giovedì 17 marzo 2011

150 anni



«I leghisti al Consiglio regionale lombardo rifiutano l’inno di Mameli. Per il resto vanno a caccia di poltrone e presidenze… nazionali». A esordire con queste parole, alla vigilia del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, è un editoriale di Giorgio Vecchiato pubblicato on line da Famiglia Cristiana. Ieri il Card. Bertone si è recato al Quirinale con un messaggio di Papa Benedetto XVI: «L'unità d'Italia, realizzatasi nella seconda metà dell'Ottocento ha potuto aver luogo non come artificiosa costruzione politica di identità diverse, ma come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo». Invece per gli uomini del Carroccio l’«identità nazionale forte e radicata» sembra esser questione di stati d’animo, oltre che di opportunità politica: due giorni fa i consiglieri regionali leghisti in Lombardia disertavano l’aula al momento dell’inno di Mameli, tra alzate di spalle e polemiche di facciata...
«Rifiutarsi di cantare l'inno di Mameli, anzi rimpiazzarlo al bar con brioche e cappuccino, - fa notare ancora Famiglia Cristiana - è uno di quei giochetti che danno ai protagonisti un brivido gladiatorio, non comportano rischio alcuno, procurano titoli sui giornali e spazi in tv». I leghisti «non cantano l’inno nazionale e nemmeno vogliono ascoltarlo: ma se vengono in ballo presidenze di banche e direzioni di enti, anch’essi nazionali come Mameli; se oltre alle manovre romane c’è da occupare poltrone regionali, provinciali, comunali e rionali; se insomma si tratta di distribuire posti e prebende ad ogni livello, la Lega è già piazzata in prima linea. Oggi, a spregio dell’inno, la brioscina alla buvette. Domani antipasti, tartufi e caviale, primi piatti a piacere, secondi con carne, pesce  e cacciagione assortita, eventuali aggiunte fuori menu, dessert. E bicarbonato in ampolla con l’acqua del Po, per mandar giù tutto. Se serve, cantando».
Persino il critico musicale dell’Osservatore romano, Marcello Filotei, ha velatamente polemizzato con la Lega: «Ascoltando il Nabucco per intero, chi non fa propri i valori dell'unità, potrebbe cogliere l’occasione se non per cambiare idea - solo i visionari come Mazzini riconoscono tanto potere alla musica - almeno per scegliere un altro compositore di riferimento».
I leghisti, com’è noto, non riescono a liberarsi dalle irresistibili pulsioni secessioniste; ma almeno la “questione romana” sembra essersi risolta per il meglio… «La Conciliazione - ha scritto il Santo Padre nel suo messaggio a Napolitano - doveva avvenire tra le Istituzioni, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto. Anche negli anni della dilacerazione i cattolici hanno lavorato all’unità del Paese». Insomma: il non expedit di Pio IX e la sua esortazione a non partecipare alla vita politica italiana sono acqua passata. «Passate le turbolenze causate dalla “questione romana”, giunti all'auspicata Conciliazione, anche lo Stato Italiano ha offerto e continua ad offrire una collaborazione preziosa, di cui la Santa Sede fruisce e di cui è consapevolmente grata». Collaborazione che oggi si concretizza in una questua annuale di 4 miliardi di euro: soldi pubblici deliberatamente elargiti alla Chiesa. Ma questa è un’altra storia.

Manuel Lambertini



sabato 12 marzo 2011

Nilla Pizzi


La regina della musica italiana ci ha lasciato. Nilla Pizzi, che avrebbe compiuto 92 anni il 16 aprile, era ricoverata da tre settimane in una clinica milanese. L’album di inediti annunciato per quest’anno non vedrà mai la luce: ora l’interprete più popolare degli anni ’50 è patrimonio esclusivo della storia della canzone. Censurata dal regime fascista perché troppo sensuale, la sua straordinaria vocalità accompagnò gli entusiasmi del secondo dopoguerra, colonna sonora leggera e distesa dei valori tradizionali, dei patimenti d’amore, delle sofferenze degli umili e dell’emigrazione italiana all’estero. Resterà per sempre l’icona della «bella canzone popolare, quella che ti fa cantare alle feste, ai matrimoni, alle scampagnate, in corriera. Cose che portano il buonumore, l'allegria e magari qualche bel ricordo».
Adionilla Negrini Pizzi era nata nel 1919 a Sant’Agata Bolognese, e per tutta la vita ha portato con sè la genuinità saggia e gioviale  della sua terra. Appena diciottenne, nel 1937 vinse il concorso di bellezza “5000 lire per un sorriso”; fu poi assunta all’Eiar, e cominciò ad esibirsi con l’orchestra Zeme. Dopo un breve allontanamento dalle scene, nel 1946 entrò nell’orchestra del maestro Cinico Angelini, con cui ebbe una relazione sentimentale. Il 1951 la vide trionfare al primo Festival di Sanremo, con Grazie dei fior, e aggiudicarsi anche la seconda posizione insieme ad Achille Togliani, grazie al brano La luna si veste d’argento. L’anno successivo fu protagonista di un record rimasto imbattuto, conquistando da sola le prime tre posizioni, con canzoni destinate a imprimersi nell’immaginario collettivo: Vola colomba, Papaveri e papere e Una donna prega. La sua avventura artistica proseguì tra film, trasmissioni radiofoniche, partecipazioni televisive e qualche amore tormentato (prima con Luciano Benevene, col quale duettò, tra l’altro, in Avanti e indrè; poi con Gino Latilla, che per lei tentò il suicidio). Al Festival del 1958 si classificò seconda, dopo Nel blu dipinto di blu di Modugno: ma lo stesso brano, L’edera, un anno dopo vinse Canzonissima.
Nel rievocare gli anni d’oro della carriera, avrebbe successivamente paragonato l’ascesa al successo ad una scala: «Ad un certo punto, se sei fortunato, tocchi la cima, come ho fatto io nei primi anni '50. E allora l'importante e’ trovare il modo giusto di scendere. Io ho cercato di scendere senza scivolare e senza rompermi il collo. Così mi sono sistemata sul mio gradino, da dove ho continuato a cantare, a far serate, a divertirmi».
Prima di essere colpita da ischemia, nel 2003, annunciava di voler intraprendere il tour estivo di uno spettacolo con Platinette. Già nel 2001, con la supervisione di Paolo Limiti, aveva interpretato una versione rap di Grazie dei fiori insieme alla boyband 2080, e a Ferragosto dello stesso anno era stata madrina del Gay Pride di Torre del Lago (Lucca). Dal 2008, inoltre, rinnovava il proprio sostegno all’Istituto Ramazzini di Ozzano dell’Emilia, esibendosi con l’amico Giorgio Consolini in favore della ricerca sul cancro. Commentando la sua apparizione al 60esimo Festival di Sanremo, nel 2010, Mario Luzzatto Fegiz l'aveva ricordata come un’«artista che negli anni d'oro spiccava non solo per la tecnica vocale, ma per il carattere sincero ed emotivo (che la portò poi a dichiararsi fino all'ultimo attratta dal fascino di Bettino Craxi). La regina di Casetta in Canadà e Papaveri e Papere (che lei ha sempre sostenuto essere una canzone-metafora sul dominio dei ricchi sui poveri) offriva un'immagine pubblica rassicurante, ma il privato conosceva anche la burrasca della passione come il suo amore per Gino Latilla, marito della sua migliore amica Carla Boni. Ma per il pubblico, con la sua voce rotonda, accattivante e lineare, era il simbolo della donna che “stimola ma non stordisce”».
Durante la sua ultima apparizione in tv, nel corso della trasmissione Minissima 2010 dedicata ai settant’anni di Mina, il conduttore Paolo Limiti lesse una lettera indirizzatale dalla “Tigre di Cremona”: «Carissima Nilla, tu sei sempre stata la regina. Bastava chiamarti Nillapizzi, tutto attaccato, come se fosse un soprannome più elegante di ogni metafora. Sei sempre stata bella. Io ho imparato molto dalla tua voce. Ed è giusto ammetterlo, finalmente. Ho cercato di arrotondare la voce, di schiacciarla, di infantilizzarla, di mascolinizzarla, di strapazzarla, di renderla più autorevole proprio nelle emissioni, ho lavorato sulle vocali e sulla doppie come tu hai sempre suggerito, magari inconsciamente. Grazie, Nilla. Ti mando un grande bacio. E lasciami dire che ti vogliamo bene, che sei sempre tu la regina. Ti voglio bene. Tua Mina».  


Manuel Lambertini

«A brigante, brigante e mezzo!»

Molti dei promotori dell’appello che segue hanno aderito alla manifestazione di oggi, in difesa della Costituzione repubblicana e della scuola pubblica. Il recente disegno di legge sulla giustizia è l’ultimo, umiliante attacco ai fondamenti della Carta costituzionale. E questa volta Berlusconi non ha nemmeno tentato di nascondere la natura ad personam del provvedimento: «Se avessimo avuto questa riforma della Giustizia vent'anni fa si sarebbe evitata l'esondazione, l'invasione della magistratura nella politica. E quelle situazioni che hanno portato, nel corso della storia degli ultimi venti anni, a cambiamenti di governo. Tangentopoli non sarebbe mai esistita. Questa riforma è come una liberazione che aspettavo dal 1994». Una simile dichiarazione, da sola, dovrebbe convincere l’opposizione a contrastare senza se e senza ma la «riforma epocale» pubblicizzata in questi giorni. Qualche settimana fa, proponendo il blocco a oltranza del Parlamento, Andrea Camilleri ha suggerito un’infallibile linea di condotta, resa celebre dal mai abbastanza compianto Sandro Pertini: «A brigante, brigante e mezzo!».




«Il governo Berlusconi, e la sua maggioranza parlamentare obbediente perinde ac cadaver, è entrato in un crescendo di eversione che mira apertamente a distruggere i fondamenti della Costituzione repubblicana e perfino un principio onorato da tre secoli: la divisione dei poteri. Di fronte a questo conclamato progetto di dispotismo proprietario chiediamo alle opposizione (all’Idv che si riunisce domani, al Pd che dell’opposizione è il partito maggiore, ma anche all’Udc e a Fli, che ormai riconoscono l’emergenza democratica che il permanere di Berlusconi al governo configura) di reagire secondo una irrinunciabile e improcrastinabile legittima difesa repubblicana, proclamando solennemente e subito il blocco sistematico e permanente del Parlamento su qualsiasi provvedimento e con tutti i mezzi che la legge e i regolamenti mettono a disposizione, fino alle dimissioni di Berlusconi e conseguenti elezioni anticipate. Se non ora, quando?»

Andrea Camilleri
Paolo Flores D’Arcais
Dario Fo
Margherita Hack
Franca Rame
Barbara Spinelli
Antonio Tabucchi

Manuel Lambertini


lunedì 28 febbraio 2011

Annie Girardot

Annie Girardot in una scena de I compagni (1963)
Annie Girardot «si è spenta serenamente» all’ospedale Lariboisière di Parigi. Aveva 79 anni. Nel 2006 era stata colpita dal Morbo di Alzheimer. Le erano accanto la figlia, Giulia Salvatori, e la nipote Lola Vogel. La triste notizia, sui media italiani, è inspiegabilmente passata sotto silenzio.
A regalarle grande notorietà fu Luchino Visconti, che nel 1960 le offrì il ruolo di Nadia in Rocco e i suoi fratelli. Al fianco di un venticinquenne Alain Delon e del futuro marito Renato Salvatori, Annie Girardot prestò il proprio volto al personaggio tormentato e commovente di una prostituta contesa tra due uomini. Una donna bellissima e indecifrabile: una creatura destinata ad espiare, da vittima sacrificale, non solo l’ipocrisia della mentalità dominante, ma anche il troppo amore dei suoi amanti, e l’emarginazione a cui la Milano industriale e borghese costringeva gli immigrati meridionali.
Jean Cocteau la definì «il più bel temperamento drammatico del dopoguerra». E Mario Monicelli le affidò un’altra interpretazione memorabile nel più sottovalutato dei suoi film, I compagni (1963). Ancora una prostituta, un’accompagnatrice d’alto bordo, nella Torino delle prime rivolte operaie. Una figura fintamente disinvolta, di umili origini ma con ricchi clienti, in apparenza affrancatasi da un destino ignobile e mortificante. L’incontenibile affetto per la sua limpida vitalità, nello sguardo di Monicelli come in quello di chiunque la osservi, non degenera mai nel paternalismo; e la sua stessa coscienza sembra risvegliarsi grazie al fugace incontro con il professor Sinigaglia: un Marcello Mastroianni nelle vesti di agitatore rivoluzionario, che introduce il germe dello sciopero tra i lavoratori tessili torinesi.
In Italia, il nome di Annie Girardot è legato ad opere indimenticabili. È stata protagonista de La donna scimmia (1964) di Marco Ferreri, per il quale recitò anche ne Il seme dell’uomo (1969) e in Dillinger è morto (1969). Ha lavorato, tra gli altri, per Sergio Corbucci, Paolo e Vittorio Taviani, Francesco Maselli, Ugo Gregoretti, Duccio Tessari, Luigi Comencini e Giuseppe Patroni Griffi... Ma anche in patria riuscì a togliersi non poche soddisfazioni. Come la lunga e proficua collaborazione con Claude Lelouch. O come il Premio César, che le fu assegnato due volte, nel 1977 con Il caso del dottor Gailland di Jean-Louis Bertucelli e nel 2002 con La pianista di Michael Haneke.
In questi ultimi anni, la malattia non l’aveva completamente sottratta alle scene. Alla pubblicazione dell’autobiografia Partir, revenir (2003) – e per testimoniare la disperata lotta dell’attrice contro l’Alzheimer – si erano aggiunti il libro La Memoire de ma mère (2007) di Giulia Salvatori e un documentario di Nicolas Baulieu, Annie Girardot. Ainsi va la vie (2008).

Manuel Lambertini

sabato 26 febbraio 2011

B. di Bobbio

Quindici anni fa Norberto Bobbio diede alle stampe il libro Tra due Repubbliche (Donzelli, 1996). Di quell’opera, alcuni illuminanti stralci furono ripresi in un’edizione di Critica liberale del marzo 2004, due mesi dopo la morte dell’autore, e pubblicati anche da L’Espresso. Parole che potrebbero essere scritte oggi. E che la dicono lunga sull’anomalia del potere berlusconiano. Sui suoi tratti ricorrenti e insieme spiazzanti. Sull’entusiasmo con cui è stato accolto il suo dissoluto autoritarismo, nell’esaltazione delle spregiudicatezze più sfacciate.
Un volume curato da Michelangelo Bovero, Il futuro di Norberto Bobbio (Laterza, 2011), ora raccoglie numerosi e autorevoli interventi in memoria del grande filosofo. Al convegno da cui è tratto il libro hanno partecipato, tra gli altri, Giorgio Napolitano, Remo Bodei, Stefano Rodotà, Antonio Cassese, Luigi Bonanate, Mario G. Losano, Michael Walzer, Ernesto Garzòn Valdes e Stephen Holmes. «Norberto Bobbio manca alla cultura e alla vita civile del nostro presente», ha scritto nella prefazione Michelangelo Bovero, professore ordinario di Filosofia Politica all’Università di Torino. «Manca la sua proverbiale chiarezza, che non è soltanto uno stile, una dote di nitore nella scrittura: è un modo di pensare, di affrontare i problemi andandovi al cuore, superando equivoci e confusioni, involontarie o interessate. Tuttavia – anche questa è un'idea condivisa – l'opera sterminata che Bobbio ci ha lasciato è in grado, per la sua misura “classica”, di offrire orientamenti per la comprensione della nostra realtà, in parte già mutata rispetto al tempo, anzi ai diversi tempi, in cui è stata elaborata».
Per certi aspetti, sembra proprio che nelle righe che seguono il nostro presente ci sia tutto. Il protagonista incontrastato della Seconda Repubblica, forte di un potere mediatico senza eguali, si è ormai insinuato nel patrimonio genetico della nazione. E non lascia immaginare alcun orizzonte politico alternativo.


Ambra e l’Unto del Signore
«Sono comparsi, […] come si è detto, partiti personali. Ma la novità assoluta e strabiliante di Forza Italia sta nell’essere, come dire?, il primo partito personale di massa. Chi ha votato Forza Italia non ha scelto un programma, ha scelto una persona, quel signore sempre elegantissimo, che conosce bene l’arte di attrarre l’attenzione su di sé con il suo eloquio, la sua maniera disinvolta e accattivante di muoversi e di rivolgersi al proprio pubblico, anche raccontando di tanto in tanto, con la perizia del vecchio comico, una barzelletta; sempre sorridente, sicuro di sé, abile semplificatore di concetti economici tanto da renderli alla portata di tutti; bravissimo nel farsi compiangere come vittima di complotti, di cospirazioni, di tradimenti, ingenuo bersaglio di nemici cattivi e perfidi alleati. L’avrete pur visto qualche volta quando preceduto dal suo inno entra in un grande salone gremito di gente, che al suo arrivo si alza in piedi e per alcuni minuti grida: “Silvio, Silvio”. Lui è l’Unto del Signore (e i vescovi lo hanno lasciato dire), il suo principale avversario è un Giuda; lui fa dire ad Ambra giovinetta prima maniera durante la campagna elettorale: “Il Padreterno tifa Berlusconi, perché Occhetto è un demonio”; lui in pubblico, davanti a milioni di spettatori, per asseverare una sua verità giura sulla testa dei suoi figli; lui è uno che “ha sempre ragione”. Sembrava negli ultimi tempi avesse messo giudizio, ma or non è molto ha detto di essere investito della Grazia di Stato, parole oscure e di difficile interpretazione, a meno che volesse dire semplicemente stato di grazia, ma efficacissime per convincere i suoi seguaci che lui è una spanna al di sopra degli altri. Una delle caratteristiche ben note e documentate della “personalità autoritaria” è l’assoluta fiducia in se stessi, nelle proprie possibilità di risolvere i più difficili problemi non solo per se stessi ma anche per gli altri. Il suo motto preferito è: “Lasciate fare a me, lavoro per voi”. Perché non è riuscito a mantenere le promesse di cui si era servito per vincere le elezioni? Perché non lo hanno lasciato lavorare. Parla sempre in prima persona. Lui guida, gli altri seguono.
Ricordate la fotografia del drappello dei bianco-vestiti in tuta sportiva che facevano la salutare corsa mattutina? Silvio era in testa, gli altri, i suoi fedeli collaboratori, lo seguivano ansimanti ma felici nell’adempimento del loro obbligo di servizio. Ricordo la facezia di un anonimo che nel vedere la scenetta commentò: “Mi è venuta un’idea / lo dirò con una battuta: / vestivano i servi un dì la livrea / oggi la tuta”. Non ammette di essere smentito. A chi lo contesta risponde che non è stato capito o aveva bonariamente scherzato. Il Polo delle libertà smantella lo Stato sociale? Ma chi l’ha mai detto? Si attribuisce il compito di proteggere i valori cristiani minacciati dal “comunismo ateo”. Guida il Polo per le libertà, ma nel settore decisivo per la garanzia delle principali libertà, la formazione dell’opinione pubblica, la cui libera espressione è il fondamento di uno Stato libero, detiene il monopolio delle televisioni private, facendo nascere quella incompatibilità tra la sua attività di imprenditore e quella di protagonista della vita politica che è stata chiamata eufemisticamente “conflitto di interessi”».


Da allora, quel «Satana» di Achille Occhetto ha abbandonato la politica attiva. E Ambra Angiolini si è redenta: ha vinto il David di Donatello grazie a Ferzan Ozpetek e al suo film Saturno contro, gira l’Italia con uno spettacolo di Stefano Benni e manifesta per la dignità della donna. Ad Annozero, il 17 febbraio, ha dato prova di intelligente autoironia.
Il profilo di Berlusconi, invece, non sembra aver subito variazioni di rilievo. La sua straordinaria capacità comunicativa non si è affatto esaurita. Le «toghe rosse» e la minaccia comunista hanno conservato un posto d’onore nel suo corredo propagandistico, insieme ad un inesauribile repertorio di barzellette. Come pure rimane immutata la sua visione personalistica della vita istituzionale: il ben noto «ghe pensi mi», che è arrivato a compromettere l’approccio degli italiani alla politica, avvelenandolo di indifferenza. Le televisioni di sua proprietà continuano a esaltare la corruzione dei costumi, gettando discredito sulla libera informazione e sulla magistratura indipendente. Le leggi ad personam, negli anni successivi alla morte di Bobbio, si sono susseguite ad un ritmo incalzante; e oggi, in pieno Rubygate, si riaffacciano con inaudita prepotenza nel dibattito parlamentare. Anche recentemente ha giurato sulla testa dei suoi figli: quando negava di avere ricevuto prestazioni sessuali a pagamento… I «nemici cattivi» a cui alludeva il filosofo torinese sono sempre gli stessi: i comunisti, insidiosamente travestitisi da democratici, subdolamente infiltratisi nella magistratura e nella scuola pubblica. Invece il fronte dei «perfidi alleati» si è allargato alla destra postfascista e agli eredi della Democrazia Cristiana, mentre la Lega sembra essersi inserita con disinvoltura nella corte del sultano. I servi, poi, non mancano, siano in tuta o in livrea. Ultimamente si chiamano «Responsabili». Sono il movimento più trasversale della storia repubblicana. Hanno costituito un gruppo parlamentare per tenere in vita il governo Berlusconi. E nel tentativo di assicurarsi un lauto vitalizio a spese dello Stato.

Manuel Lambertini

domenica 20 febbraio 2011

«Stiamo Uniti»

E volemose bene, ora che il Festival di Sanremo 2011 ha finalmente chiuso i battenti. Mai come in questa edizione la tradizionale kermesse aveva lasciato intravedere il soffocante controllo dei vertici Rai. E anche stavolta, nonostante la tenacia di Gianni Morandi, la canzone non è riuscita a dominare il più atteso evento televisivo dell’anno, mentre i superospiti degli anni scorsi hanno ceduto il passo alla satira di regime e a un gradevolissimo corredo di bellezza femminile. Tra i cedimenti più che comprensibili dell’«eterno ragazzo» e i sorrisi benevoli e imbarazzati delle sue dinamiche accompagnatrici, in nessuna delle cinque serate gli ascolti sono scesi al di sotto del 42 % di share. Un successo, quindi. Ma inversamente proporzionale alla qualità.
Belen Rodriguez ed Elisabetta Canalis, chiacchierate e applauditissime, hanno offerto un contributo attivo ad ogni serata del Festival. Raphael Gualazzi ha trionfato a furor di popolo nella categoria giovani. Il vincitore Roberto Vecchioni e Franco Battiato non hanno deluso, malgrado le consuete polemiche sul televoto: la loro presenza è però passata in secondo piano, come quella degli altri big in gara, per cedere il passo alle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. Una scelta che la squadra di Morandi si è vista imporre dall’alto e che, unita alle pressioni dettate dalla stretta attualità politica, sembra aver imbrigliato persino l’indomabile Benigni. Il 17 febbraio, all’Ariston, c’erano tutti: da Ignazio La Russa – che Santoro e Vauro cucinavano a fuoco lento su Rai Due, seguiti “solo” da  quattro milioni e 250mila persone – a Giorgia Meloni, dal direttore generale della Rai Mauro Masi al direttore di RaiUno Mazza. A queste costrizioni si sono aggiunti alcuni disguidi tecnici, molti punti morti, un’intervista a Robert De Niro spezzata in due parti per esigenze pubblicitarie e qualche segnale di tensione.
«Per l'arte – scriveva Bertolt Brecht nel suo Breviario di estetica teatrale – essere apartitica significa semplicemente essere del partito dominante». E Luca e Paolo hanno dovuto rinunciare alla consueta irriverenza per indossare gli abiti del politicamente corretto. Caratteristica della loro comicità è sempre stata quella di ironizzare sul qualunquismo degli italiani, per criticare ciò che stanno fedelmente rappresentando. Ma a Sanremo sembrano aver giocato su questo equivoco, e sull’ambivalenza di ogni singola battuta. Agli occhi dei telespettatori che non conoscono Gramsci, di cui Luca e Paolo hanno mirabilmente letto un brano tratto da La Città Futura, la loro ironia bipartisan si è facilmente trasformata nella normalizzazione dei guai giudiziari del premier, e nell’immancabile derisione del centro-sinistra. Alla canzone Ti sputtanerò, parodia di In Amore con protagonisti Berlusconi e Fini, sono seguiti uno sfottò rivolto a Saviano e Santoro e un’altra canzone sui dirigenti del Pd: Uno su mille ci sarà, presentata come un omaggio alla tradizione circense italiana, con tanto di colbacco e stella rossa in testa. Anche nel rendere omaggio a Giorgio Gaber e nella rivisitazione della sua Al bar Casablanca  hanno ridicolizzato, con una leggerezza forse eccessiva, le verbose ossessioni della sinistra: «Al bar Casablanca / seduti all’aperto / la nikon, gli occhiali / e sopra una sedia, i titoli rossi / dei nostri giornali, / blue jeans scoloriti, / la barba sporcata da un po’ di gelato. / Parliamo, parliamo di rivoluzione, di proletariato…».
Ieri Andrea Scanzi ha scritto su La Stampa: «“La satira non deve essere unilaterale”. Non vuol dire granché. Infatti l’ha detto La Russa. A cui Luca e Paolo sono piaciuti. Già, Luca e Paolo. I disturbatori-ma-non-troppo. Tra i migliori, nello sfottò. Ma la satira è un’altra cosa. Loro lo sanno.  E sanno pure che, a RaiUno, la satira è fuoriluogo. Da qui l’autodisinnesco preventivo. Ti sputtanerò? Caruccia e nulla più. Calzante la citazione di Gramsci. Scontata la canzoncina sul Pd. Sincero l’omaggio a Gaber. Dove sono inciampati, è stato nel debole duetto su Saviano e Santoro. Non perché non andasse fatto, ma perché è parso un mesto azzerbinamento ai Capi. Luca e Paolo sembrano aver canonizzato il “cerchiobottismo volenteroso”. Quello che piace a tutti. E non fa male a nessuno. Con o senza cavalli sul palco».

Manuel Lambertini

domenica 13 febbraio 2011

Sara Tommasi e le Papi Girls

Già, anch’io sono stato fidanzato con Sara Tommasi. Per quasi dieci secondi. Ma clandestinamente la nostra storia è andata avanti addirittura quattro giorni. Nei vialetti del Lido di Venezia e nei corridoi dell’Hotel Excelsior ci siamo scambiati sguardi ad alta intensità erotica durante tutta la 66esima Mostra del Cinema!
D’accordo, non sono molto credibile. Ma non vi sono dubbi sul fatto che a Vittorio Sgarbi le cose siano andate meglio... Nei giorni scorsi ha dichiarato: «Sono stato fidanzato per qualche ora con Sara Tommasi e l’ho portata a Venezia, oltre che in Bulgaria, nell’aereo presidenziale. Ma ci tengo a precisare che era con me, non con Berlusconi, che quindi non l’ha pagata». Nel giugno 2010, infatti, il sindaco di Salemi e la bella Sara hanno raggiunto Sofia con l’aereo del Presidente del Consiglio, per partecipare all’inaugurazione di una statua di Garibaldi. In un articolo per Il Giornale, Sgarbi ha smentito l’intimità del premier con l’ex schedina di Quelli che…il calcio, spendendosi poi in difesa di quest’ultima: «Tutto è detto nelle dichiarazioni di Sara Tommasi, anche nelle sue intemperanze e manie di persecuzione: “Il mio problema è un impulso insopprimibile a fare sesso, ma non sono una prostituta”. Confermo. Un sesso semplice come quello di un maschio». «Sembra che, – ha aggiunto Sgarbi – non so in che tempo, probabilmente dopo di me, Sara Tommasi abbia mostrato particolare interesse per Berlusconi. E con questo?».
Secondo gli inquirenti, invece, alcuni mesi prima la Tommasi avrebbe trascorso ad Arcore anche la serata del 25 aprile, quando Berlusconi accoglieva Vladimir Putin con le Papi Girls al gran completo: oltre alla minorenne Ruby, erano presenti Barbara Guerra, le gemelle Manuela e Marianna Ferrara, Iris Berardi, Barbara Faggioli e Marysthell Garcìa Polanco.
Umbra, capelli castani, occhi da cerbiatta e fisico procace, Sara Tommasi, che compierà trent’anni il 9 giugno, è l’anello di congiunzione tra la recente indagine della Procura di Napoli su un giro di prostituzione legato ad ambienti della camorra e i festini di Arcore. La squadra mobile di Napoli è arrivata al cellulare della Tommasi seguendo un traffico di banconote false. Il suo telefono è stato intercettato dalla polizia perché in contatto con le utenze degli indagati Vicenzo Seiello, detto «Bartolo», e Giosuè Amirante: entrambi avrebbero stretto legami con Lele Mora e Fabrizio Corona, impiegando la stessa Tommasi ed altre ragazze della «scuderia» in prestazioni sessuali a pagamento. Oltre a frequentare le cene di Villa San Martino, l’ex naufraga dell’Isola dei Famosi sarebbe stata trascinata da Seiello e da Amirante in serate hard con personaggi più o meno coinvolti nella criminalità organizzata. E secondo Fabrizio Corona, il cui archivio è stato messo a soqquadro alcuni giorni fa, la camorra sarebbe in possesso di fotografie che ritraggono Berlusconi nudo durante una notte di Bunga-Bunga…
In una conversazione telefonica, intercettata dagli inquirenti, «Bartolo» e Amirante hanno raccontato di aver visto la scorta della Presidenza del Consiglio prelevare Sara Tommasi dal suo appartamento romano per condurla a Palazzo Grazioli. Dal cellulare della ragazza sono poi stati inviati sms a Silvio Berlusconi, a suo fratello Paolo e ad Ignazio La Russa. Dapprima molto teneri («Mi sei mancato tanto, spero che tu mi possa richiamare presto. Ti amo ancora, sai. Lady X»), poi sempre più rabbiosi («Spero ke krepi kon le tue troie»), i messaggi rivolti al premier hanno fornito «la rappresentazione inquietante di una personalità fragile e spregiudicata», come riportato negli atti della Procura.
La showgirl, in vacanza a Dubai, non si è sottratta alle domande dei giornalisti. Pur non essendo indagata, ha dominato le cronache di questi ultimi giorni. Il 9 febbraio è stata perquisita la sua casa milanese, in Viale Papiniano 33, insieme alle abitazioni di «Bartolo», di Amirante e di Andrea Celentano, un consulente di programmi tv al quale la ragazza avrebbe confidato la propria difficile situazione. Intervistata da Claudio Sabelli Fioretti e da Giorgio Lauro nel corso della trasmissione Un giorno da pecora, in onda su Radio 2, Sara ha smentito di essersi prostituita: «Io in realtà sono troppo buona, troppo gentile, e anche per gentilezza allargo le gambe come niente, basta che uno mi è simpatico»… Sulla stessa scia, le dichiarazioni rilasciate a Novella  2000: «Il mio problema è un impulso insopprimibile a fare sesso, ma non sono una prostituta. È che mi sciolgono la droga nei bicchieri... Certo, se un ministro mi offrisse 15mila euro… Ma è solo un’ipotesi». Al TgLa7 ha detto: «Non ho mai fatto sesso a pagamento. Forse è questa la pecca. Perché la prostituzione non è reato e in Italia bisogna fare sesso a pagamento». Poi, nell’attesa di essere chiamata dai magistrati, se l’è presa anche con la polizia: «È tutto così anche in polizia, eh, cosa crede? Io sono andata una volta a fare una denuncia: a momenti mi saltava addosso, il commissario della polizia…». Parlando all’Ansa si è inoltre detta «delusa» dal capo del governo: «Berlusconi mi ha colpita positivamente la prima volta che l'ho visto. Oggi posso dire di essere delusa. Uno scandalo del genere può coinvolgere una starlette come me ma non un politico, che dovrebbe dare il buon esempio». Con Marco Lillo de Il Fatto Quotidiano è andata oltre: più che un politico, Berlusconi sarebbe «un ragazzo di spettacolo». È un complimento? «Se un uomo di Stato deve essere un pagliaccio che fa divertire il prossimo facendo i festini…». Invece Ignazio La Russa e suo figlio Geronimo sarebbero «amici di vecchia data». Mora e Corona «sciolgono nei bicchieri» sostanze stupefacenti per farle perdere il controllo sessuale. Marina Berlusconi, si legge negli sms, gestirebbe alcuni «giri squallidi». Ronaldhino «frequenta gente che sembrano narcotrafficanti». Fabrizio del Noce? «Un caro amico. Forse un fidanzato… Ha frequentato i giri di Berlusconi a Roma e se ne è staccato perché gli facevano schifo». Nicole Minetti, al contrario, «pensa solo ai soldi ed è malata di shopping». Da ogni parte piovono smentite, ora pietose ora sdegnate.
Tra vaneggiamenti e dichiarazioni shock, questa ingarbugliata vicenda si complica di ora in ora. Mentre la magistratura esclude ogni connessione dell’inchiesta di Milano –  che vede Berlusconi imputato per concussione e prostituzione minorile – con quella di Napoli, la vera Sara Tommasi sembra essersi irrimediabilmente confusa tra tutte le possibili letture del suo comportamento... È davvero così instabile e depressa? Molti elementi farebbero supporre di sì. Alla madre Cinzia, per telefono, aveva mostrato le stesse inquietudini di cui tutti parlano oggi: «Ora sto qua a rompermi con la gente che mi droga a destra e a sinistra… Non so più dove scappare, guarda…». In un sms inviato a Berlusconi si legge: «Silvio vergognati! Mi hai fatta ammalare... Paga i conti dello psicologo!». E con Paolo Berlusconi era stata ancora più categorica: «Se io mi devo curare, tu piantala con cocaina, cani e mignotte!!». Pare che il fratello del premier l’abbia segnalata alla clinica «Delle Betulle» di Appiano Gentile, per farla visitare da uno specialista. Ai pm di Napoli, Giosuè Amirante sembra aver fornito ulteriori conferme: «Da luglio in poi il carattere di Sara è peggiorato, la vedevo sempre triste, sempre pronta a scatti di ira, non la capivo più. Negli ultimi tempi ho saputo che faceva addirittura uso di farmaci».
Eppure, il dubbio che stia fingendo resta. Soprattutto da quando l’attenzione dei media si è concentrata sul suo caso. Ha attaccato il premier con giudizi morali, ma senza confermare nulla di ciò che più interessa ai fini dell’indagine. Nega persino di averlo «smessaggiato», smentisce di essere stata ad Arcore e conferma solo i festini di Palazzo Grazioli: «Mi hanno rubato il cellulare tre volte nel giro di un mese: tassisti, camorristi, scippatori in metropolitana…». Del resto, persino i tanto discussi sms potrebbero essere parte di un tentativo di deviazione a più ampio raggio… Il 6 gennaio scorso, poco prima dell’inchiesta milanese sulle prestazioni sessuali di Ruby, l’europarlamentare del PdL Licia Ronzulli le aveva rivolto un esplicito avvertimento: «Sara, è bene che tu sappia che il mio cellulare è sotto controllo. Quindi tutto passa attraverso la Procura. Messaggi e telefonate». Ma già il 6 ottobre 2010 – il Rubygate era ancora di là da venire – la bella Sara confidava ad Andrea Celentano: «Quelle altre [dei festini di Berlusconi] sono tutte matte... Ma io mi metto a fare la matta come loro... Sinceramente preferisco seguire le strade mie…».
La questione, per ora, resta aperta. E il caso Tommasi è solo alle battute iniziali. L’infelice condizione in cui versa questa giovane donna sembra tuttavia molto chiara. Dopo essersi laureata in economia alla Bocconi di Milano, si era gettata con entusiasmo nel mondo dello spettacolo, sognando una carriera di attrice. La sua partecipazione all’Isola dei Famosi e il calendario 2007 di Max le avevano regalato grande popolarità. Ma nemmeno uno stage di recitazione all’Actor’s Studios di New York era stato sufficiente ad elevarla dal frustrante ruolo di eterna starlette. Sapeva che questo sarebbe potuto succedere, in un mondo spesso impietoso come quello dello spettacolo, ma ha continuato a nascondere il proprio disagio dietro ad un'apparente spregiudicatezza senza ripensamenti: «All’inizio non volevo spogliarmi, poi ho cambiato idea. Il seno? L’ho rifatto. Io sono un prodotto da vendere nel mercato dello show business». Trasferitasi a Roma, aveva tentato di sfondare nel cinema. Senza riuscirci. Dopo due anni, è naufragata anche la sua storia d’amore con l’imprenditore Simone Giancola: ora l’uomo è fidanzato con Nicole Minetti... Prima dell’intervento di Veronica Lario, le era stata offerta una carriera politica. Con qualche rimpianto, aveva rifiutato. Per non rinunciare al sogno di una vita. Però negli ultimi mesi la sua situazione sembra essere degenerata, tra flirt veri o presunti, rivelazioni hot ed evidenti problemi di salute. Certo la sua docile instabilità è molto lontana dalle aggressive pretese delle «lupe di Arcore», come le ha efficacemente descritte Francesco Merlo.
Al Festival di Venezia del 2009 sono stato testimone di un piccolo episodio, che oggi mi intenerisce. Seduto sulla gradinata antistante l’ingresso dell’Excelsior, accanto ai tanti curiosi armati di bloc notes, un pomeriggio la vidi spuntare dal nulla. Mancava qualche ora alla passerella delle 19.30, e Sara vestiva in modo piuttosto semplice, non aveva ancora iniziato a prepararsi. Ricordo che si fermò proprio nel punto in cui attori e celebrità acceleravano il passo per sottrarsi ai cacciatori di autografi. Dal vivo è ugualmente bella, ma molto più magra di quanto non appaia in televisione. E assai meno appariscente. Rimase immobile per parecchi secondi, rivolgendo imploranti occhiate alla piccola folla appostata sulle gradinate. Poi, con aria dimessa, entrò lentamente in albergo. Senza nascondere la propria delusione per il mancato bagno di folla.

Manuel Lambertini