mercoledì 29 febbraio 2012

Poesia dal disgelo


Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923)

XVIII.

Italia sepolta sotto la neve
adorata maledetta
perduta ritrovata
muta loquace assisa in un cortile a Venezia
dove trionfa Goldoni seduto al Caffè.
Incapace di fedeltà
distrutta dalle passioni
calpestata da una dolorosa viltà
trascinata dalle ruote della Ferrari
e dall’amore di un popolo che oggi è travolto
infuriato o inquieto.
Giardino di ciliegi
diventato foresta frequentata da nani
con il pelo di ferro
divorata dalle cavallette avide e ciarliere
precipitosa armata incalzata dal vento…

                            Roberto Roversi

 Trenta miserie d’Italia, XVIII, Ascoli Piceno, Sigismundus Editrice, 2011.

Manuel Lambertini

domenica 19 febbraio 2012

Non è Sanremo

Gianni Morandi, Ivana Mrazova e Rocco Papaleo
Erano 21 anni che un film italiano non vinceva il Festival di Berlino. Eppure la notizia dell’Orso d’Oro ai fratelli Taviani per Cesare deve morire ha tenuto banco solo poche ore, immediatamente oscurata dal trionfo di Emma a Sanremo. Apertosi con imbarazzanti problemi tecnici, che nella prima giornata hanno perfino invalidato il voto della giuria demoscopica, il 62esimo Festival della Canzone Italiana si è trascinato per cinque giorni tra inconvenienti di ogni sorta, pettegolezzi e polemiche. Dopo l’esclusione preventiva di Tamara Ecclestone, una misteriosa cervicalgia ha colpito l’altra valletta, Ivana Mrazova. Di qui il frizzante ritorno, per le prime due sere, di Elisabetta Canalis e Belen Rodriguez. Poi le «parolacce» di Luca e Paolo, gli strali di Celentano contro Famiglia Cristiana e Avvenire, il «commissariamento» del Festival voluto dal direttore generale Lei, lo spacco vertiginoso di Belen e la farfallina tatuata sull’inguine, fino alle esternazioni – per la verità piuttosto generiche – del ministro Elsa Fornero…
Nel commentare l’edizione dell’anno scorso, notavo quanto fosse pressante e visibile il controllo dei vertici Rai. Quest’anno è andata diversamente: l’uso insensato di una libertà assai più ampia ha fatto naufragare la speranza che il Festival di Sanremo potesse essere un luogo di riflessione e solidarietà, oltre che di intrattenimento. Quanti non nutrivano alcuna aspettativa in proposito, anche stavolta, avevano ragione. E benché lo spettacolo non sia da cestinare in blocco – la presenza di Rocco Papaleo, alcune canzoni, le coreografie e i duetti della serata di giovedì, alla presenza di Josè Feliciano, Brian May e Patti Smith, sono stati persino coinvolgenti – l’atteso intervento di Celentano è stato davvero sconfortante. Non perché sia scandaloso dire che i maggiori giornali cattolici «andrebbero chiusi», esternazione peraltro stigmatizzata dagli stessi che umiliarono e spinsero alle dimissioni proprio l’ex direttore di Avvenire, Dino Boffo. Né per la durezza dei toni, che pure non ha risparmiato ad Aldo Grasso l’appellativo di «deficiente» che «scrive delle idiozie sul Corriere della Sera» davanti a 16 milioni di telespettatori. Il fallimento di Celentano, in parte riparato nella serata finale e comunque attenuato da esibizioni magistrali (su tutte, il duetto con un commosso Gianni Morandi nella bellissima Ti penso e cambia il mondo), è da imputare alla mancanza di quella qualità che lui stesso ha sempre annoverato tra i propri pregi: la capacità di farsi capire.
Gianni Morandi e Adriano Celentano
Difficile dire quanti telespettatori abbiano cercato di comprendere il perché di improvvise critiche alla linea editoriale di due giornali accusati di parlare poco di Dio e troppo della politica degli uomini. La successiva gag con Morandi e Pupo, spiazzante e piacevole, avrebbe potuto funzionare, ma richiedeva in questo senso uno sforzo ancor maggiore: il referendum sulla legge elettorale bocciato dalla Consulta, la «bassezza» dell’italiano medio, le contraddizioni degli artisti e degli intellettuali di sinistra… Un’accozzaglia indistinta di allusioni e avvenimenti freschi di cronaca che avrebbe potuto trovare giusta collocazione in uno show a puntate, ma certamente fuori luogo per un Festival della Canzone. 
Come Marino Bartoletti aveva auspicato fin dall’inizio, la finale era tra sole donne. Che il televoto premiasse Emma Marrone era più che prevedebile: una vittoria, la sua, maldestramente in continuità con l’impegno sociale del Vecchioni di Chiamami ancora amore – la canzone di Emma, Non è l’Inferno, si apre con le parole: «Ho dato la vita e il sangue per il mio Paese / e mi ritrovo a non tirare a fine mese…» (sic!) – ma che dopo i successi di Marco Carta e Valerio Scanu trasforma definitivamente Sanremo nella vetrina dei talent show targati De Filippi. Poteva esistere deriva peggiore per una manifestazione che fino a qualche anno fa era saldamente in mano a professionisti come Pippo Baudo o Fabio Fazio?

Manuel Lambertini

lunedì 30 gennaio 2012

Oscar Luigi Scalfaro

Oggi gli è stato tributato l’ultimo saluto, in una cerimonia semplice e sbrigativa, quasi impaziente di consegnare alla storia la sua immensa eredità.
Oscar Luigi Scalfaro non fu il presidente di tutti. Solo dell’Italia migliore. Fu un uomo di parte. Sempre in difesa della democrazia, dello Stato laico e della Costituzione repubblicana, scritta col sangue dei caduti della Resistenza, come lui stesso amava ricordare. La laicità, diceva, non gliela avevano certo insegnata i massoni… «Me l’hanno insegnata i preti, con il catechismo!». Lui, cattolico di ferro ed ex magistrato dal piglio combattivo, ma “apolide” all'interno della Dc, alieno alle molteplici correnti che attraversavano la Balena Bianca: «Presidente per disgrazia ricevuta», lo definì Indro Montanelli in quel tragico maggio 1992, enfatizzando il ruolo decisivo che la strage di Capaci ebbe nella sua elezione al Quirinale. Dalla destra Dc – il «centrismo popolare» di Mario Scelba – e dal categorico rifiuto del «compromesso storico», era infine approdato al Partito democratico, con il rigore e l’integrità di sempre. «Buona battaglia» era l’augurio che più frequentemente rivolgeva agli interlocutori, specie se di giovane età. Ed ora quell’«io non ci sto» gridato davanti alle telecamere resta a testimonianza di un’alta concenzione della politica, non disponibile ad annacquare tra vicendevoli illazioni le più manifeste diversità morali.
Le generazioni future gli sono debitrici di due grandi meriti. Innanzitutto, l’aver compreso prima di chiunque altro l’incompatibilità del berlusconismo con la democrazia, e l’essersi attivato concretamente per arrestarne l’ascesa. Poi la difesa fiera e appassionata di quella Carta Costituzionale che aveva contribuito a scrivere, e che col referendum del 2006 fu preservata dalla devolution anche grazie al suo straordinario attivismo.
Non dimenticherò mai le parole con cui si congedò alla platea grata e commossa della Festa de l’Unità di Bologna, nel 2005, proprio alla vigilia di quell’entusiasmante campagna: «Molti non mi hanno mai potuto digerire per quello che ho fatto, ma molto peggio sarebbe stato se, a non potermi digrerire, fosse la mia coscienza!».

Manuel Lambertini

domenica 22 gennaio 2012

Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo (18 febbraio 1933 - 21 gennaio 2012)
Sembrava appartenere ad un’altra epoca, e a luoghi lontani, che solo i suoi occhi perspicaci potevano vedere. Invece era nato a Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina, nel 1933: si è spento a Milano, dove viveva da molti anni, ma riposerà per sempre nella sua Sicilia. Piccolo di statura, voce ferma e pulita. Dietro allo sguardo accigliato e spesso impassibile, un abisso di dolcezza.
Vincenzo Consolo era uno scrittore di inimitabile originalità. Il suo stile raffinato, ricercato, antico, e tuttavia lontano dal puro sperimentalismo, non esitava ad attingere ulteriore ricchezza dal dialetto e da tradizioni culturali fra loro diversissime, fino alla costruzione di un codice linguistico del tutto personale. Tra i suoi maestri, Elio Vittorini, che la timidezza gli impedì di avvicinare, nella Milano degli anni ’50. Ma anche Ignazio Buttitta, Lucio Piccolo, Antonino Uccello. E soprattutto Leonardo Sciascia. Fu proprio il grande scrittore di Racalmuto a ricoscere per primo la sua «notevolissima e appartata presenza nella letteratura italiana d’oggi», perfettamente inserita «nella tradizione della narrativa siciliana» e addirittura capace di compiere «una specie di “rovesciamento della praxis” realistica che a questa tradizione è peculiare». Sciascia lo apprezzò fin dalla pubblicazione del primo romanzo, La ferita dell’aprile (1963), e assistette entusiasta alla sua definitiva consacrazione con Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976).
In quest’ultima opera, la più celebre di Consolo, si impose con forza quella grande riflessione sull’uomo e sulla storia che avrebbe dominato la sensibilità dello scrittore anche negli anni successivi. Il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, nobile filantropo completamente dedito alla ricerca malacologica, nota in uno sconosciuto la stessa espressione del marinaio dipinto da Antonello Da Messina nel Ritratto d'uomo che egli ha appena acquistato: «Tutta l’espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell’increspatura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia, velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà». L’uomo del fugace incontro è in realtà l’avvocato Giovanni Interdonato, che nella Sicilia del Risorgimento sta segretamente organizzando l’opposizione al potere borbonico. E con l’esplodere delle rivolte contadine del 1860 e l’arrivo delle truppe di Garibaldi, la stessa figura del barone viene caricata dei più opprimenti interrogativi circa la responsabilità civile dell’intellettuale ed il suo ruolo nella società, con un passaggio all’azione consapevole e tormentato.
Antonello Da Messina, Ritratto d'uomo, 1465-1476
Nelle pieghe di quell’epoca lontana si intravedono le stesse miserie della nostra, anch’essa intrappolata nella circolarità della storia e parte inscindibile di una spirale eternamente sospinta dalla sopraffazione.
Di qui la predilezione di Consolo per una narrativa continuamente sospesa tra la ricerca storica, l’indagine linguistico-filologica, la poesia e le suggestioni dell’arte figurativa. Grande attenzione riscossero presso la critica i lavori successivi a Il sorriso dell’ignoto marinaio. In particolare, a Lunaria (1985) fu assegnato il Premio Pirandello, mentre Nottetempo, casa per casa (1992) pochi anni più tardi si aggiudicò lo Strega. A Retablo (1987), scritto grazie alle sollecitazioni di Elvira Sellerio, era invece andato il Premio Grinzane Cavour. Esplicito, qui, il richiamo allo stesso straziante rovello del Sorriso: «Ma così mai sempre è la veritate della storia, il suo progredire lento e contrastato, il miscuglio d’animalità e di ragione, di tenebra e di luce, barbarie e civiltà. […] Ah, lasciamo, lasciamo di dire qui di quanto l’uomo è stato orribile, stupido, efferato. Ed è, anche in questo nostro che sembra il tempo della ragione chiara e progressiva. L’uomo dico in astratto, nel cammino generale della storia, ma anche ciascun uomo al concreto, io, voi (perdonate), è parimenti ottuso, violento nel breve tempo della propria vita. Vive sopravvivendo sordo, cieco, indifferente su una distesa di debolezza e di dolore, calpesta inconsciamente chi soccombe».
Nessuna delle sue storie sarebbe comunque stata possibile senza l’amore sconfinato che nutriva per la propria terra, percorsa infinite volte nelle peregrinazioni dei suoi personaggi. Un amore discretamente custodito e accarezzato dalla lontana Milano, ma anche esibito con esemplare veemenza dopo l’offensiva di Cosa Nostra dei primi anni ’90, e scolpito per sempre nelle pagine de Lo Spasimo di Palermo (1998).  Lo stesso dicasi di quella naturale vicinanza agli ultimi e agli oppressi che alimentò la sua radicale opposizione alle «demenze localistiche» della Lega Nord. E che nel marzo 2002 gli fece visitare la Palestina assediata dall’esercito israeliano, al seguito di una delegazione del Parlamento Internazionale degli Scrittori: erano presenti, tra gli altri, i Premi Nobel Josè Saramago e Wole Soyinka, lo statunitense Russell Banks, il sudafricano Breyten Breytenbach e il cinese Bei Dao… Come scrisse egli stesso, sempre in quel prezioso, irripetibile romanzo che è Retablo (1987): «Gli umili solamente e disinteressati mostrano qualche volta di guardare all’essere, essere dico unicamente òmini, e dunque degni di stima e di rispetto, in qualsiasi condizione e traversia».
E mentre comincia a circolare la notizia che Cesare Segre – già autore del saggio La struttura a chiocciola del “Sorriso dell’ignoto marinaio” – sta curando il Meridano della Mondadori dedicato a Vincenzo Consolo, gli siano da epitaffio queste parole, tratte da Le pietre di Pantalica (1988): «Ma che siamo noi, che siamo? Formicole che s’ammazzano di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo. In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno, due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena o figura».

Manuel Lambertini

sabato 31 dicembre 2011

2011


Quello che volge al termine è stato un anno intenso. Ed è difficile dire per quale avvenimento in particolare sarà ricordato. La Primavera Araba? Il matrimonio di William e Kate? L’assassinio di Osama bin Laden? La morte di Steve Jobs? L’acuirsi della crisi finanziaria, con l’Italia a rischio default? La fine dell’era Berlusconi? O il profilarsi di una nuova guerra globale contro l’Iran di Ahmadinejad, passando per il vacillare del brutale regime siriano? Forse, anzi sicuramente, per tutte queste cose insieme. Alle quali vanno ad aggiungersi gli ultimi colpi di coda di un anno che, come molti dei suoi protagonisti, sembra non avere nessuna voglia di cedere il passo... La morte, a metà dicembre, del Caro Leader nordcoreano Kim Jong-Il potrà dare luogo a conseguenze non indifferenti sullo scacchiere internazionale, oppure risolversi sotto il segno della più piatta continuità. E le pressioni di Angela Merkel sul presidente Napolitano a sostegno del cambio di governo, rese note solo poche ore fa dal Wall Street Journal, forse apriranno nuovi interrogativi circa la sopravvivenza della sovranità degli Stati e della volontà popolare. Ma senza troppa riprovazione, né grossi rimpianti…
Avrete notato come molti degli eventi sopraelencati non siano stati minimamente sfiorati da questo blog, che domani festeggerà, oltre all’arrivo del 2012, anche il suo primo compleanno. Nell’impegnarmi per un drastico cambio di rotta – più come auspicio che come promessa – porgo ai miei tenaci lettori i migliori auguri di un felice anno nuovo!

Manuel Lambertini

martedì 27 dicembre 2011

Giorgio Bocca

Da circa un mese, la sua rubrica non compariva più sull’Espresso. Al suo posto, poche parole su sfondo rosso: «La rubrica L’antitaliano è momentaneamente sospesa. Giorgio Bocca si è preso infatti un breve periodo di riposo». Solo il giorno di Natale abbiamo saputo che quel riposo durerà per sempre.
Non si è persa l’occasione di ricordare che Giorgio Bocca aveva 91 anni e un carattere difficile. Che era un uomo complesso, un montanaro solitario, un bastian contrario per vocazione. E l’implacabile inclinazione ad andare controcorrente, quella sì, l’aveva davvero. Tra giudizi sommari e battute fulminanti. Detestava qualsiasi partito, casta, gruppo corporativo. Antifascista e anticomunista: è rimasto, per tutta la vita, una spina nel fianco di ogni potere costituito. Molte le antipatie, pochi gli amori e alcuni punti fermi. Su tutti, la Resistenza. Parentesi eroica e generosa della miserrima storia d’Italia. Esperienza vissuta da protagonista, in Val Grana e in Val Maira, nei boschi attorno alla sua Cuneo. Bussola irrinunciabile di tutta una vita, al punto di insegnargli a distinguere il bene dal male, per dirla con il suo direttore Ezio Mauro. Di qui la violenta polemica con l’ex allievo Giampaolo Pansa, capofila di un inaccettabile revisionismo.
Partigiano, dunque; non «fazioso». Ma soprattutto cronista di inarrivabile inventiva, oltreché ottimo e puntuale commentatore. Senza nulla togliere ad altri giganti della sua generazione di giornalisti – anche viventi e in piena attività, Sergio Zavoli, Arrigo Levi e il nemico fraterno Eugenio Scalfari in testa – con Bocca è scomparso un fuoriclasse. Forse non il migliore, ma certamente il più spregiudicato giornalista del dopoguerra. Colui che prima di chiunque altro, e con una veemenza paragonabile solo a quella di Montanelli, vide nel raccontare i fatti l’ultimo baluardo di libertà che fosse degno di essere difeso. Abbandonata ogni ideologia, anzi sempre in bilico sull’orlo del nichilismo, vivisezionò la realtà italiana con un sarcasmo e una franchezza imbarazzanti. A differenza di molti altri, non cedette mai alla tentazione di compromettersi con quell’establishment che da giornalista doveva monitorare, fedele al significato ultimo della sua professione. Memoria della lotta partigiana e difesa della democrazia: questi gli unici imperativi che non hanno mai smesso di sorreggerlo. E nel definirsi social-democratico faceva riferimento a un orizzonte ideale, non certo politico. Il suo disincanto era totale. Le sue cronache e i suoi editoriali trasudavano scetticismo, non vendevano speranze.
Giorgio Bocca con Eugenio Scalfari
Ma Giorgio Bocca era anche un formidabile artigiano dell’invettiva. Un artista dello sproloquio. L’ultimo rimasto, dopo la morte di Oriana Fallaci. Della grande collega, ad esempio, disse che «era tutta letteratura e niente cronaca. Tutta la cronaca era inventata». Ricordò anche di averle prestato cinquanta dollari e di non averli mai più rivisti... La pubblicazione di un'ormai celebre biografia di Palmiro Togliatti, assai poco generosa nei confronti del Migliore, gli valse la permanente ostilità del Pci. Che andò a sommarsi con quella di tutti gli altri partiti e di molti colleghi, subito ricambiati senza troppi complimenti. Pasolini? «È morto perché, la rigirino pure come vogliono, era di una violenza spaventosa nei confronti di questi suoi amici puttaneschi». Cesare Pavese? «Come scrittore a me sembrava pessimo». Gianni Brera? «Un fetente, una carogna paracadutista. Sai, uno nasce carogna. Lui come giornalista ha fatto carriera facendo la carogna». Ancor più spiazzante il suo giudizio sul presidente Pertini, un politico «modesto» che però «poteva apparire come un personaggio che restituiva fiducia al sistema, che lo faceva sembrare affidabile, che con la sua sola presenza, la sua faccia da onest’uomo, la sua bella voce pareva dire: vedete com’è democratica questa repubblica? Vedete che alle più alte cariche possono arrivare anche dei galantuomini come me? E questa sua immagine curata quotidianamente con telefonate ai direttori di giornale e ai giornalisti copriva e metteva al riparo da ogni critica l’altro Pertini, il Pertini presuntuoso».
Proprio a Sandro Pertini, al partigiano Pertini, sembrò imputare tutto ciò che detestava dell’Italia: «il culto dei figli di mamma defunti, il cordoglio generale, il funerale continuo con lacrime da coccodrillo; il “siamo tutti buoni” ma con qualche brutto neo da estirpare, la vicenda sociale concepita come patologia incolpevole, i siciliani brava gente, peccato che ci sia la Mafia, i calabresi tutto cuore, peccato che ci sia la n’drangheta, i partiti tutti democratici, peccato che ci siano nelle loro file alcuni ladroni». Già, i ladroni. Niente scatenava le sue ire come la clemenza generalizzata per il furto. Non ha mai ritrattato neanche il sostegno offerto alla Lega Nord nei primi anni ’90 – «per la riconoscenza di aver mandato fuori dai piedi Craxi e la Democrazia Cristiana» –  salvo poi scaricarla e liquidarla, in tempi più recenti, come «l'ignoranza al governo». Per Berlusconi aveva avuto un’iniziale attrazione, anch’essa tramutatasi in un disprezzo viscerale: «Mi stupisce che Berlusconi non mi ami. Io scrivo sui giornali che è un maiale e dentro di me penso che lui dica: beh, in fondo ha ragione».
Nutriva un gusto irrefrenabile per la provocazione, e avvertiva una soddisfazione intensa nel risultare sgradevole. Eccessive, tuttavia, molte delle accuse di cui fu bersaglio, in particolare quelle che lo volevano razzista, omofobo, antisemita. Giorgio Bocca, antifascista educato nel fascismo, era un giornalista anti-sistema, avvezzo ad oltrepassare le linee del politically correct e dell’ordinaria ipocrisia: la sua capacità corrosiva non era neanche lontanamente alleviata dal fatto di figurare tra i fondatori di Repubblica, il giornale dell’ingegner De Benedetti e di tanti altri poteri forti… Eppure ci sono buone ragioni per credere che con la Resistenza rimpiangesse soprattutto la propria giovinezza, e che nell’indignarsi provasse lo stesso piacere che sempre attraversa certi critici cinematografici, abituati a stroncare film tutto sommato divertenti. Perché anche i grandi uomini, i migliori uomini – alla cui schiera il caro Bocca non ha mai smesso di appartenere – hanno tutti un «qualche brutto neo da estirpare».

Manuel Lambertini

venerdì 23 dicembre 2011

La «ragazzina mostro»

Monika Simonovic Ilic non dimostra neanche oggi i suoi 36 anni. Le fotografie che ne documentano l’arresto mostrano, tra due agenti di polizia, un’esile donna bionda infastidita dalla luce del sole. Immagini che rimandano ad un’altra immagine, la foto in bianco e nero di una ragazza curata e dallo sguardo impassibile, e finiscono col richiamare alla memoria – più per una suggestione vagamente sensazionalistica che per un’effettiva somiglianza fisica – la criminale nazista Ilse Koch, nota come «la cagna di Buchenwald». Moglie di Karl Otto Koch, comandante del campo di concentramento di Buchenwald dal 1937 al 1941, è ricordata per le indicibili atrocità che infliggeva ai prigionieri del lager. Processata a Norimberga e condannata all’ergastolo, si impiccò in cella nel 1967.
Anche Monika Simonovic, la «ragazzina mostro», era sentimentalmente legata al comandante di un lager: a diciotto anni aveva sposato Goran Jelisić, l’«Adolf serbo», tenente dell’esercito serbo-bosniaco in servizio nel campo di Luka. «Sembrava una bambina, ma tutto quello che aveva di femminile era il nome», ha detto di lei il sopravvissuto Dzafer Deronjic. «Lei non era una donna, era un mostro». Tra le peggiori efferatezze attribuitegli, l’abitudine di cavare gli occhi ai prigionieri con un uncino.
Nel campo di Luka, a Brcko, furono sterminati centinaia di musulmani bosniaci e croati. Arrestato nel 1998, Jelisić venne condannato dal Tribunale dell’Aja a 40 anni di carcere per crimini contro l’umanità e per violazione delle leggi e delle consuetudini di guerra. Sta scontando la pena in Italia, e pochi anni fa è convolato a nozze con l’avvocatessa Patrizia Trapella. Una vita familiare violenta, quella di Monika. La madre, Vera Simonovic, gestiva la casa di appuntamenti “Westfalia”, dove venivano sistematicamente stuprate donne musulmane. E il fratello, Konstantin Simonovic, ha anch’egli subito una condanna a sei anni di reclusione per aver partecipato ai massacri di Luka.
È stata trovata a Prijedor, a nord della Bosnia, dove si nascondeva sotto falso nome dopo aver vissuto per anni nella città serba di Novi Sad. Sui media italiani, la notizia della sua cattura non ha avuto il giusto risalto. Altrimenti non troverebbe spiegazione l’inaspettato silenzio dell’europarlamentare leghista Mario Borghezio, che solo pochi mesi fa esaltava le gesta del generale Ratko Mladić: «un patriota» che ha «interpretato con grande coraggio e determinazione quel senso di responsabilità che i serbi hanno avuto nel bloccare la penetrazione islamica in Europa»… Farneticazioni aberranti, inserite nel solco delle 4.000 fosse comuni disseminate in ogni parte della Bosnia, e avallate dall’oblio a cui l’opininone pubblica mondiale ha condannato quella terra martoriata.

Manuel Lambertini