venerdì 16 settembre 2011

Donne che odiano Madonna

Andrea Riseborough, Madonna e Abbie Cornish
1° settembre 2011
Trovarsi a un metro di distanza dalla Regina del Pop non è un’esperienza che possono vantare molti. A me è successo quindici giorni fa durante la 68esima Mostra di Venezia, all’imbarcadero dell’Hotel Excelsior. Con alcuni amici stavo seguendo il grande press agent Enrico Lucherini, convinto che fosse in procinto di accogliere qualche ospite importante… A ragione, pensavamo si trattasse dei protagonisti di Sangue caldo, la fiction di Canale 5 con Asia Argento, Manuela Arcuri e Gabriel Garko. Ma l’atmosfera di sovreccitazione che aleggiava tra i presenti ci ha fatto pensare subito a qualcosa di più grosso... Poi è arrivata la conferma: la conferenza stampa di presentazione del film W. E. era appena finita, e Madonna Louise Veronica Ciccone stava per entrare in Hotel. Preceduta da un numero considerevole di guardie del corpo, la guardo sbarcare sulla passerella di fronte ai fotografi. Un bodyguard mi vede giocherellare con la macchina fotografica: si avvicina con aria grave e me la fa mettere via. Intanto Madonna ha raggiunto un gruppetto di fans urlanti, raccolti dietro le transenne. Firma un paio di autografi. Poi il volume delle urla sale, la piccola folla comincia a spingere, una guardia del corpo è costretta ad appoggiarsi di peso alla transenna. La fanno entrare dopo pochi secondi. Per un momento me la trovo di fronte. Dall’interno del corridoio che dà nella hall, la vedo agitare in aria le braccia e lanciarsi in un sospiro liberatorio, prima di scambiare una risata complice con la ragazza che la tiene a braccetto. Poi i bodyguard la indirizzano in un corridoio laterale, di cui ci viene opportunamente sbarrato l’accesso.
La mia storia con Madonna finisce qui. E mi ha lasciato la piacevole impressione di aver assistito alla autosospensione di un mito costruito dal nulla; mito temporaneamente rimosso, messo in ombra da un più urgente desiderio di tranquillità. Ma a quei giorni risale anche l’incubazione di una polemica che è deflagrata solo ora, dopo la pubblicazione dell’intervista che la Regina del Pop ha rilasciato a Oggi. Chiamata ad esprimere un giudizio su Berlusconi, si è limitata a rispondere: «Cosa penso di Berlusconi? Non vorrei parlarne adesso. Ma il settimanale inglese Economist ha già detto tutto, no?». Molto probabilmente il riferimento è ad un recente titolo: «Perché Silvio Berlusconi è inadatto a governare l’Italia». Apriti cielo! I berluscones non hanno esitato a dare battaglia. Il sottosegretario Giovanardi ha colto la palla al balzo: «Molto intelligente l’attacco all’Italia e a Berlusconi della signora Ciccone. Riprende un giornale inglese, The Economist, che pontifica da un Paese in cui, ad agosto, abbiamo visto rivolte sociali senza precedenti e certamente avrà sentito cosa ha detto il premier inglese a commento di una città come Londra messa a ferro e fuoco; l’Inghilterra è un Paese in preda a un evidente sfascio delle strutture familiari, a una disgregazione totale della società. Insomma se il pulpito cui si ispira Madonna è quello inglese allora possiamo stare tranquilli». E poi la ciliegina sulla torta: il pensiero politico della popstar «non conta nulla. Gli italiani sanno che è una supermiliardaria e non è che la gente si lasci irretire da questi satrapi ricchi e viziati. Tra l’altro, la signora Ciccone è apertamente per le famiglie omosessuali, quindi schierata palesemente contro la nostra cultura e la nostra Costituzione che non prevedono famiglie gay». Già, la gente non si lascia irretire da questi satrapi ricchi e viziati… E gli italiani non resterebbero certo a guardare, se qualcuno di questi supermiliardari calpestasse la loro Costituzione…
Le prime ad insorgere, tradite dalla deriva antiberlusconiana di Madonna, sono però state le donne del Pdl. Come non accorgersi, ad esempio, della reazione di Daniela Santanchè? Al solo leggere le sue dichiarazioni sembra quasi di sentirne la voce. Sembra di vederla, mentre dice che Madonna «va contro la scelta democratica di milioni di italiani che hanno voluto e votato con convinzione questo governo. Mi dispiace che Madonna usi queste parole nei confronti dell’Italia. Dispiace che sia proprio un’italoamericana a giudicare così negativamente il suo Paese. Mi auguro a questo punto che gli italiani pensino di lei quello che lei pensa di loro e che, quindi, il suo peraltro stroncatissimo film se lo veda da sola. Quello che fa più male è che queste celebrità siano particolarmente attente a lanciare i loro prodotti e, senza scrupoli, facciano il loro marketing sulla pelle degli italiani».
Apparentemente più pacata la replica di Gabriella Carlucci: «Continuerò ad essere una sua grandissima fan e ad apprezzarla artisticamente, ma trovo un errore strategico la sua dichiarazione. È evidente che non sa nulla dell’Italia. È come se io, che sono stata recentemente negli Usa per un gemellaggio con la città di Miami, parlassi male di Obama». Il confronto lascia un po’ perplessi. Ma il meglio deve ancora venire: «Mi dispiace moltissimo che Madonna abbia avallato le tesi dell’Economist, tra l’altro in un Paese come l’Italia che la adora. Evidentemente ha un ufficio stampa comunista che le ha detto di dire così per farla uscire meglio sui giornali comunisti».

Manuel Lambertini

lunedì 12 settembre 2011

Dieci anni e un giorno

Nel commemorare il decennale dell’11 settembre, Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio al presidente Obama nel quale ricorda come la tragedia delle Twin Towers abbia «unito americani e non americani, nel segno del medesimo dolore e di una condivisa determinazione». Per il Presidente della Repubblica, «al di là dello shock immediato, tutte le Nazioni e i popoli civili hanno compreso che i nostri valori comuni fondamentali erano stati ripudiati e attaccati. Era necessario combattere contro il terrorismo internazionale, in quanto minaccia diretta non solo contro il mondo occidentale ma contro l’intera comunità internazionale. Questo è divenuto un comune impegno per la comune sicurezza». In quest’ambito, «importanti risultati sono stati raggiunti». E ancora oggi «la sicurezza di tutti rimane fondamentale. Ma dobbiamo anche guardare avanti e rafforzare quella solidarietà internazionale e multilaterale che ci ha sostenuto dieci anni fa. Non abbiamo semplicemente combattuto il terrorismo. Abbiamo salvaguardato i nostri valori comuni in pericolo; abbiamo difeso i diritti umani, lo stato di diritto, la libertà e il rispetto per la vita umana; abbiamo rifiutato uno scontro tra culture e abbiamo promosso il dialogo; abbiamo preservato i fondamenti e la legittimazione della comunità internazionale». Resta fermo «il nostro impegno comune per un mondo più sicuro, aperto e pacifico».
Giorgio Napolitano e Barack Obama al Quirinale, 8 luglio 2009
Nessuno ha avuto il coraggio di dire che li abbiamo invece traditi, quei valori. Che gli otto anni di Amministrazione Bush hanno cavalcato proprio quello scontro tra civiltà che Obama e le rivolte arabe sembrano aver momentaneamente riposto nel cassetto. Che a Guantanamo e ad Abu Ghraib abbiamo deliberatamente calpestato «i diritti umani, lo stato di diritto, la libertà e il rispetto per la vita». E se qualcuno riesce ad annoverare l’assassinio di Bin Laden tra gli «importanti risultati raggiunti», è assai più difficile fare lo stesso con la criminale invasione dell’Iraq e con l'occupazione dell’Afghanistan. Con buona pace della «solidarietà internazionale e multilaterale», ben presente al tempo della guerra contro i Talebani, ancora una volta abbiamo promosso la democrazia solo se compatibile con gli interessi occidentali, sostenuti da quelle stesse dittature che la Primavera Araba ha spazzato via. Unilaterale è stata l’Operazione Iraq Freedom, lanciata da Usa e Gran Bretagna sulla base di inenarrabili menzogne. E unilaterali sono state le tante offensive scatenate da Israele, in Cisgiordania come in Libano, come a Gaza, dove lo Stato ebraico ha smantellato le proprie colonie, sempre unilateralmente, nel 2005.
Inevitabile conclusione: il messaggio con cui Napolitano sotterra dieci anni di crimini e di fallimenti è un capolavoro di politically correct. Obbligato, certo. Speriamo almeno non sia sincero.

Manuel Lambertini

domenica 11 settembre 2011

Azzollini

Ricordarsi della sua faccia non risulta molto difficile. Lo è molto di più credere che proprio lui, il senatore Azzollini, sia relatore della manovra economica ora all’esame del Parlamento, nonché Presidente della Commissione Bilancio del Senato. A lui è da far risalire anche la paternità dell’art. 8 della manovra, che introduce il licenziamento senza giusta causa in deroga all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. E reca la sua firma l’emendamento che recepisce l’accordo interconfederale del 28 giugno scorso: i contratti sottoscritti dalla maggioranza dei sindacati saranno validi «per tutti i lavoratori», e con l’assenso delle stesse organizzazioni sindacali si potrà derogare all’obbligo di reintegro previsto per i lavoratori licenziati senza giusta causa.
Ma chi è Antonio Azzollini, l’improbabile regista del fortunato colpo di mano? Forse l’unico uomo politico ad essere sindaco di un comune con più di 60.000 abitanti – la natia Molfetta – e contemporaneamente senatore e Presidente di Commissione. Già primo cittadino del comune pugliese, nel 2008 aveva rassegnato le dimissioni per poter partecipare (con successo) alle elezioni in Senato, salvo poi ricandidarsi e sconfiggere il democratico Mino Salvemini. Classe 1953, è avvocato dal 1984. Della sua formidabile carriera politica, la prima cosa che salta agli occhi è la vecchia militanza comunista. I terreni della sinistra, per la verità, il senatore Azzollini li ha battuti un po’ tutti: dal Partito di Unità Proletaria ai Verdi, al Pci-Pds. Poi l’adesione al Partito Popolare Italiano, e l’ingresso in grande stile nella neonata Forza Italia: perché non poteva «rimanere ucciso ideologicamente sotto le macerie del Muro di Berlino».
Poche volte ha goduto della visibilità che ha oggi, ma sempre grazie a exploit di tutto rispetto. Irresistibili le sue imprecazioni in dialetto barese durante la seduta del consiglio comunale che, nel settembre 2008, seguì alla decisione del Tar di imporre una minima presenza femminile in Giunta.  Provocò invece una levata di scudi la proposta, poi ritirata, di tagliare le tredicesime a magistrati, poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, personale di carriera prefettizia, professori e ricercatori universitari… È infine di stretta attualità il pacchetto anti-evasione, con provvedimenti che prevedono il carcere per chi evade più di 3 milioni di euro e la pubblicazione on-line delle dichiarazioni dei redditi.
Ma tra la commedia all’italiana e il noir, si sa, il confine è spesso incerto: a giugno un’inchiesta della Procura di Trani, l’operazione «Mani sulla città», ha svelato abissi di illegalità e di corruzione gravitanti attorno al Comune di Molfetta. 51 le persone indagate, 9 gli arresti. Secondo gli inquirenti, l’attività amministrativa dell’Ufficio Tecnico del Comune era stata interamente dirottata verso interessi privati, a beneficio dello studio di progettazione riconducibile all’ing. Rocco Altomare, dirigente del’UTC di Molfetta. Gravissime le ipotesi di reato: associazione a delinquere finalizzata a corruzione e concussione, abuso d’ufficio, reati contro la pubblica amministrazione, reati ambientali implicanti notevoli rischi di natura idrogeologica... Il sindaco Azzollini, che pure non risulta tra gli indagati, ha finora ignorato le numerose richieste di dimissioni. Ma la farsa che lo vede protagonista non diverte più come prima.

Manuel Lambertini

venerdì 12 agosto 2011

Londra in fiamme

«Dai nuovi segni di negazione [della società dello spettacolo], incompresi e falsificati dall’organizzazione spettacolare, che si moltiplicano nei Paesi economicamente più avanzati, si può già trarre questa conclusione, che una nuova epoca si è aperta: dopo il primo tentativo di sovversione operaia, è ora l’abbondanza capitalista che è fallita. Quando le lotte antisindacali degli operai occidentali sono represse prima di tutto dai sindacati, e quando le correnti in rivolta della gioventù lanciano una prima protesta informe, nella quale nondimeno il rifiuto della vecchia politica specializzata, dell’arte e della vita quotidiana è immediatamente implicito, sono queste le due facce di una nuova lotta spontanea che comincia sotto l’aspetto criminale. Sono i segni precursori del secondo assalto proletario contro la società di classe. Nel momento in cui i fanti perduti di questo esercito ancora immobile riappaiono su questo terreno, divenuto diverso e rimasto lo stesso, essi seguono un nuovo “generale Ludd” che, questa volta, li lancia nella distruzione delle macchine del consumo permesso.»

(Guy Debord, La società dello spettacolo, Milano, Baldini Castoldi Dalai, pp. 118-119, 1967, ed. 2004)

Manuel Lambertini

giovedì 4 agosto 2011

A picco

Caos mercati in Europa. Indici in tilt. Milano –5%. A picco anche Wall Street. (Corriere della Sera)
Wall Street a picco, –4,8 % il Dow Jones e –5,08 il Nasdaq. Giallo sui listini bloccati e la chiusura fantasma a Milano (–5,16). (Il Sole 24 Ore)
Giornata da incubo per le Borse. Indici in tilt, Milano perde il 5%. (La Stampa)
Borse a picco, spread record: interviene la Bce. Il Mib perde oltre il 5 %. Giù anche Wall Street. (La Repubblica)
Borse rosse. (Il Manifesto)
Profondo rosso sulle Borse Ue. A Piazza Affari indici in tilt: –5%. (Il Giornale)
Europa e Wall Street a picco. Tsunami sulle borse mondiali. (Libero)


Epistolina per N.B.
caro Nanni, ritorno da Bologna:
ti scrivo qui, dall’autostrada, in fretta,
non ho notizie fresche, ma che rogna
che è questa cosiddetta crisi, aspetta
un po’: guarda la Grecia, il Portogallo,
la Spagna: è una questione, qui, di giorni,
forse di ore, attenzione, guarda il gallo
con i sobborghi che esplodono, forni
ardenti, con Obama abbronzatissimo,
da nobelizzatissimo: si crede
imperatore del mondo: incertissimo
su tutto, poveretto, lui, l’erede
degli Stati sfasciati, indebitati,
nel pantano delle assicurazioni –
tra iraniani e iracheni, e iperarmati
di Taiwan, nordcoreani, e legioni,
di indiani – e pechinesi che si acquistano
(e si vendono) tutto, tra filmati
di bollynigeriani, e si conquistano
i mercati: e un mondo è morto – e soldati
per le strade del mondo: e non si arriva
per me, al 2012: e vicina,
più vicina, è la fine: e la deriva
è completa: ma ciao – viva la Cina:

                                                        Edoardo Sanguineti

Manuel Lambertini

sabato 23 luglio 2011

Amy Winehouse

È morta a 27 anni, come Kurt Cobain, Jimy Hendrix, Jim Morrison, Brian Jones e Janis Joplin. La «maledizione del rock» non ha perdonato neanche a lei quella pulsione autodistruttiva che troppe volte accompagna gli artisti di talento. Prima una psicosi maniaco-depressiva, unita a disturbi di bulimia e anoressia, poi la dipendenza da farmaci, alcol e droga: oggi un cocktail esplosivo ne ha provocato il decesso, in circostanze ancora da chiarire. È morta da sola, nella sua casa vicino Londra, lontana da quei flash e da quelle telecamere che impietosamente ne avevano documentato tutte le disavventure: per la gioia dei tabloid scandalistici e tra i sorrisi maligni di un pubblico superficiale. L’opera compiuta in vita le permetterà forse di entrare nella leggenda. Ma lo spegnersi della sua voce, tra le convulsioni dell’ultimo eccesso e lo spasimo di un malessere insanabile, è un prezzo troppo alto, lontano da ogni idea di giustizia.


Manuel Lambertini

sabato 9 luglio 2011

La lunga estate di DSK

Erano le 16.45 del 14 maggio. A bordo di un volo Air France diretto a Parigi, sulla pista dell’aeroporto Kennedy di New York, il direttore del Fondo Monetario Internazionale veniva prelevato dal Midtown South Precint del Dipartimento di Polizia e condotto al commissariato di Harlem. Gravissime le accuse: tentato stupro e sequestro di persona, per una pena massima di 25 anni di carcere. Le prime ricostruzioni della vicenda, ancorché lacunose e sfumate, sembravano quantomeno sufficienti ad eliminare dalla scena politica uno degli uomini più potenti del pianeta. La presunta vittima, una cameriera guineana del Sofitel di Manhattan, aveva raccontato di essere entrata nella suite del prestigioso albergo, credendola vuota; all’improvviso, secondo la sua versione, Strauss-Kahn era uscito dal bagno completamente nudo e aveva tentato di abusare di lei, costringendola ad un rapporto orale. Liberatasi, Nafissatou Diallo, detta “Ofelia”, ha subito chiamato il 911 per denunciare la violenza: nel frattempo, il direttore del Fmi aveva lasciato l’albergo, dimenticando il telefono cellulare ed altri oggetti personali. Le immagini di Dominique Strauss-Kahn in manette, attorniato da impassibili agenti di polizia, di lì a poco avrebbero fatto il giro del mondo.
Per alcuni giorni, le “prove” contro DSK sono parse inconfutabili: sul colletto della divisa della ragazza erano state rinvenute tracce del suo sperma, mentre i graffi sul torace di lui sembravano provare la natura violenta del rapporto sessuale. Intanto la sua lettera di dimissioni dalla direzione del Fmi non è tardata ad arrivare: «Nego nei termini più forti possibili le accuse che oggi devo affrontare: sono convinto che la verità sarà portata alla luce e sarò dichiarato innocente. Ma non posso accettare che il Fmi debba in qualche modo condividere l’incubo che sto vivendo io. È necessario dunque che mi faccia da parte». Poi un mese di relativo silenzio, con i legali al lavoro – Benjamin Brafman e William Taylor, tra i migliori d’America – e Strauss-Kahn agli arresti domiciliari, sostituito al Fondo dalla connazionale Christine Lagarde. Ed ora la svolta: troppe le incongruenze e le menzogne nei racconti della cameriera, che secondo il New York Post sarebbe una prostituta vicina a persone coinvolte in traffici di droga e nel riciclaggio di denaro sporco. Il tabloid di Rupert Murdoch riferisce, tra l’altro, che il direttore del Fmi si sarebbe rifiutato di pagare la prestazione sessuale, scatenando le ire della ragazza…
Una vicenda intricata e dai molteplici risvolti, tra le cui pieghe il 57 % dei francesi intravede l’ombra del complotto. Gli inquirenti hanno passato al setaccio la vita della vittima, indagando sul suo passato e intercettandone le conversazioni telefoniche: “Ofelia” ha avuto un colloquio con il presunto marito, detenuto in Arizona per traffico di droga, discutendo con lui dei vantaggi che avrebbe potuto ottenere sfruttando il clamoroso caso giudiziario. Insieme ad altre persone, l’uomo avrebbe versato alla cameriera circa 100mila dollari, che potrebbero nascondere un’operazione di riciclaggio. La donna aveva anche dichiarato di possedere un solo telefono, ma gli agenti hanno scoperto che ogni mese pagava bollette per centinaia di dollari a cinque diverse compagnie. Nei documenti presentati per ottenere l’asilo politico negli Usa, inoltre, “Ofelia” non aveva fatto alcun riferimento alle mutilazioni genitali che oggi sostiene di aver subito in Africa.
È notizia di pochi giorni fa la decisione, da parte della giornalista francese Tristane Banon, di sporgere denuncia contro Strauss-Kahn per una tentata violenza risalente al 2003: notizia giunta proprio quando la procura di New York sembrava voler definitivamente archiviare il caso “Ofelia”. Una denuncia a orologeria, già stigmatizzata dai sostenitori di DSK come l’ultimo tentativo di impedirne la corsa alla presidenza della repubblica francese.
Ad accompagnare l’affaire Strauss-Kahn non sono mancate le polemiche, e nemmeno le più imbarazzanti prese di posizione. Si è detta indignata – «come dovrebbe esserlo ogni uomo e ogni donna intelligente» – la scrittrice Erica Jong, che sembra aver già emesso un’inappellabile sentenza di condanna: «Siamo di fronte al replay di un copione vecchio come il mondo, un copione in cui la vittima viene trasformata in colpevole e il colpevole in vittima. Sotto i riflettori, adesso, è rimasta solo la cameriera e nessuno parla più dello stupratore». Guai a farle notare che lo «stupratore» può aver avuto con la «vittima» un rapporto consensuale: «DSK è colpevole e nessuno ha mai messo in dubbio che l’abbia assaltata sessualmente. Anche il fatto che una povera disgraziata abbia pensato di trarre economicamente vantaggio dalle proprie sventure è comprensibile». E ancora: «Nei sistemi giudiziari di mezzo mondo è sempre la donna a finire sul banco degli imputati. Basta guardare cosa è successo in Italia con il caso Amanda Knox, additata da tutti come la vera colpevole al posto di Rudy Guede e Raffaele Sollecito. Succede dal Medioevo, quando il test per determinare se una donna era una strega consisteva nel buttarla nel fiume: se restava a galla era colpevole, se affogava innocente». Come la Jong sia riuscita a trasformare il delitto di Perugia in una questione di genere resta un mistero. 
Allargando ulteriormente il dibattito, altri si sono lanciati in lodi sperticate del sistema giudiziario americano: prima per aver trattato l’imputato Strauss-Kahn come un comune criminale, poi per averlo liberato in un batter d’occhio, non appena l’attendibilità della cameriera è sembrata venire meno. Ebbene, è il caso di dirlo con la massima chiarezza: il sistema americano non può in nessun caso essere elevato a modello di civiltà giuridica. Dietro l’esasperata spettacolarizzazione, le gogne mediatiche e i continui colpi di scena, si cela ancora tutta la natura classista e discriminatoria della società statunitense. DSK è stato dato «in pasto ai cani», come ha fatto polemicamente notare il filosofo Bernard-Henri Lévi, in quella «perp walk» che espone il «perpetrator» agli impietosi flash dei fotografi, e che la tradizione anglosassone deve aver esteso ai potenti per preservare l’illusione del giusto processo. Perché di illusione si tratta, viste le eccezionali scappatoie che questo sistema sa offrire a chi può permettersi i grandi avvocati… Lo stesso difensore di Strauss-Kahn, Ben Brafmam, nel 2001 è stato protagonista di un caso in tal senso emblematico: con un’arringa magistrale, riuscì ad ottenere la piena assoluzione del rapper Puff Daddy, arrestato con la pistola in mano dopo una sparatoria in un nightclub. L’accusa aveva chiesto 15 anni di carcere. Ancor più eclatante e scandalosa l’assoluzione di O. J. Simpson, difeso da un team che comprendeva gli impareggiabili Johnnie Cochran e Alan Dershowitz. Accusato dell’omicidio della moglie e di un amico, il campione di football americano, unico indagato, fu prosciolto solo grazie ad una registrazione che provava che l’investigatore occupatosi del caso aveva precedentemente pronunciato alcune frasi razziste. La giuria, composta da sette neri, quattro bianchi e un ispanico, si convinse che la scena del crimine poteva essere stata manomessa, e la valanga di prove a carico dell’imputato magicamente scomparve nel nulla.
L’affaire Strauss-Kahn è ovviamente molto diverso. Qui il protagonista è un personaggio ingombrante: il direttore del Fmi che intendeva favorire l’ingresso del colosso indiano nel tempio della finanza mondiale, e che si era inimicato i più rigidi custodi della tradizione monetarista per aver riscoperto dopo decenni l’eredita keynesiana; un politico di prima grandezza, superfavorito alle primarie del Partito Socialista e assai temuto da Nicolas Sarkozy. Proprio sul presidente francese sono caduti i primi sospetti. Il capo della polizia di New York, Ray Kelly, sarebbe un caro amico di Sarkozy, che lo ha insignito della Legion d’onore. Inoltre il Sofitel di Manhattan è di proprietà del gruppo francese Accor, a lungo guidato da un ex collaboratore dell’industriale Martin Bouygues, tra i massimi finanziatori della campagna elettorale di Sarko. Da Parigi sarebbero anche partiti ordini e bonifici indirizzati alla cameriera. E il gruppo Accor, informato dalla direzione del Sofitel, avrebbe contattato il servizio di intelligence dell’Eliseo, nella persona del prefetto Ange Mancini, alle 23.45 (ora di Parigi) del 14 maggio, ben prima che il NYPD sapesse dell’aggressione. Ma questa è solo una delle tante piste possibili, e non è da escludere che sia stata costruita a regola d’arte per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica da una realtà infinitamente più complessa.
In tutta la vicenda, almeno sul piano morale, l’interrogativo di fondo resta un altro. È possibile che uno degli uomini più potenti del mondo sia vittima di una povera cameriera di colore residente nel Bronx? Piaccia o meno, la risposta non può che essere affermativa. Anzi, mai come per questa circostanza è parso tanto appropriato il proverbio caro a Mao Tse-Tung: «Se ad un cretino indichi la Luna con il dito, quello guarda e vede il dito, non la Luna». Ancora una volta, infatti, inutili polemiche di genere e oziosi dibattiti intorno al ruolo della stampa hanno finito per oscurare le conseguenze che un fatto di così vasta portata ha provocato e provocherà sullo scenario internazionale. Quanto al futuro di Dominique Strauss-Kahn, è legittimo confidare nella più piena realizzazione dell’incubo di Erica Jong, secondo cui l’ex numero uno del Fmi «utilizzerà quanto è successo per trarre il massimo vantaggio politico». Una simile conclusione è ciò che «ogni uomo e ogni donna intelligente» dovrebbe arrivare ad augurarsi.

Manuel Lambertini