Costituzione…
Le prime ad insorgere, tradite dalla deriva antiberlusconiana di Madonna, sono però state le donne del Pdl. Come non accorgersi, ad esempio, della reazione di Daniela Santanchè? Al solo leggere le sue dichiarazioni sembra quasi di sentirne la voce. Sembra di vederla, mentre dice che Madonna «va contro la scelta democratica di milioni di italiani che hanno voluto e votato con convinzione questo governo. Mi dispiace che Madonna usi queste parole nei confronti dell’Italia. Dispiace che sia proprio un’italoamericana a giudicare così negativamente il suo Paese. Mi auguro a questo punto che gli italiani pensino di lei quello che lei pensa di loro e che, quindi, il suo peraltro stroncatissimo film se lo veda da sola. Quello che fa più male è che queste celebrità siano particolarmente attente a lanciare i loro prodotti e, senza scrupoli, facciano il loro marketing sulla pelle degli italiani».
Apparentemente più pacata la replica di Gabriella Carlucci: «Continuerò ad essere una sua grandissima fan e ad apprezzarla artisticamente, ma trovo un errore strategico la sua dichiarazione. È evidente che non sa nulla dell’Italia. È come se io, che sono stata recentemente negli Usa per un gemellaggio con la città di Miami, parlassi male di Obama». Il confronto lascia un po’ perplessi. Ma il meglio deve ancora venire: «Mi dispiace moltissimo che Madonna abbia avallato le tesi dell’Economist, tra l’altro in un Paese come l’Italia che la adora. Evidentemente ha un ufficio stampa comunista che le ha detto di dire così per farla uscire meglio sui giornali comunisti».

Manuel Lambertini

lunedì 12 settembre 2011

Dieci anni e un giorno

Nel commemorare il decennale dell’11 settembre, Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio al presidente Obama nel quale ricorda come la tragedia delle Twin Towers abbia «unito americani e non americani, nel segno del medesimo dolore e di una condivisa determinazione». Per il Presidente della Repubblica, «al di là dello shock immediato, tutte le Nazioni e i popoli civili hanno compreso che i nostri valori comuni fondamentali erano stati ripudiati e attaccati. Era necessario combattere contro il terrorismo internazionale, in quanto minaccia diretta non solo contro il mondo occidentale ma contro l’intera comunità internazionale. Questo è divenuto un comune impegno per la comune sicurezza». In quest’ambito, «importanti risultati sono stati raggiunti». E ancora oggi «la sicurezza di tutti rimane fondamentale. Ma dobbiamo anche guardare avanti e rafforzare quella solidarietà internazionale e multilaterale che ci ha sostenuto dieci anni fa. Non abbiamo semplicemente combattuto il terrorismo. Abbiamo salvaguardato i nostri valori comuni in pericolo; abbiamo difeso i diritti umani, lo stato di diritto, la libertà e il rispetto per la vita umana; abbiamo rifiutato uno scontro tra culture e abbiamo promosso il dialogo; abbiamo preservato i fondamenti e la legittimazione della comunità internazionale». Resta fermo «il nostro impegno comune per un mondo più sicuro, aperto e pacifico».
Giorgio Napolitano e Barack Obama al Quirinale, 8 luglio 2009
Nessuno ha avuto il coraggio di dire che li abbiamo invece traditi, quei valori. Che gli otto anni di Amministrazione Bush hanno cavalcato proprio quello scontro tra civiltà che Obama e le rivolte arabe sembrano aver momentaneamente riposto nel cassetto. Che a Guantanamo e ad Abu Ghraib abbiamo deliberatamente calpestato «i diritti umani, lo stato di diritto, la libertà e il rispetto per la vita». E se qualcuno riesce ad annoverare l’assassinio di Bin Laden tra gli «importanti risultati raggiunti», è assai più difficile fare lo stesso con la criminale invasione dell’Iraq e con l'occupazione dell’Afghanistan. Con buona pace della «solidarietà internazionale e multilaterale», ben presente al tempo della guerra contro i Talebani, ancora una volta abbiamo promosso la democrazia solo se compatibile con gli interessi occidentali, sostenuti da quelle stesse dittature che la Primavera Araba ha spazzato via. Unilaterale è stata l’Operazione Iraq Freedom, lanciata da Usa e Gran Bretagna sulla base di inenarrabili menzogne. E unilaterali sono state le tante offensive scatenate da Israele, in Cisgiordania come in Libano, come a Gaza, dove lo Stato ebraico ha smantellato le proprie colonie, sempre unilateralmente, nel 2005.
Inevitabile conclusione: il messaggio con cui Napolitano sotterra dieci anni di crimini e di fallimenti è un capolavoro di politically correct. Obbligato, certo. Speriamo almeno non sia sincero.

Manuel Lambertini

domenica 11 settembre 2011

Azzollini

Ricordarsi della sua faccia non risulta molto difficile. Lo è molto di più credere che proprio lui, il senatore Azzollini, sia relatore della manovra economica ora all’esame del Parlamento, nonché Presidente della Commissione Bilancio del Senato. A lui è da far risalire anche la paternità dell’art. 8 della manovra, che introduce il licenziamento senza giusta causa in deroga all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. E reca la sua firma l’emendamento che recepisce l’accordo interconfederale del 28 giugno scorso: i contratti sottoscritti dalla maggioranza dei sindacati saranno validi «per tutti i lavoratori», e con l’assenso delle stesse organizzazioni sindacali si potrà derogare all’obbligo di reintegro previsto per i lavoratori licenziati senza giusta causa.
Ma chi è Antonio Azzollini, l’improbabile regista del fortunato colpo di mano? Forse l’unico uomo politico ad essere sindaco di un comune con più di 60.000 abitanti – la natia Molfetta – e contemporaneamente senatore e Presidente di Commissione. Già primo cittadino del comune pugliese, nel 2008 aveva rassegnato le dimissioni per poter partecipare (con successo) alle elezioni in Senato, salvo poi ricandidarsi e sconfiggere il democratico Mino Salvemini. Classe 1953, è avvocato dal 1984. Della sua formidabile carriera politica, la prima cosa che salta agli occhi è la vecchia militanza comunista. I terreni della sinistra, per la verità, il senatore Azzollini li ha battuti un po’ tutti: dal Partito di Unità Proletaria ai Verdi, al Pci-Pds. Poi l’adesione al Partito Popolare Italiano, e l’ingresso in grande stile nella neonata Forza Italia: perché non poteva «rimanere ucciso ideologicamente sotto le macerie del Muro di Berlino».
Poche volte ha goduto della visibilità che ha oggi, ma sempre grazie a exploit di tutto rispetto. Irresistibili le sue imprecazioni in dialetto barese durante la seduta del consiglio comunale che, nel settembre 2008, seguì alla decisione del Tar di imporre una minima presenza femminile in Giunta.  Provocò invece una levata di scudi la proposta, poi ritirata, di tagliare le tredicesime a magistrati, poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, personale di carriera prefettizia, professori e ricercatori universitari… È infine di stretta attualità il pacchetto anti-evasione, con provvedimenti che prevedono il carcere per chi evade più di 3 milioni di euro e la pubblicazione on-line delle dichiarazioni dei redditi.
Ma tra la commedia all’italiana e il noir, si sa, il confine è spesso incerto: a giugno un’inchiesta della Procura di Trani, l’operazione «Mani sulla città», ha svelato abissi di illegalità e di corruzione gravitanti attorno al Comune di Molfetta. 51 le persone indagate, 9 gli arresti. Secondo gli inquirenti, l’attività amministrativa dell’Ufficio Tecnico del Comune era stata interamente dirottata verso interessi privati, a beneficio dello studio di progettazione riconducibile all’ing. Rocco Altomare, dirigente del’UTC di Molfetta. Gravissime le ipotesi di reato: associazione a delinquere finalizzata a corruzione e concussione, abuso d’ufficio, reati contro la pubblica amministrazione, reati ambientali implicanti notevoli rischi di natura idrogeologica... Il sindaco Azzollini, che pure non risulta tra gli indagati, ha finora ignorato le numerose richieste di dimissioni. Ma la farsa che lo vede protagonista non diverte più come prima.

Manuel Lambertini