sabato 9 luglio 2011

La lunga estate di DSK

Erano le 16.45 del 14 maggio. A bordo di un volo Air France diretto a Parigi, sulla pista dell’aeroporto Kennedy di New York, il direttore del Fondo Monetario Internazionale veniva prelevato dal Midtown South Precint del Dipartimento di Polizia e condotto al commissariato di Harlem. Gravissime le accuse: tentato stupro e sequestro di persona, per una pena massima di 25 anni di carcere. Le prime ricostruzioni della vicenda, ancorché lacunose e sfumate, sembravano quantomeno sufficienti ad eliminare dalla scena politica uno degli uomini più potenti del pianeta. La presunta vittima, una cameriera guineana del Sofitel di Manhattan, aveva raccontato di essere entrata nella suite del prestigioso albergo, credendola vuota; all’improvviso, secondo la sua versione, Strauss-Kahn era uscito dal bagno completamente nudo e aveva tentato di abusare di lei, costringendola ad un rapporto orale. Liberatasi, Nafissatou Diallo, detta “Ofelia”, ha subito chiamato il 911 per denunciare la violenza: nel frattempo, il direttore del Fmi aveva lasciato l’albergo, dimenticando il telefono cellulare ed altri oggetti personali. Le immagini di Dominique Strauss-Kahn in manette, attorniato da impassibili agenti di polizia, di lì a poco avrebbero fatto il giro del mondo.
Per alcuni giorni, le “prove” contro DSK sono parse inconfutabili: sul colletto della divisa della ragazza erano state rinvenute tracce del suo sperma, mentre i graffi sul torace di lui sembravano provare la natura violenta del rapporto sessuale. Intanto la sua lettera di dimissioni dalla direzione del Fmi non è tardata ad arrivare: «Nego nei termini più forti possibili le accuse che oggi devo affrontare: sono convinto che la verità sarà portata alla luce e sarò dichiarato innocente. Ma non posso accettare che il Fmi debba in qualche modo condividere l’incubo che sto vivendo io. È necessario dunque che mi faccia da parte». Poi un mese di relativo silenzio, con i legali al lavoro – Benjamin Brafman e William Taylor, tra i migliori d’America – e Strauss-Kahn agli arresti domiciliari, sostituito al Fondo dalla connazionale Christine Lagarde. Ed ora la svolta: troppe le incongruenze e le menzogne nei racconti della cameriera, che secondo il New York Post sarebbe una prostituta vicina a persone coinvolte in traffici di droga e nel riciclaggio di denaro sporco. Il tabloid di Rupert Murdoch riferisce, tra l’altro, che il direttore del Fmi si sarebbe rifiutato di pagare la prestazione sessuale, scatenando le ire della ragazza…
Una vicenda intricata e dai molteplici risvolti, tra le cui pieghe il 57 % dei francesi intravede l’ombra del complotto. Gli inquirenti hanno passato al setaccio la vita della vittima, indagando sul suo passato e intercettandone le conversazioni telefoniche: “Ofelia” ha avuto un colloquio con il presunto marito, detenuto in Arizona per traffico di droga, discutendo con lui dei vantaggi che avrebbe potuto ottenere sfruttando il clamoroso caso giudiziario. Insieme ad altre persone, l’uomo avrebbe versato alla cameriera circa 100mila dollari, che potrebbero nascondere un’operazione di riciclaggio. La donna aveva anche dichiarato di possedere un solo telefono, ma gli agenti hanno scoperto che ogni mese pagava bollette per centinaia di dollari a cinque diverse compagnie. Nei documenti presentati per ottenere l’asilo politico negli Usa, inoltre, “Ofelia” non aveva fatto alcun riferimento alle mutilazioni genitali che oggi sostiene di aver subito in Africa.
È notizia di pochi giorni fa la decisione, da parte della giornalista francese Tristane Banon, di sporgere denuncia contro Strauss-Kahn per una tentata violenza risalente al 2003: notizia giunta proprio quando la procura di New York sembrava voler definitivamente archiviare il caso “Ofelia”. Una denuncia a orologeria, già stigmatizzata dai sostenitori di DSK come l’ultimo tentativo di impedirne la corsa alla presidenza della repubblica francese.
Ad accompagnare l’affaire Strauss-Kahn non sono mancate le polemiche, e nemmeno le più imbarazzanti prese di posizione. Si è detta indignata – «come dovrebbe esserlo ogni uomo e ogni donna intelligente» – la scrittrice Erica Jong, che sembra aver già emesso un’inappellabile sentenza di condanna: «Siamo di fronte al replay di un copione vecchio come il mondo, un copione in cui la vittima viene trasformata in colpevole e il colpevole in vittima. Sotto i riflettori, adesso, è rimasta solo la cameriera e nessuno parla più dello stupratore». Guai a farle notare che lo «stupratore» può aver avuto con la «vittima» un rapporto consensuale: «DSK è colpevole e nessuno ha mai messo in dubbio che l’abbia assaltata sessualmente. Anche il fatto che una povera disgraziata abbia pensato di trarre economicamente vantaggio dalle proprie sventure è comprensibile». E ancora: «Nei sistemi giudiziari di mezzo mondo è sempre la donna a finire sul banco degli imputati. Basta guardare cosa è successo in Italia con il caso Amanda Knox, additata da tutti come la vera colpevole al posto di Rudy Guede e Raffaele Sollecito. Succede dal Medioevo, quando il test per determinare se una donna era una strega consisteva nel buttarla nel fiume: se restava a galla era colpevole, se affogava innocente». Come la Jong sia riuscita a trasformare il delitto di Perugia in una questione di genere resta un mistero. 
Allargando ulteriormente il dibattito, altri si sono lanciati in lodi sperticate del sistema giudiziario americano: prima per aver trattato l’imputato Strauss-Kahn come un comune criminale, poi per averlo liberato in un batter d’occhio, non appena l’attendibilità della cameriera è sembrata venire meno. Ebbene, è il caso di dirlo con la massima chiarezza: il sistema americano non può in nessun caso essere elevato a modello di civiltà giuridica. Dietro l’esasperata spettacolarizzazione, le gogne mediatiche e i continui colpi di scena, si cela ancora tutta la natura classista e discriminatoria della società statunitense. DSK è stato dato «in pasto ai cani», come ha fatto polemicamente notare il filosofo Bernard-Henri Lévi, in quella «perp walk» che espone il «perpetrator» agli impietosi flash dei fotografi, e che la tradizione anglosassone deve aver esteso ai potenti per preservare l’illusione del giusto processo. Perché di illusione si tratta, viste le eccezionali scappatoie che questo sistema sa offrire a chi può permettersi i grandi avvocati… Lo stesso difensore di Strauss-Kahn, Ben Brafmam, nel 2001 è stato protagonista di un caso in tal senso emblematico: con un’arringa magistrale, riuscì ad ottenere la piena assoluzione del rapper Puff Daddy, arrestato con la pistola in mano dopo una sparatoria in un nightclub. L’accusa aveva chiesto 15 anni di carcere. Ancor più eclatante e scandalosa l’assoluzione di O. J. Simpson, difeso da un team che comprendeva gli impareggiabili Johnnie Cochran e Alan Dershowitz. Accusato dell’omicidio della moglie e di un amico, il campione di football americano, unico indagato, fu prosciolto solo grazie ad una registrazione che provava che l’investigatore occupatosi del caso aveva precedentemente pronunciato alcune frasi razziste. La giuria, composta da sette neri, quattro bianchi e un ispanico, si convinse che la scena del crimine poteva essere stata manomessa, e la valanga di prove a carico dell’imputato magicamente scomparve nel nulla.
L’affaire Strauss-Kahn è ovviamente molto diverso. Qui il protagonista è un personaggio ingombrante: il direttore del Fmi che intendeva favorire l’ingresso del colosso indiano nel tempio della finanza mondiale, e che si era inimicato i più rigidi custodi della tradizione monetarista per aver riscoperto dopo decenni l’eredita keynesiana; un politico di prima grandezza, superfavorito alle primarie del Partito Socialista e assai temuto da Nicolas Sarkozy. Proprio sul presidente francese sono caduti i primi sospetti. Il capo della polizia di New York, Ray Kelly, sarebbe un caro amico di Sarkozy, che lo ha insignito della Legion d’onore. Inoltre il Sofitel di Manhattan è di proprietà del gruppo francese Accor, a lungo guidato da un ex collaboratore dell’industriale Martin Bouygues, tra i massimi finanziatori della campagna elettorale di Sarko. Da Parigi sarebbero anche partiti ordini e bonifici indirizzati alla cameriera. E il gruppo Accor, informato dalla direzione del Sofitel, avrebbe contattato il servizio di intelligence dell’Eliseo, nella persona del prefetto Ange Mancini, alle 23.45 (ora di Parigi) del 14 maggio, ben prima che il NYPD sapesse dell’aggressione. Ma questa è solo una delle tante piste possibili, e non è da escludere che sia stata costruita a regola d’arte per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica da una realtà infinitamente più complessa.
In tutta la vicenda, almeno sul piano morale, l’interrogativo di fondo resta un altro. È possibile che uno degli uomini più potenti del mondo sia vittima di una povera cameriera di colore residente nel Bronx? Piaccia o meno, la risposta non può che essere affermativa. Anzi, mai come per questa circostanza è parso tanto appropriato il proverbio caro a Mao Tse-Tung: «Se ad un cretino indichi la Luna con il dito, quello guarda e vede il dito, non la Luna». Ancora una volta, infatti, inutili polemiche di genere e oziosi dibattiti intorno al ruolo della stampa hanno finito per oscurare le conseguenze che un fatto di così vasta portata ha provocato e provocherà sullo scenario internazionale. Quanto al futuro di Dominique Strauss-Kahn, è legittimo confidare nella più piena realizzazione dell’incubo di Erica Jong, secondo cui l’ex numero uno del Fmi «utilizzerà quanto è successo per trarre il massimo vantaggio politico». Una simile conclusione è ciò che «ogni uomo e ogni donna intelligente» dovrebbe arrivare ad augurarsi.

Manuel Lambertini

sabato 18 giugno 2011

Tutti in piedi

Da Tutti a casa a Tutti in piedi: basta guardare i titoli delle manifestazioni per capire quanti cambiamenti ci abbiano regalato queste ultime settimane… L’ultima iniziativa di Michele Santoro è stata elettrizzante: un pubblico compreso tra il milione e mezzo e i due milioni di telespettatori ha festeggiato i 110 anni della Fiom, tra le vignette di Vauro e le canzoni dei Subsonica, passando per l’affettuoso saluto di un incontenibile Benigni. Ha chiuso la serata Teresa De Sio, sulle note di «Todo cambia». L’Italia s’è desta. Forse.


«Oh, tutti i disgraziati con la schiena che brucia
sotto il sole feroce, che vanno e tornano,
che in questo lavoro senton scoppiare la fronte...
Giù il cappello, miei borghesi! Oh, questi son gli uomini!
Siamo operai, sire, operai! Noi siamo
per i grandi tempi nuovi in cui si vorrà sapere
e l'uomo forgerà da mane a sera,
cacciatore di grandi effetti, di grandi cause,
in cui vincendo lentamente dominerà le cose
e monterà sul Tutto come su di un cavallo!
Oh! Splendidi lumi di fucine! Peggio,
ancor peggio! - Ciò che non conosciamo, questo può essere terribile:
noi lo sapremo! - Coi nostri martelli, in mano, passiamo al setaccio
tutto ciò che sappiamo: e poi, Fratelli, avanti!
Facciamo talvolta sogni emozionanti
di vivere semplice, con ardore, senza dire
malvagità, lavorando col regale sorriso
di una donna che amiamo di nobile amore:
lavoreremo con foga tutto il giorno,
ascoltando il dovere come
una tromba squillante:
allora saremo felici, e nessuno, nessuno,
ci potrebbe mai piegare!
Ed avremo un fucile sul focolare...
»

da Il fabbro di Arthur Rimbaud.

Manuel Lambertini

domenica 12 giugno 2011

Quattro volte sì


Solo qualche parola. Contro il ritorno al nucleare, la privatizzazione dell’acqua e il legittimo impedimento, il referendum di oggi e domani può assestare il colpo definitivo al berlusconismo. Non partecipare al voto è sempre carenza di senso civico. Questa volta, mancare all’appuntamento è semplicemente un delitto.

Manuel Lambertini

martedì 31 maggio 2011

I volti della vittoria

Questa volta «abbiamo scassato» davvero, per dirla con le parole trionfali e liberatorie di Luigi De Magistris. Non solo a Milano e Napoli, ma anche a Cagliari, Novara, Crotone, Grosseto, Rimini; nelle provincie di Macerata, di Mantova, di Pavia, di Trieste... E ad Arcore, dove la candidata del centrosinistra Rosalba Colombo ha vinto col 56,6 % dei voti.
Una vittoria inequivocabile, che lascia sul campo alcune vittime eccellenti. Lui, il Cavaliere, ha già ironizzato sulla sconfitta, assicurando la stabilità del governo e l’immutata solidità dell’alleanza con la Lega. Una Lega che si è vista sottrarre il comune di Novara, città natale di Roberto Cota, dove il candidato del Carroccio Mauro Franzinelli è stato sconfitto dal democratico Andrea Ballarè. Anche Desio e Rho, dove la Lega correva da sola, sono passati al centrosinistra, e per la provincia di Mantova Alessandro Pastacci ha battuto il deputato leghista Gianni Fava.
È stata la debacle del centrodestra più impresentabile d’Europa. Una scarica elettrica di intensità perfino superiore a quella delle elezioni regionali del 2005, quando l’Unione di Romano Prodi conquistò dodici regioni su quattordici. Ieri, anche il Professore si è preso la sua rivincita sulla politica volgare e sullo scontro urlato. A sorpresa, ha festeggiato la vittoria insieme a Pier Luigi Bersani, che lo ha accolto al Pantheon con il consueto calore: «Vieni Romano, qui sei a casa tua». A tre anni dalla caduta dell’ultimo governo di centrosinistra, il Professore può gioire per un nuovo successo, soprattutto grazie a quel pubblico ministero napoletano che provocò le dimissioni del ministro Mastella e che assestò il colpo di grazia al suo già traballante esecutivo. «Se vince De Magistris mi suicido», aveva dichiarato nei giorni scorsi lo stesso Mastella... Non onorerà l'impegno, naturalmente. E Berlusconi non confesserà mai di aver indetto un referendum su se stesso e di averlo perso: crede di poter recuperare consensi, come in passato, ma le armi che lo hanno fatto forte sembrano ora più inefficaci che mai.
Ancor prima di bocciare il governo, queste imprevedibili elezioni amministrative hanno spazzato via il freddo politicismo filo-centrista e la vocazione maggioritaria del Pd. Pier Luigi Bersani ha tutti i titoli per festeggiare questa vittoria: ha resistito alle contestazioni della corrente veltroniana, non si è lasciato sedurre dall’ammucchiata ricostituente promossa da D’Alema, ha concentrato la propria attenzione su questioni concrete, senza la paura di ripetersi e con un’ossessività che comici e intellettuali hanno subito entusiasticamente raccolto.
Milano è espugnata. Napoli non è caduta tra le grinfie del potente sottosegretario Cosentino. Cagliari è rossa dopo vent’anni: il trentacinquenne Massimo Zedda, candidato di Sinistra Ecologia e Libertà, ha sfiorato il 60 % dei voti. Inutile soffermarsi, poi, su Giuliano Pisapia e su Luigi De Magistris. Difficile, in verità, immaginare due persone più diverse: l’uno garantista e affabile, l’altro sanguigno ed aggressivo. Tra loro, un matrimonio a distanza: un connubio perfetto che non potrà non avere conseguenze sul piano nazionale. E che ha già unito chi sta a sinistra da sempre con chi mai ci starebbe se solo la destra italiana fosse diversa.

Manuel Lambertini

sabato 21 maggio 2011

Un’altra cosa

Maurizio Cevenini, Virginio Merola e Raffaele Donini
«Bologna è un’altra cosa». Ricordo di aver sentito questa frase nel giugno del 2009, in una Piazza Maggiore gremita di sostenitori del Partito democratico, durante la campagna elettorale per le scorse elezioni amministrative. A scandirla tra gli applausi era Flavio Delbono. Ma non importa. Gli elettori bolognesi hanno rigato dritto anche stavolta. Non ci hanno riservato brutte sorprese. E se Dio vorrà trascorreremo i prossimi cinque anni senza grossi sconvolgimenti, magari all’insegna della buona amministrazione... L’offensiva della Lega è stata respinta, e questa è la cosa più importante. Le tensioni tra le fila della maggioranza e del governo nazionale, dopo la clamorosa sconfitta a Milano, si sono moltiplicate. Tutte buone notizie, dunque. Tante tessere di un mosaico ancora incompleto, ma sufficiente ad aprire uno scenario nuovo. Il centrosinistra ha conquistato al primo turno tredici comuni capoluogo (Torino, Bologna, Savona, Ravenna, Fermo, Arezzo, Siena, Benevento, Salerno, Barletta, Olbia, Villacidro e Carbonia) contro i quattro del centrodestra (Latina, Caserta, Catanzaro e Reggio Calabria) ed è in vantaggio in buona parte delle città e delle province che andranno al secondo turno.
«Fatto salvo Milano, che per noi è stata una vera sorpresa, sul resto i numeri dimostrano una sostanziale parità fra centrodestra e centrosinistra», ha dichiarato il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini. Lo ha detto con la stessa faccia con cui nel marzo del 2010 annunciava che i manifestanti del Pdl in Piazza San Giovanni erano «più di un milione», a fronte delle 150.000 persone rilevate dalla Questura di Roma. Insomma, i toni sommessi e gli imbarazzati silenzi non devono ingannare: questa destra non si smentisce mai. Con l’apparizione del premier a reti unificate siamo solo alle prime avvisaglie di un annunciato susseguirsi di bassezze. E la vergognosa diffamazione che si è abbattuta su Giuliano Pisapia sta già cedendo il passo al peggiore allarmismo anti-immigrazione.
È incoraggiante sapere che Bologna non verrà umiliata da uno spettacolo simile. Il Pdl locale ha perso la metà dei consensi accordatigli alle ultime elezioni europee, con un travaso alla Lega Nord che non ha permesso a Bernardini di sfondare. «Complimenti al nuovo sindaco», si è limitato a dire il candidato leghista. «Forse a certi bolognesi è mancato il coraggio e ha vinto l’ideologia». Già, il coraggio. A votarlo ci voleva un bel coraggio. Soprattutto dopo l’inquietante sfilata di ministri leghisti giunti in città nelle ultime settimane. Su tutti, Giulio Tremonti, il leghista del Pdl che già si erge a nuovo capocomico: «Quando mi hanno detto che le primarie del Pd le aveva vinte uno che si chiama Merola pensavo di essere a Napoli. Invece ero a Bologna. Troppe persone vengono da fuori e il prossimo sindaco potrebbe chiamarsi Ali. Anzi Ali Babà. Così i babà li dà a Merola».
Ma sì, ha vinto l’ideologia. Ha prevalso il voto di appartenenza. E adesso vorrei abbracciare, uno per uno, tutti quei vecchietti che ancora affollano gli stand delle Feste dell’Unità, semplici e un po’ diffidenti, arrabbiati con gli «zingari» e coi «marocchini» – siano questi ultimi del Maghreb o della provincia di Napoli – ma sempre fedeli al partito. Loro il centralismo democratico ce l’hanno nel sangue. Loro non tradiscono, per quanto possano minacciare la diserzione delle urne fino all’ultimo giorno di campagna elettorale. È anche grazie alla loro ideologia (e, diciamolo pure, al loro incrollabile buonsenso) se Virginio Merola può festeggiare la vittoria al primo turno delle elezioni amministrative. Ma quanto accadrà tra cinque anni, in un’Italia e in una Bologna libere dalla zavorra berlusconiana, dipenderà solo da lui.

Manuel Lambertini

domenica 24 aprile 2011

Vittorio Arrigoni

Vittorio Arrigoni con una bimba di Gaza
«Restiamo umani». Erano le due parole con cui «Vik Utopia», al secolo Vittorio Arrigoni, concludeva i suoi articoli. È il titolo del libro che ne raccoglie gli scritti. E sarà il nome della spedizione navale che tenterà di forzare il blocco israeliano della Striscia di Gaza: «Freedom Flotilla Stay Human».
Con l’uccisione di Arrigoni i fondamentalisti islamici hanno spento la voce più libera e più appassionata della causa palestinese. Il suo nome aveva acquisito grande notorietà tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009: mentre l’esercito israeliano assediava la Striscia di Gaza, durante quell’operazione Piombo Fuso che avrebbe provocato circa 1300 vittime, Vik era l’unico testimone occidentale presente sul campo, e il blog Guerrilla Radio divenne in quei giorni il più visitato d’Italia. Gli uomini che lo hanno strangolato appartenevano ad una cellula salafita legata ad al-Qaeda che la polizia di Hamas sembra avere già smantellato. Oggi Bulciago lo ha salutato per l’ultima volta, con la stessa commozione con cui nei giorni scorsi gli avevano reso omaggio gli abitanti di Gaza.
Del suo assassinio hanno parlato proprio tutti… Lungi dall’associarsi al cordoglio del presidente Napolitano («Questa barbarie terroristica suscita repulsione nelle coscienze civili»), il deputato di Iniziativa Responsabile Giancarlo Lehner, con alle spalle due condanne per diffamazione aggravata, ha voluto rendere pubbliche le proprie autorevoli riflessioni: «Sorprende che il presidente della Repubblica abbia potuto spendere parole di solidarietà per Arrigoni, un povero ragazzo, certo, confuso e sfortunato, eppur complice di Hamas, conclamato militante antisemita e antisionista, ammazzato da chi lo ha voluto superare a sinistra nell’antisemitismo». E in quanto ad autorevolezza, non poteva mancare l’opinione di Maurizio Belpietro… «Lasciamolo là», titolava Libero a tutta pagina, mentre l’editoriale del direttore si scagliava contro la richiesta dei familiari di non far transitare il corpo del cooperante in territorio israeliano: «Che il giovane volontario lombardo odiasse tutto ciò che gli ricordava la stella di David è noto. Sul suo blog si possono leggere le parole con cui accusava il premio Nobel per la pace Simon Peres di sterminare i bambini con le bombe al fosforo bianco, o il disgusto con cui rifuggiva dai libri di scrittori israeliani favorevoli al dialogo con i palestinesi come Amos Oz e Abraham Yehoshua, definendole pagine sporche di sangue. E dunque comprendo che la madre – la quale ha dichiarato di condividere le opinioni del figlio e di essere orgogliosa di lui – voglia idealmente proseguirne la battaglia, a nome di coloro i quali Vittorio riteneva essere gli unici e i soli oppressi». Non si è fatto attendere neppure il commento di Pierluigi Battista, che dalle pagine del Corriere della Sera imputava ad Arrigoni un «odio […] assoluto nei confronti dello Stato di Israele, descritto e demonizzato nel suo blog come l’espressione di ogni nefandezza, la manifestazione di uno scandalo storico che non ammetteva mediazioni e non concedeva nulla, ma proprio nulla, alle ragioni del Nemico». Per non parlare di Radio Israel, che lo ha liquidato come un «utile idiota», o del macabro «Arrivederci, Arrigoni» che campeggiava su Stop the Ism, il sito ultrasionista americano in guerra con i pacifisti dell’International Solidarity Movement: nei giorni dell’operazione Piombo Fuso, il gestore del sito Lee Kaplan aveva persino auspicato l’eliminazione del «terrorista» Arrigoni, colpevole di fare da scudo umano alle ambulanze che trasportavano i feriti di Gaza.
"Vik Utopia" con Handala, il bambino
palestinese nato dalla penna di Naji al-Ali
Informazione di regime e industria mediatica sembrano essersi coalizzate per sminuire, svilire e affossare il valore di un sacrificio che mai comprenderanno. Però non hanno tutti i torti. Vittorio Arrigoni vedeva nel dramma palestinese il paradigma di ogni ingiustizia. La sua adesione alla causa era davvero «totalizzante, assoluta, mistica, senza riserve, dubbi, sfumature», per dirla ancora con Battista. Le sfumature, nella sua esperienza quotidiana, rischiavano effettivamente di perdersi dinanzi al numero delle vittime palestinesi, sei volte superiore a quello dei morti israeliani, e svanivano di fronte ai crimini di guerra perpetrati dallo Tzahal. Vik pensava anche che Israele fosse uno Stato di apartheid, come ha polemicamente fatto notare Belpietro: la sua opinione ricalcava quella di Nelson Mandela e dell’arcivescovo Tutu. Condivideva il destino e le sofferenze della gente di Gaza. Era la voce dei senza volto. E non poteva tollerare che Roberto Saviano scendesse in piazza dalla parte di Israele (per giunta in una manifestazione organizzata da Fiamma Nirenstein!), né che Marco Travaglio si schierasse con un governo, quello israeliano, responsabile di continue violazioni del diritto internazionale. Facile, dunque, additarlo come antisionista, come antisemita. Accuse già sperimentate con successo sullo scrittore Josè Saramago, sul compositore Mikis Theodorakis, sull’ex presidente americano Jimmy Carter, sullo storico israeliano (ed ebreo) Ilan Pappé, sull’UNRWA, sull’ONU e così via… Denunciare i crimini israeliani, di questi tempi, non paga. Anzi: il punto di forza dei sionisti acritici sta proprio nell’allarmismo con cui preconizzano un fantomatico revival antisemita, nel vittimismo con cui si ergono a minoranza sempre discriminata e sempre zittita da orde di militanti filo-palestinesi, quasi non fossero loro stessi (e il loro ignobile silenzio) a dominare i media occidentali.
Mani «amiche» hanno ucciso Vittorio Arrigoni, ripetevano maliziosamente gli opinionisti di cui sopra. Ma la sua causa non è morta. Nessuno, tra gli amici e i familiari, sembra essersi lasciato andare allo sconforto, allo scetticismo, al disincanto: nessuno si è sentito tradito dal popolo palestinese. E di lui resterà quel grido disperato e testardo, più forte di ogni schiamazzo. Ancora una volta, restiamo umani. O torniamo ad esserlo.

Manuel Lambertini

lunedì 4 aprile 2011

I sessant’anni del «Principe» De Gregori

Il sessantesimo compleanno, nella quarantennale carriera di Francesco De Gregori, coincide con un nuovo inizio. Trent’anni dopo il tour di Banana Republic, canta di nuovo insieme a Lucio Dalla in Work in Progress (2010), e torna ad infiammare i teatri di tutta Italia.
Tra indimenticabili successi e qualche momento di sconforto, il «Principe» dei cantautori italiani ha attraversato con ostinazione una straordinaria avventura artistica, oggi ripercorsa dal volume di Claudio Fabretti Francesco De Gregori. Fra le pagine chiare e le pagine scure (Arcana edizioni, 2011). Dagli esordi al Folkstudio di Roma nel 1970 al primo tour con Antonello Venditti, e all’album Theorius Campus (1972). Poi la visibilità come cantante solista grazie ad Alice, e il successo con Rimmel nel 1975. Di qui la collaborazione con Fabrizio De Andrè, che per lui sarebbe rimasto un insostituibile punto di riferimento, e il successivo album Bufalo Bill (1976), realizzato con la partecipazione di Lucio Dalla e Ivan Graziani. «Dylaniano fino al midollo», il 2 aprile 1976, durante un concerto al Palalido di Milano, De Gregori fu “processato” sul palco dai collettivi studenteschi con l’accusa di ricevere cachets troppo alti e di non destinarli alle lotte operaie. Dopo un ritiro di due anni, riapparve sulle scene accompagnato dalle note di Generale e di Ma come fanno i marinai (1978), preludio del lungo sodalizio con l’amico Dalla. Poi si susseguirono canzoni come Viva l’Italia (1979), Titanic (1982), La storia (1985), Il bandito e il campione (1993)… Fino alla più recente Vai in Africa, Celestino! (2005), che già suona come un classico.
A dispetto del pur autorevole filone narrativo-storico-politico, è nelle canzoni d’amore «virate a tinte fosche», scrive Fabretti, che si è consumata «la sua più importante rivoluzione semantica e concettuale». È sempre stato un artista libero, Francesco De Gregori. Sempre in equilibrio sul crinale delle emozioni. Sempre combattuto tra il rischio di una dolcezza forzata e i più coinvolgenti afflati narrativi. Ed è proprio per questo che al «Principe» De Gregori si deve perdonare tutto. Anche quel carattere impossibile che negli ultimi anni sembra essersi attenuato. E perfino il suo inossidabile legame con Marco Pannella!


Manuel Lambertini